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CRONISTORIA DEL GRUPPO NOVESE DE “IL MANIFESTO” DI WALTER DELFINI
at Sep 25, 2005 11:51:11 by fuser
Cronistoria del gruppo novese de “il manifesto”
di Walter Delfini
La nascita del circolo culturale “26 Luglio” e del “il manifesto” a
Novi Ligure
Il Centro d’iniziativa comunista de “il manifesto” è il primo gruppo politico che si organizza a Novi Ligure, nel 1970, alla sinistra del P.C.I..
E’ il primo caso di un’organizzazione che nasce dalle costole del P.C.I. capace di sviluppare critica e analisi di sinistra recuperando l’essenza libertaria del comunismo. Ecco qui di seguito la cronistoria di quella entusiasmante stagione.
Gli anni Sessanta
Negli anni Sessanta, a livello nazionale erano da qualche tempo operativi molti gruppi, collettivi politici e culturali, ma anche nel piccolo microcosmo novese, il fermento dentro e fuori il P.C.I. serpeggiava e sfociava in piccoli quanto importanti episodi che, poi, avrebbero creato i presupposti per le future esperienze politiche di movimento.
Personaggi come Giancarlo Cabella, detto “Kafka”, Mantelli, Castelnuovo, Guido Manzone e Giancarlo Fasciolo, erano tra coloro che più di altri avevano una frequentazione degli ambienti intellettuali e una partecipazione ad avvenimenti politici anche internazionali: “Kafka” nel Sessantotto era a Parigi, e Guido a Berlino.
Castelnuovo, militava già nel gruppo “Tribuna Rossa” e nel 1967, capitò a Novi in una delle importanti conferenze organizzate da Giambattista Lazagna, il Comandante Partigiano “Carlo” (in quegli anni presidente dell’ANPI di Novi) per denunciare l’aggressione del servizio d’ordine del P.C.I. nei loro confronti durante una manifestazione a Milano con Giorgio Amendola.
Questi erano un po’ i messaggeri, coloro che portavano le notizie e spesso anche i pettegolezzi dall’esterno. Giancarlo Fasciolo, era il compagno interno al P.C.I, Novese, che forse più di altri intratteneva contatti con le persone più dialoganti delle diverse realtà politiche locali, in particolare con i giovani socialisti come Franco Contorbia e Gian Maria Ferrando, con i giovani dello P.S.I.U.P., in particolare Gianfranco Vandero, poi con gli studenti cattolici del circolo della “gioventù studentesca” che faceva riferimento a Don Mario Albertella.
Io in quel periodo ero segretario della sezione del P.C.I. “Franco Rossi,” (in precedenza, nel 1964, ero stato segretario di una FGCI numerosa, eravamo tutti giovani operai, apprendisti e garzoni) tenevo i contatti con i compagni iscritti o non iscritti al partito, che si muovevano all’esterno, cercando di capire e, per il poco che potevo, tentavo di mantenere aperti degli spazi, impedendo chiusure drastiche da parte del partito nei confronti di ciò che si stava muovendo e che lo lambiva.
Ad esempio, erano mal sopportate le provocazioni scanzonate del “Kafka”, così come non fu sopportata la posizione dura (soprattutto perché pubblica) di Guido Manzone, contro l’invasione della Cecoslovacchia.
In quel frangente di fronte alla minaccia di ritorsioni contro Guido, dovetti minacciare le mie dimissioni e il caso rientrò.
I luoghi d’incontro e di discussione erano i più diversi, ma in particolare era nei bar, intesi come locali di aggregazione di base, che ci si riuniva.
Il Bar Demicheli, meglio conosciuto come “La Beppa”, il Bar Agostino, in viale Aurelio Saffi, e il Bar Como divennero, così, i nostri punti di riferimento per parlare tra noi e per stare in mezzo alla gente.
Alla politica “ufficiale” questo nostro atteggiamento di partecipazione politica dal basso non andava molto a genio, infatti, una delle accuse denigratorie che venivano dall’interno del partito era : “quelli sono rivoluzionari da bar.”
Nel Bar Como, davanti alla stazione ferroviaria, ci s’incontrava e si discuteva, spesso coinvolgendo gli avventori, con Giancarlo Cabella, Giancarlo Fasciolo, Andrea Mantelli, Rosolino Azzarello, “il rosso” Antonio Bizzarra, lo scultore Guido Selmi, Giancarlo Settembrini, Alfredo Pronzato (ex partigiano e virtuoso della chitarra), Aldo Santaniello, Carmelo Furfaro, Euro Gemme.
Il confronto era aperto e genuino anche con vecchi partigiani e antifascisti storici come il “Nan” Carlevaro, Balestri, Repettino, e Alessandro Ravazzano, meglio noto come “Cucciolo”.
Alcuni partigiani quali Pietro Fasciolo, anarchico e partigiano in Yugoslavia, Michele Zunino, della “Mingo” di Silvano D’Orba e Gino Confetti di Serravalle, sono stati importanti compagni di viaggio.
Un gruppo di giovani era impegnato in un intervento nel sociale con la gente del quartiere della Pieve, tra loro Lorenzo Robbiano, oggi Sindaco di Novi ligure.
