MARZO 1971: LA DIREZIONE DEL DELTA RISPONDE CON LA "SERRATA"
I nostri articoli sulla rievocazione delle lotte operaie nella zona hanno destato un grande interesse - Ciò permette di continuare un prezioso e proficuo confronto sulla storia della sinistra politica e sindacale di casa nostra, anche per evitare che certi momenti e certi sacrifici possano essere dimenticati
fonte: 1 aprile 2000 - - "Il nostro Giornale" di Novi Ligure
(w. d.) Michele Giacomazzi ci ha regalato delle belle pagine di testimoninnze operaie, spero che possa ricordare a tutti noi ancora qualcosa di interessante. In particolare.vorrei chiedere a Michele come ha vissuto e come hanno vissuto i suoi compagni in fabbrica la svolta sindacale dell' "EUR", che ha segnato in modo indelebile gli avvenimenti successivi: la disfatta degli anni '80. Michele ricorda nel suo intervento (di cui pubblichiamo la prima puntata in questo numero) la costituzione del "collettivo operaio del manifesto" e l'importanza della sua funzione di critica e stimolo all'elaborazione degli obiettivi e alla loro socializzazione. A questo proposito pensiamo sia interessante pubblicare in questa pagina (all'interno dei due riquadrati) i rilievi critici di alcuni articoli (uno firmato da Mario Scotti su "Il Popolo di Novi" e uno del periodico provinciale "Il Manifesto") pubblicati all'epoca del fatti.
di MICHELE GIACOMAZZI
(PRIMA PUNTATA)
La pagina sull'occupazione della Delta nel '69, pubblicata su "Il nostro Giornale" del 19 febbraio, ha suscitato, approvazione non solo tra lavoratori e pensionati della fabbrica; ma ha destato interesse anche in altri ambienti.
Evidentemente Walter ha ragione, grazie alla disponibilità de "Il Nostro Giornale", nel mantenere aperto - attraverso queste testimonianze - un confronto sulla storia della sinistra politica e sindacale della nostra zona, su temi che altrimenti rischiano di essere accantonati e dimenticati. Insomma, un'occasione anche per i più giovani per conoscere e riflettere sul percorso, sempre complesso e difficile, che ha visto impegnato il movimento operaio alla conquista di migliori condizioni di vita e di lavoro. Conquiste che oggi, a tanti anni di distanza, dobbiamo difendere da continui attacchi: ora è la volta dei referendum sociali dei Radicali; sostenuti dalla Confindustria e dalle forze politiche più reazionarie,
che intendono cancellare i diritti fondamentali dei lavoratori. Per fortuna, sull'altro piatto della bilancia possiamo annoverare la recente presa di posizione del sindacato di fabbrica dell'Europa Metalli, che invita a bocciare i quesiti sociali promossi dai Radicali. .
Fatta questa doverosa premessa, vorrei riportare l'attenzione su un altro episodio vissuto alla Delta. Una Storia che ci riporta indietro negli anni, ma ben presente nella memoria di chi l'ha vissuta in prima persona, Mi riferisco a quanto accadde all'inizio del 1971, uno degli anni più tumultuosi per tensione sociale e lotte operaie.
All'interno della fabbrica
La memoria mi riporta all'interno della fabbrica, nei reparti, dove la domanda per migliorare le condizioni di lavoro univa tutti noi operai. Come delegati sindacali eravamo impegnati a recepire e sintetizzare le proposte, che emergevano nei dibattiti durante le numerose assemblee di reparto,e, quindi, ad elabotarle in una piattaforma rivendicativa; piattaforma che il C.d.f., d'accordo con le Segreterie provinciali, dopo l'approvazione dell'assemblea generale dei lavoratori presentò alla direzione aziendale il 6 febbraio '71. Si trattava di richieste già acquisite in altre fabbriche grazie alla contrattazione aziendale; in particolare nei gruppi a partecipazione statale come l'Italsider, l'A1fa Romeo ed altri ancora. Inoltre, la situazione economica della Delta SMI (Società Metallurgica Italiana) era in ripresa, la produzione passava dalle 28.000 tonnellate del '69 alle 43.000 T. del '70; pertanto, era giusto rivendicare pure per noi lavoratori quache miglioramento.
Questi i punti qualificanti della piattaforma:
1 - Nuovo inquadramento professionale;
2 - Mensilizzazione per gli operai;
3 - Regolamentazione dei superminimi di tutte le categorie;
4 - Perequazione del cottimo al livello più alto per tutti i lavoratori.
Queste richieste furono presentate alla direzione e vennero respinte il 27 febbraio: la parte aziendale escludeva una qualsiasi possibilità di confronto.
Il blocco dello straordinario
La reazione dei lavoratori fu immediata, si iniziarono a mettere in atto le forme di lotta precedentemente decise in assemblea: il primo passo fu lo sciopero, poi la lotta proseguì con la riduzione dei turni di lavoro (una forma di protesta abbastanza diffusa in quegli anni), infine venne deciso il blocco del lavoro straordinario.
Per qualche giorno si andò avanti così, tutto faceva prevedere uno scontro sindacale "normale", il solito percorso - magari aspro, ma sempre lungo i binari della trattativa - che avrebbe condotto ad un accordo tra le parti. Non fu così.