Un altro gruppo con Rosanna Carrea e Mina Campofreddo Guastone, realizzò un importante lavoro d’inchiesta sui libri di testo.
Dentro il partito si dibatteva sulla necessità di rinnovare, democratizzare, individuare forme d’organizzazione per rispondere al meglio ai bisogni dei lavoratori e dei ceti popolari.
Tra i militanti del P.C.I. novese, i più sensibili a queste tematiche erano Gino Manfredi e Ettore Maggiolino, che spesso si interrogavano su quale dovesse essere in quella fase il ruolo dei comunisti nelle fabbriche.
La Rivoluzione Cubana (1959), l’esperienza del “Che” (Ernesto Guevara de la Serna, 1920 – 1967), la guerra del Vietnam (1960 – 1975), il conflitto ideologico (“rivoluzione culturale”) e non solo tra Cina e Unione Sovietica , la repressione della “Primavera di Praga” (1967 – 1968), erano alla base di non poche lacerazioni.
Se nella società civile i giovani che praticavano le varie forme di contestazione venivano chiamati “capelloni” i dissidenti dalla linea ufficiale del PCI, venivano identificati come i Cinesi” . In generale era quasi un’ossessione, ma nella nostra zona il fenomeno era modesto. A Novi , il primo “Cinese” in assoluto era senz’altro il “Bepi”, dell’albergo Bologna. Ma nella prima fase del circolo “26 Luglio” il “teorico maoista” riconosciuto è stato Francesco Montessoro, detto il “maestrino.”
In quel contesto, con un dissenso interno ancora sotto controllo , durante la campagna di tesseramento nel 1969, Franco Inverardi, mi chiese di scrivere un pezzo per “Il novese”, dicendomi: “Il partito deve presentarsi unito!”.
Accettai, mai più immaginando che da lì a pochi mesi avremmo avuto il fatidico scontro. Ero confuso, ma credevo e speravo in una svolta positiva.
Nel novembre del 1969, il dibattito sul caso “manifesto” accelerò e sciolse ogni ambiguità, mettendo a nudo l’incapacità del partito di mettersi in discussione, di uscire dalla gabbia degli accordi di Yalta, cioè stare con la Nato o con l’Unione Sovietica, e spogliarsi della pesante eredità stalinista, per ritrovare le radici e le ragioni vere del comunismo.
A Roma, nella sessione del Comitato Centrale, il ruolo di grande inquisitore fu assunto da Alessandro Natta, che lo eseguì con determinazione. La maggioranza si espresse per la radiazione dei compagni che dettero vita alla rivista “Il Manifesto” : Aldo Natoli, Luigi Pintor, Rossana Rossanda, Lucio Magri, poi via via, nelle varie federazioni la radiazione mieteva vittime, come Valentino Parlato, Filippo Maone, Massimo Caprara e tanti altri. Contro la Radiazione si espressero Giuseppe Leporini, Lombardo Radice, e Mussi. Si astennero Giuseppe Chiarante, Nicola Badaloni e Sergio Garavini.
A Novi i compagni che facevano riferimento a “il manifesto” e che affrontarono il dibattito nel P.C.I. in merito al documento del Comitato Centrale, furono:
Walter Delfini, Giancarlo Fasciolo (che intervenne a nome del gruppo), Carmelo Furfaro,
Francesco Montessoro, Ricci, Lorenzo Robbiano e Aldo Santaniello.
Il dibattito si svolse in due serate. Nella prima la partecipazione fu scarsa ed un eventuale voto avrebbe messo a rischio il partito. Venne quindi proposta una seconda serata di discussione dove la partecipazione fu massiccia in particolare da parte di iscritti alla cellula comunale: i “fedeli alla linea” erano nettamente in maggioranza.
Al dibattito, nell’ordine, intervennero: Pestarino, G.C.Fasciolo, G.Manzone, Monachini, Soro Oreste, Inverardi, Giorgio Guastoni, Sergio Fasciolo, Colombo, Andrea Scano, Dall’Acqua, Balestri, Marovello, Persi, Molinari, F. Montessoro, Marre, Walter Delfini.
Il documento del C.C e del C.C.C. fu approvato a maggioranza con soli undici voti contrari. Ci fu intimato di sciogliere il gruppo “antipartito” (*). Scopersi poi che le ragioni per cui il P.C.I. si separava da noi non erano così nobili come pensavamo, se è vero quello che raccontò l’ex segretario di Palmiro Togliatti, Massimo Caparra, quando rivelò che durante un incontro con Giorgio Amendola, questi gli disse: “Voi del manifesto ci costate almeno due miliardi di dollari l’anno, questa è la cifra che l’Urss, non ci darà più se vi teniamo!” (dal libro: “Quando le botteghe erano oscure”).
1970: la nascita del Circolo “ 26 di luglio”
Uscimmo, in tempi e modi diversi, restando per un certo tempo come sospesi, con riunioni e discussioni sul “che fare” attenti ai movimenti e ai conflitti sociali in atto. (Un documento, d’inchiesta sulla scuola materna a Novi, a cura del “centro di iniziativa popolare” porta la data: aprile 1970. è l’inizio del nostro lavoro organizzato.) Si andò alla costituzione del il circolo “ 26 di luglio” (il nome del circolo ricordava l’anticipazione della Rivoluzione Cubana, con l’attacco, fallito, alla caserma della Moncada, presso Santiago, dove, nel 1953, persero la vita settanta dei cento giovani che Fidel Castro condusse all’attacco), che divenne ben presto luogo di confronto e di aggregazione tra tutti quei giovani con cui avevamo fino ad allora intrattenuto rapporti disorganici.
I locali nello scantinato delle scuole Giovanni Pascoli, ci furono concessi dall’Amministrazione comunale, il P.C.I. non si oppose perché i più pensavano che alla fine ci saremmo ravveduti.
Franco Inverardi e Andrea Scano, autorevoli rappresentanti del partito vennero a farci visita, accompagnati da una bottiglia di “quello buono” e vedendo le foto appiccicate alle pareti di Marx, Engels, Lenin, Gramsci, Ho Chi Minh, Mao, “Che” Guevara, ci dissero : “Siete piuttosto confusi.”
Dopo pochi mesi il circolo “26 Luglio” traboccava di gente. Oltre al gruppo dei compagni usciti dal P.C.I, molti erano quelli che nel febbraio del 1969, dettero vita alla contestazione “antiborghese” al circolo esclusivo della Novi bene, l’Accademia di Via Girardengo o parteciparono alla manifestazione contro la guerra del Vietnam, tenutasi ad Alessandria, o al confronto-contestazione sempre nel ‘69, alla Benedica, dove un gruppo di giovani partecipò con le bandiere dei Viet Cong. (*)
Nei mesi successivi la sede si affollò di giovani, donne e operai, studenti e universitari: tra gli altri, Mimmo Porcaro, (oggi studioso del marxismo), Lorenzo Deagatone, intellettuale “operaista” che dette un forte contributo per un giusto approccio del nostro lavoro politico verso le fabbriche, (alla fine di questa esperienza entrerà nel P.C.I. e diventerà vicesindaco di Tortona), Maria Pia Ponasso, Massimo Botazzi (oggi segretario della locale S.P.I. - C.G.I.L.), Daniela Merlano, Giuseppe Scarsi (diventato negli anni Novanta, segretario provinciale della C.I.S.L.), Sandra Finetti, Giovanni (ora docente universitario) e Piero Bottiroli, Mariella Carpinello (oggi affermata scrittrice), Vanna Moccagatta, Giuse Gallo, (attualmente segretario nazionale dei bancari C.I.S.L.) e Mariano Fasciolo, che armato di chitarra, con il “Kafka”, dava vita a momenti indimenticabili.
Si realizzarono iniziative culturali importanti come i seminari di economia e filosofia, si portò a Novi, il tetro militante di Dario Fo e Franca Rame, coinvolgendo con diverse modalità un’area sempre più vasta di persone e giovani intellettuali come Graziella Gaballo (adesso insegnante e storica) del circolo” Don Milani.”
1971: il “Centro di iniziativa comunista de il manifesto”
Discusse le tesi de “Il Manifesto” nel gennaio del 1971, si andò a costituire il “Centro d’iniziativa comunista de il manifesto “ passando ad una forma più organizzata per permettere a tutti, operai, studenti, donne e altri soggetti sociali, di sviluppare i necessari interventi nelle varie realtà. L’organizzazione interna rimase per molto tempo di tipo assembleare e per quanto riguardava le fabbriche di tipo orizzontale con coordinamenti delle varie realtà locali e per l’Italsider, con un coordinamento nazionale. Puntammo molto sulle assemblee pubbliche che di solito erano stracolme, ricordo una delle prime con Massimo Serafini, poi quella con Aldo Natoli.
Tutti i compagni che transitavano per Novi e avevano contatti con la nostra realtà rimanevano piacevolmente sorpresi non solo per l’attivismo ma soprattutto per il calore e la vitalità, la naturalezza dei rapporti, insomma cera un bel clima. Per quanto riguarda la pratica delle assemblee occorre dire che eravamo soliti usare le iniziative pubbliche delle altre forze politiche, o situazioni di carattere sindacale, per provocare confronto e dibattito. Per questa nostra capacità eravamo piuttosto temuti. Ma cera un uomo, un compagno, nel nostro “campo avverso”, nel PCI Novese, che aveva lo stesso spirito e la stessa nostra prassi: Andrea Scano, (durante la resistenza il suo nome di battaglia era “Elio”) . Scano non si tirava indietro, lo ricordo durante gli spettacoli di Dario Fo, e alla prima assemblea pubblica del “Manifesto” con Massimo Serafini, e poi in ogni occasione dove si potesse discutere. Difendeva l’Unione Sovietica, difendeva il PCI, difendeva onorevolmente la sua storia. Coriaceo, passionale e intelligente, cercava sempre il confronto, per questo sono convinto che ci fosse più vicino di quanto si potesse immaginare dalle sue posizioni. Nell’anno trascorso, il 2004, Giampaolo Pansa, ha pubblicato un libro proprio sulla storia e le esperienze dolorose di Andrea Scano.