La direzione, evidentemente, si preoccupò per la comnpattezza del fronte operaio e, in particolare, per il calo della produzione, poiché nemmeno l'intervento intimidatorio dei capi riuscì a riportare la normalità, anzi ogni tentativo di ripristinare il recupero della produzione ottenne come unica risposta il proseguimento del blocco e ulteriori scioperi. In tal modo si giunse ad una risposta padronale rigida ed autoritaria.
La miccia si sarebbe accesa irreversibilmente dutante il turno di notte tra il 2 ed il 3 marzo, '71, miccia che causò il drammatico deteriorarsi della vertenza.
Io stesso ero di turno in quella notte: l'orario ,lavorativo, come al solito, era iniziato alle 23, tutto sembrava procedere regolarmente, gli operai del secondo turno, che si erano appena congedati, avevano aderito compatti all'iniziativa di lotta; l'appoggio alla riduzione dei ritmi di produzione era pressoché totale. C'era soddisfazione per l'iniziativa intrapresa.
Il "crumiro"
Verso lo mezzanotte, un operaio della Manutenzione informa me, in quanto delegato sindacale, che in un altro reparto un capo squadra si era fermato per lo straordinario. In pochi minuti, come concordato in assemblea, decidemmo di rispondere con lo sciopero, che - partito dal reparto Tubi - con rapidità si diffuse a tutta la fabbrica; in corteo attraversammo i reparti, mentre il capo squadra si allontanava per raggiungere lo spogliatoio. .
A questo punto, prima di ritornare al lavoro, si stabilì di indire un'assemblea per discutere dell'accaduto.
Contemporaneamente avvenne l'imprevisto.
Attraverso un rappresentante della direzione, ci viene comunicato che l'azienda intendeva sospendere la produzione.
Questo provvedimento, doloroso e ingiustificato, oltre a danneggiare i dipendenti, metteva a rischio molti impianti e materiali in produzione e solo la responsabilità dei lavoratori poté scongiurare gravi danni, grazie al tempestivo intervento intrapreso.
Nel frattempo, una delegazione di attivisti sindacali formata da me, Dacomo e Bertolotto chiese un incontro con la direzione che, riunita in consiglio, ci ricevette.
Il convegno si rivelò teso e senza prospettive di dialogo, i dirigenti aziendali giustificavano la posizione assunta come legittima risposta all'ingovernabilità della fabbrica e alle richieste avanzate, secondo loro impossibili da accettare.
Successivamente, veniva affisso un comunicato della Direzione che invitava i lavoratori a lasciare la fabbrica entro le ore 5.30. Terminato l'incontro, la delegazione riconvocava l'assemblea dei lavoratori, qui si riconfermava la legittimità della lotta e si decise di attendere in fabbrica il ripristino del normale corso lavorativo.
Intanto, iniziavano ad arrivare gli operai del primo turno, sopraggiungevano pure i segretari sindacali, avvisati durante la notte: in loro presenza si tenne una concitata assemblea, che si concluse con la risoluzione di entrare in fabbrica, per lavorare. Ormai, però, la Direzione si era arroccata sulle posizioni precedentemente descritte: dopo pochi minuti affiggeva un nuovo comunicato aziendale, in cui si poteva leggere che "siccome gli operai hanno arbitrariamente occupato la fabbrica, la Società è costretta a ritirare la direzione con effetto immediato": Era la serrata.
Gli scioperi
Questa grave provocazione veniva immediatamente denunciata dai lavoratori alle autorità, alla Prefettura di Alessandria, ai Sindaci della zona, ai politici. Di pari passo, l'attività del Sindacato si metteva in moto, la mobilitazione delle fabbriche del Novese fu ferma, ci furono scioperi e tante iniziative di solidarietà.
Vennero diramati ordini del giorno da numerosi Comuni, dalla Provincia e dalla Regione, che condannavano la serrata e invitavano la Delta SMI alla ripresa dell'attività produttiva: e, tutto questo, mentre i lavoratori continuavano regolarmente a presentarsi al lavoro, secondo i loro turni, attendendo il ritorno alla normalità.
Significativo fu l'ordine del giorno approvato dal Consiglio Comunale di Novi Ligure nella sera del 3 marzo, in cui si condannava la direzione e si esprimeva piena solidarietà ai lavoratori.
Tale documento fu consegnato alle maestranze nella stessa notte dal Sindaco A. Pagella con una rappresentanza della Giunta e del Consiglio.
Nei giorni successivi alla serrata, le iniziative promosse dal Consiglio di Fabbrica si susseguirono: furono convocate assemblee nel piazzale davanti allo stabilimento, con la partecipazione di numerosi C.d.F. della zona, di delegazioni del movimento studentesco, delle ACLI e di altre associazioni.
Anche i rappresentanti politici parteciparono in più occasioni alle iniziative; in particolare, bisogna ricordare il Senatore Vignolo del PCI, che insieme ai Consiglieri Regionali Marchesotti e Raschio ed al Segretario Provinciale Pollidoro - tutti esponenti del PCI - e al Segretorio Provinciale Rossa del PSIUP, si impegnò a sbloccare la situazione.
Altrettanto tempestivo fu l'impegno dei Segretari provinciali dei metalmeccanici:
Bellotti della FIM-CISL, Divano della FIOM-CGIL e Montecucco della UILM-UIL, che seguirono l'evoluzione della lotta, fino a coinvolgere le segreterie nazionali, affinché prendessero posizione sulla vertenza.