La nostra avventura proseguì, io e altri compagni partecipammo all’assemblea milanese dove si approvò la proposta di Luigi Pintor, di dare vita al quotidiano “il manifesto”. Il primo numero usci il 28 aprile 1971. Il “Centro” di Novi Ligure, dette un forte contributo nella raccolta di fondi per realizzare questo progetto, contrastando con forza la campagna denigratoria del P.C.I. incentrata su una bassa insinuazione: ”Chi li paga?”.
Ci organizzammo con le avanguardie di fabbrica, che avevamo già incontrato, come Michele Giacomazzi, del Delta,(alla Delta,si avvicinò a noi anche Primo Mei, un operaio molto politicizzato del gruppo dei “Genovesi” che nella loro maggioranza erano espressione dell’ortodossia stalinista) Gerardo Cartasegna, Renzo Ferraris, dell’Italsider, che aderirono al “il manifesto”, altri come Pino Robotti, Giuseppe Palenzona, Emilio Lagazio fecero parte in tempi diversi, del nostro gruppo di fabbrica. Eravamo una piccola organizzazione ma non minoritari, spesso nelle assemblee di fabbrica trovavamo il sostegno di operai cattolici e socialisti, il rapporto era più difficile con i compagni vicini al P.C.I. Il movimento si sviluppò su tutto il territorio e a rappresentare la realtà delle piccole fabbriche c’erano compagni come Gianfranco Marchesotti (da tempo dirigente della C.G.I.L.) e Carlo Confetti, che tra l’altro rappresentavano il forte e ben radicato gruppo de “il manifesto” di Serravalle Scrivia.
La nostra presenza tra gli studenti era forte ma non settaria, si privilegiò la crescita del movimento più che esercitarne un controllo come organizzazione, così il movimento studentesco si sviluppò con grosse capacità operative.
Nel febbraio del 1972, ai funerali dell’operaio dell’Italsider G. Cipollina, morto a causa di un incidente sul lavoro, si vide una numerosa presenza studentesca.
In quella occasione gli studenti dei Licei e degli Istituti tecnici organizzarono una assemblea dove prese il via una profonda riflessione sulla necessità di una più stretta alleanza tra studenti e operai e sulla crescita organizzativa del movimento studentesco, fu l’atto di nascita del “Collettivo autonomo studentesco”.
Sempre nel 1972, nacque il “Collettivo femminista” e il movimento dei “Proletari in divisa.”
Sempre nel 1972, vi fu anche un’incauta scelta elettorale, che provocò le prime fratture, l’unica cosa positiva fu l’avere messo in lista, nel tentativo di tirarlo fuori dal carcere, l’innocente Pietro Valpreda, anarchico e vittima delle trame golpiste..
Nel 1972 le conseguenze delle trame golpiste ci toccano in modo diretto, il mondo politico e l’opinione pubblica novese furono scossi alla notizia dell’arresto di G. B.Lazagna, dopo la morte dell’editore Gian Giacomo Feltrinelli. Il circolo “26 luglio” e il centro del “Manifesto, si impegnarono in una campagna per la sua liberazione. Per noi l’arresto di “Gibì” si inquadrava in un progetto reazionario teso a spezzare il filo che legava la parte viva della Resistenza ai nuovi movimenti. Nelle iniziative locali aderirono pure il circolo “Don Milani” e il circolo “Mateotti”. L’avventura de “il manifesto” durò fino al 1973, quando con l’incontro di parte dello P.S.I.U.P. e del M.P.L. si passò alla forma partito. Nacque il P.d.U.P. per il comunismo.
Partigiani e movimenti
L’incontro tra partigiani e i giovani dei movimenti sorti tra il 67 e il 68, riveste una particolare importanza simbolica. Molti partigiani tra cui figure di alto profilo come il comandante “Carlo” G.B.Lazagna,(medaglia d’argento) che avevano conservato quella particolare autonomia di pensiero e di movimento, quello spirito ribelle ereditato della esperienza partigiana, ebbero la capacità di entrare in contatto con chi in quegli anni aveva dichiarato “guerra al sistema” ad una società chiusa, bigotta e classista.
Quell’incontro ignorato dai più o strumentalizzato per bassi fini politici o trame più o meno oscure, portava in sé uno straordinario valore politico: un filo di continuità tra chi aveva combattuto contro la dittatura fascista e l’invasione nazista, dando vita con la Liberazione, alla Costituzione Democratica e la Repubblica e le nuove generazioni che lottavano per difendere e ampliare quelle conquiste e quei valori.
Molti resistenti e partigiani si avvidero che nella realtà le cose non andavano secondo i principi conquistati. Per questo certamente intravidero nel movimento studentesco, nelle lotte operaie e proletarie, capaci di autorganizzazione e di una offensiva radicale la possibilità di completare il processo democratico da loro iniziato. Oggi si parla in qualche occasione di “democrazia partecipata” e si dimentica che in quei primi anni 70, essa è stata praticata dal grande movimento dei delegati, dai consigli di fabbrica, dalle assemblee, dai delegati e comitati di quartiere e in ogni realtà e conflitto sociale. C’è un elemento che pare unificare anche nella sconfitta il movimento partigiano(per quanto riguarda l’immediato dopoguerra) e i movimenti degli anni 70, è l’identico fastidio che il sistema dei partiti ha per i movimenti. È questo un dato che purtroppo si ritrova ad ogni occasione di crescita di movimenti spontanei, da quelli ambientali a quelli sociali.
Tutto deve essere sotto controllo, sotto l’egemonia diretta o indiretta dei partiti, le conseguenze possono essere molto gravi e pesanti come ha dimostrato il massacro durante il G8 a Genova.
1974: la nascita del P.d.U.P. per il comunismo.
A Novi, lo PSIUP, (in cui erano già confluiti gli esponenti del Movimento Politico dei Lavoratori) di Emilio Coppero, con la sua maggioranza di iscritti non ne volle sapere di entrare nel P.C.I.
Iniziò tra le nostre organizzazioni un processo di integrazione e unificazione. Nacque così anche a Novi, lo “P.d.U.P. per il comunismo” ed ereditammo la sede dello P.S.I.U.P. sita in Via Girardengo proprio di fronte al “Cremlino”, la sede storica del P.C.I. novese.
Oltre a Coppero, potemmo vantare personaggi di punta come Angelo Bottiroli e Gianni Sala.
Nel 1975 questa aggregazione conquistò un seggio al Consiglio Comunale di Novi Ligure. In quella seconda metà degli anni Settanta, ha però inizio un lento e inesorabile declino della nostra esperienza.
Quando lo P.d.U.P., si sciolse, Lucio Magri, ne portò la maggioranza dentro il P.C.I. vanificando una esperienza decennale, sacrificandola a non si sa quale progetto dentro un partito che, nonostante la onesta e dignitosa figura di Enrico Berlinguer, non aveva assolutamente fatto i conti con le ragioni fondamentali che ci indussero ad uscire. Una scelta “entrista” che non produsse in quel partito nessun cambiamento significativo.
Non sempre i compagni che rientrarono nel P.C.I. hanno saputo portare la ricchezza della loro esperienza, anzi, spesso hanno espresso posizioni di particolare rigidità e chiusura, come se il prezzo da pagare fosse quello di abiurare lo spirito libertario che avevamo conquistato.
Solo il Circolo “26 Luglio” arriva alle soglie del 2000.
Negli anni successivi, quanti non ” lasciarono” o non tornarono nel rassicurante “ventre della balena rossa” continuarono a ricostruire nuove aggregazioni con ciò che si era salvato dal naufragio di altri velieri del movimento.
Così negli anni Ottanta, per molti ex di Avanguardia Operaia, Lotta Continua, “il manifesto” e P.d.U.P., il riferimento politico divenne Democrazia Proletaria, organizzazione che mantenne ancora al centro della sua iniziativa politica la condizione operaia coniugandola con le lotte per la difesa ambientale.
Per molti di noi fu una logica conseguenza visto che già a fine anni Settanta, partecipammo all’esperienza dei collettivi di Democrazia Proletaria assieme a compagni come Roberto Berton (L.C.) e Danilo Roticiani ( A.O.). Con questi gruppi si realizzò pure l’interessante l’esperienza dei “mercatini rossi.”
Localmente sul piano operativo rimase essenzialmente ancora e solo il Circolo “ 26 di luglio” per tutti gli anni Ottanta e Novanta, impegnato nelle varie battaglie sociali e ambientali in particolare contro il nucleare.
Alcuni “ex”, come il sottoscritto, Carmelo, Gerardo, Pasqualino, Danilo, Aurelio e molti giovani che non avevano avuto esperienze con i gruppi degli anni Settanta, ridavano vita al “26 Luglio” erano vivaci e creativi, come Dario D, Tino P, Enzo B, Maurizio M, Enrico G, Gianfranco B. e tanti altri che è difficile ricordare.
Nel 1983, con Federico Cassarino (medaglia doro al valor civile alla memoria), Massimo Letizia, Patrizia Benedetti, Philipe Beun Garbe, coinvolgendo tanti giovani amici frequentatori del “muretto”, ci divertimmo a mettere in scena una mia versione de “La notte di Valpurga.”
Ancora si formò nel 1986, un collettivo studentesco all’I.T.I.S., con Massimo Oliveri, Massimo Di Murro, Andrea Vignoli, Mori, Flavio Santamaria, e tanti altri giovani, protagonisti di molte iniziative interessanti tra cui assemblee d’ Istituto sul Sessantotto, con il sottoscritto, con Basilico, un vecchio operaio della Pirelli, e Giuseppe Gallo, che nel 1968 era studente universitario.
Sulla droga, con Don Gallo e i ragazzi della comunità. Inoltre concretizzammo l’ultima lotta unitaria tra operai e studenti contro le morti sul lavoro, dopo un incidente mortale all’Italsider di Novi.
Le “amministrative” del 1990
Nel 1990, alle elezioni amministrative per il rinnovo del Consiglio Comunale di Novi Ligure, tra il serio e la provocazione improvvisammo una lista rosso/verde.
Quella lista fatta di esponenti dell’area “26 luglio” e rappresentanti di associazioni ambientaliste con grande sorpresa portò a casa due seggi e mandò in consiglio comunale Renato Milano e Danilo Roticiani, che poi, assieme a Gian Battista Cassulo, daranno vita, nel 1993, al “Gruppo misto consiliare”, con l’intento (snobbato) di dare vita, a sinistra, dopo l’implosione dei partiti storici, ad uno schieramento di matrice progressista.
Sempre nel 1990, con Rinaldo Serra (una sorta di “Corto Maltese” con l’America Latina nel cuore, che fu in Nicaragua a portare il suo contributo per il riscatto di quel popolo), il circolo “26 luglio” organizzò l’incontro con il console di Cuba. La guerra del Golfo, nel gennaio del 1991, trovò ancora il circolo “26 Luglio” capace di aggregare decine di giovani nelle iniziative contro la guerra.
Conclusioni
Il circolo “26 Luglio” contribuì sia pure indirettamente alla nascita di un nuovo soggetto politico: Rifondazione Comunista. Infatti, Massimo Di Murro, uno dei giovani dell’ultima leva del “26 Luglio” entrò nel P.C.I. quando per questo partito i nodi stavano venendo al pettine, diventando importante punto di riferimento per chi si voleva impegnare in questo nuovo progetto.
Il circolo “26 Luglio” finì con gloria la sua storia ospitando operai in lotta e il comitato contro le tasse sul metano nato nel 1997, una iniziativa che ebbe un grosso successo popolare, ma che mise in luce la scarsa sensibilità di una sinistra talmente presa dal proprio ruolo “governativo” da renderla incapace di cogliere le istanze popolari che chiedono equità fiscale .
Il grande e lungo tavolo del “26 luglio” diventato nel corso degli anni un magnifico “affresco della memoria,” raccoglieva in quella fine anni Novanta, scritte e imprecazioni dei giovani operai dell’impresa S.E.C.O., impegnati in una delle lotte più significative di quel periodo.
Nel 1996, ci fu una lotta dura, con settimane di picchettaggio ai cancelli delle spedizioni, una lotta contro la prepotenza del nuovo padrone dell’ I.L.V.A..
Gli operai della S.E.C.O., con il loro leader, Raffaele Ferraioli, e i 120 operai dell’I.L.V.A., espulsi dalla fabbrica, molti dei quali colpevoli di essere stati solidali con gli operai dell’impresa, pagarono caro il prezzo della privatizzazione, in una città che si mostrò ormai incapace di esprimere quella solidarietà che, invece, era stata il segno distintivo degli anni Settanta.
Walter Delfini
Novi Ligure- novembre 2004
N.B.: Questi sono frammenti di un vissuto politico raccontati di getto sul filo della memoria senza nessuna pretesa di ricostruzione storica.
(*) Molti di questi avvenimenti si possono trovare in modo più approfondito nelle pagine “La sinistra trenta anni dopo” pubblicate su “Il nostro Giornale” dal 13 novembre 1999 al 21 febbraio 2004.
“IL POSTO FISSO” DI WALTER DELFINI
at Sep 25, 2005 11:48:25 by fuser
Società di Mutuo Soccorso di Capriata d’Orba (Al.)
18-settembre 2004
Intervento di Walter Delfini* per la presentazione del libro di Pippo Carrubba:
“Il posto fisso”
Premessa
Ci troviamo stasera per presentare il libro di Pippo Carrubba, un lavoro importante che ci offre l’opportunità di ricordare e discutere su di un periodo storico quello degli anni Sessanta e Settanta che ha segnato profondamente la vita del Paese e la vita dei diversi attori e protagonisti.
È trascorso molto tempo da allora, tanto che a volte è difficile credere che quei giorni così vivaci di idee e di confronti, di creatività e radicalità, siano mai esistiti.
Il tempo ha scompaginato ogni cosa, oppure ha ricollocato ogni cosa al suo posto.
Mi è capitato di incontrare ex giovani compagni, che volevano fare la “rivoluzione,” e trovarli su posizioni liberiste, e sostenere l’inutilità della scala mobile senza proporre efficaci strumenti per la difesa di salari e pensioni.
Altri invece come Gian Battista Cassulo, che in quei primi anni Settanta, definivamo spregiativamente “riformisti”, hanno mantenuto una limpida coerenza.
Di Pippo, sapremo tutto attraverso il suo libro, mentre di Gian Battista Cassulo, voglio ricordare che in quel periodo era appunto un riformista, un giovane socialista, poi repubblicano. Gian Battista, ha sempre avuto un alto senso della democrazia, è sempre stato convinto della necessità della “partecipazione politica dal basso”, e ha lottato per la dignità e l’onestà del fare politica. Ancora oggi è impegnato nel movimento, in particolare contro il Terzo Valico, spaziando tra organizzazione e cultura. Il fatto di trovarci assieme in questa occasione e dentro questi movimenti spontanei, significa che nel tempo, le affinità dei contenuti e del sentire comune, sono più forti delle affinità ideologiche.
Il nostro ospite, l’On. Giovanni Russo Spena, parlamentare di Rifondazione Comunista è stato un protagonista storico degli anni Settanta, un intellettuale di particolare sensibilità, impegnato da sempre nella difesa dei più deboli, in contesti internazionali e nazionali, con un’attenzione particolare alla condizione di vita nelle nostre carceri, ha ricoperto l’incarico di segretario di Democrazia Proletaria, di cui è stato tra i fondatori, un’organizzazione politica, che forse unica, ha tentato di coniugare la difesa del lavoro con la difesa dell’ambiente, una condizione essenziale per superare in positivo quelle che spesso appaiono come contraddizioni insanabili.
Gli anni affollati
In generale, gli anni Settanta, ci vengono rappresentati con immagini di violenza.
Non che questi episodi non ci fossero, ma di certo erano marginali rispetto alla ricchezza e alla profondità di valori che i movimenti nati in quegli anni hanno espresso.
Spesso si tende ad occultare un fatto storico importante e cioè che per la prima volta nella nostra storia, gli studenti, gli universitari, la scuola, la cultura, intrecciano un rapporto dialettico e di scambio con la classe operaia.
La classe operaia e gli strati sociali più deboli, imparano a mettere in campo la loro forza, conquistando agibilità politica e diritti.
La classe operaia si fece soggetto politico e la sua insorgenza influenzò positivamente ogni settore della società.
Nascevano ovunque comitati: di operai e studenti, di quartiere, di strada, di inquilini, di occupazione delle case sfitte.
Il mondo dello spettacolo e della cultura, il teatro (ad esempio Dario Fo) erano sempre più strumento di divulgazione, provocazione e dibattito.
Le donne lottavano per uscire dal ghetto della società maschilista, il movimento femminista e le donne dentro il movimento e dentro le organizzazioni della nuova sinistra cambiavano il modo di far politica e del vivere sociale.
Persino nelle caserme i militari rompevano la disciplina e davano vita ai “Proletari in divisa”, un’esperienza su cui abbiamo lavorato anche a Novi.
Poi ancora, nasceva Medicina democratica e nel campo della psichiatria, crescevano interessanti ed innovative esperienze, Basaglia e l’ospedale psichiatrico di Gorizia, che finalmente davano dignità di persona al “malato” ed al “folle”.
Anche il mondo cattolico era in subbuglio, se in Francia, c’erano i preti operai, in Italia si svilupparono esperienze importanti per avvicinare la chiesa ai poveri e alla gente, ricordiamo Don Milani, e la testimonianza della comunità cristiana dell’isolotto a Firenze. Tutto dirompeva ovunque come un fiume in piena.
Il quadro internazionale
Il quadro internazionale era dominato dalle grandi lotte di liberazione in Africa, in Asia e in America Latina.
La rivoluzione Cubana e l’internazionalismo del “Che” Guevara. La rivoluzione culturale cinese.
Il Viet-Nam, e l’onda pacifista dei grandi movimenti contro la guerra, che dagli Stati Uniti, invase tutto l’occidente e l’Europa, dove già incontenibile era il bisogno libertario. Il maggio francese avviò il terremoto del ’68. Le rivolte studentesche erano ovunque, Stati Uniti, Berlino, Tokio, Londra, Milano e Roma .
Almeno due furono gli avvenimenti che condizionarono negativamente i nostri movimenti. Uno il colpo di stato dei Colonnelli in Grecia, che alimentò e fece da sponda alle trame dei servizi, alle strategie golpiste e stragiste che insanguinarono il nostro Paese con i tentativi di usare il conflitto sociale per instaurare un regime autoritario.
È da questo contesto che pezzi del movimento iniziarono a privilegiare l’idea dell’autodifesa e poi dell’attacco, la lotta armata.
Discutendo di questo non si deve dimenticare che nel nostro Paese c’era chi voleva fare il colpo di stato e a questo scopo ha fatto le stragi.
L’altro avvenimento traumatico per la sinistra fu l’invasione della Cecoslovacchia da parte dell’esercito del patto di Varsavia.
Il soffocamento della “Primavera di Praga” fu un conto che tutti noi della sinistra dovevamo tirare.
Personalmente trovavo inconciliabile la mia idea di comunismo, con una pratica autoritaria, militarista e imperialista.
Questa, con altre idee di rinnovamento, di rapporto con i movimenti, furono gli elementi di confronto dentro il P.C.I. novese, di fine anni Sessanta.
Nodi che vennero ancor più al pettine con il caso “manifesto”. Ma i nodi non furono sciolti, furono tagliati.
Venti anni dopo quel 1969, il P.C.I. cambiò pelle, ma senza mai fare veramente i conti con se stesso.
Da Praga al crollo del “Muro di Berlino” ha consumato ogni occasione per essere veramente altra cosa.
I compagni de “il manifesto” furono radiati, noi a Novi decidemmo di andarcene e fu una avventura entusiasmante.
Il quadro italiano
Il quadro Italiano degli anni Settanta, ha come crogiuolo gli anni Sessanta, con le contraddizioni di un caotico sviluppo economico e industriale, che ha prodotto il più grande fenomeno di immigrazione dal Sud al Nord del Paese e dalle campagne alle città.
Dalle tumultuose giornate del Giugno/Luglio del ‘60, contro il congresso del M.S.I., a Genova - medaglia d’oro della Resistenza - si avrà un crescendo di movimenti di piazza e di avvenimenti apparentemente separati, tra di loro, ma che rappresentavano l’humus, su cui nasceva qualcosa di nuovo.
A Genova (30 giugno 1960), i giovani con le magliette a strisce, i partigiani, la sinistra, i democratici, costrinsero il governo Tambroni, in carica con i voti fascisti, alle dimissioni. Ma è nel 1962, che si assiste alla prima prova della insubordinazione operaia: a Torino la U.I.L., dopo alcuni giorni di scioperi firma un accordo separato con la FIAT, gli operai escono dalla fabbrica, la maggioranza sono giovani operai, vanno a Piazza Statuto e tirano sassi contro la sede sindacale, inizia un rapporto di forte critica operaia nei confronti delle organizzazioni sindacali.
Intellettuali come Raniero Panieri, sono attenti al fenomeno, analizzano e entrano nel merito delle nuove contraddizioni. Molti ricorderanno i “Quaderni Rossi” e i “Quaderni Piacentini”.
Abbiamo anche un primo caso di delinquenza con sfumature politiche: la “banda Cavallero”, compie rapine parlando di finanziamento della rivoluzione.
Le organizzazioni politiche che nascevano dentro questo magma vitale, come Potere Operaio, Lotta Continua, Avanguardia operaia, e poi “il manifesto” si adoperavano per allargare e socializzare le esperienze delle avanguardie su tutto il territorio nazionale, ognuno con la loro specificità. Democrazia Proletaria nascerà sul finire degli anni Settanta, per riunificate gli spezzoni di movimento e tenere viva l’identità di classe.
C’è in quegli anni un fermento nuovo soprattutto dentro le grandi fabbriche, è l’inizio di esperienze di lotta operaia che sfuggono al controllo del sindacato.
A Marghera, a Torino, a Milano, gli operai si riuniscono in assemblea, escono dalle fabbriche per coinvolgere i quartieri, si inventano nuove forme di lotta dette a “Gatto selvaggio” entrando in conflitto con le forme di rappresentanza sindacale, le vecchie “Commissioni interne”.
Si eleggono i delegati del gruppo omogeneo e di reparto, tutto su scheda bianca, si mette in discussione l’organizzazione del lavoro, si lotta contro il cottimo e contro la nocività dell’ambiente di lavoro.
Si chiedono aumenti salariali uguali per tutti e la riduzione del ventaglio salariale, è la stagione dell’egualitarismo.
Insomma si verifica una rottura con l’economicismo del passato. Il sindacato reagisce a queste spinte, cerca di recuperare, di inglobare, come si diceva allora “cavalcava la tigre”. Tutto sommato fu un’operazione positiva in quanto dall’istanza dei delegati, nasce il “sindacato dei consigli” con la conquista del diritto di assemblea nelle fabbriche e in tutte le realtà lavorative.
Si realizzeranno anche i Consigli di zona, che per noi della nuova sinistra, dovevano comprendere i delegati di tutte le realtà sociali e degli studenti, così che, quasi quasi, si andavano a sostituire i Consigli comunali con la democrazia diretta.
Era un’idea che veniva naturale a molti operai e delegati diciamo più autonomi e politicizzati.
Personalmente sono molto legato alla esperienza consiliare, è stata una delle cose più importanti, in fabbrica si discuteva di tutto non solo di questioni specifiche, questo ha permesso una crescita incredibile, un arricchimento culturale per tutti gli operai.
Sono gli anni delle grandi conquiste sociali, e dei diritti civili: da un versante, le pensioni sociali, la riduzione dell’orario di lavoro, il diritto allo studio con le 150 ore, il diritto alla salute contro la sua monetizzazione. Dall’altro, l’obiezione di coscienza al servizio militare, il divorzio, l’aborto.
Da sottolineare l’attenzione alle forme di lotta , che costavano poco agli operai e molto ai padroni.
Nei servizi si cercava di costruire un’alleanza con gli utenti: a Milano, i tranvieri in sciopero non fecero pagare il biglietto. Si diffuse la pratica dell’autoriduzione, ad esempio delle bollette elettriche, con l’appoggio della camera del lavoro di Torino.
Non come oggi che sul prelievo fiscale sul metano da riscaldamento, nonostante il lavoro svolto dal Comitato novese, con cui hanno collaborato anche Pippo e Gianni Carbone, per questa zona, le migliaia di firme e le delibere comunali, sono andate al macero, non c’è stato un partito che abbia avuto la sensibilità di raccogliere questa istanza popolare. A questo proposito mi chiedo il perché la sinistra sia reticente su problemi importanti per la gente come l’imposizione fiscale, delegando di fatto il problema alla demagogia delle destre.
La situazione nel Novese
A Novi, nei primi anni Sessanta, arrivava solo l’eco di ciò che accadeva nel resto del Paese, solo gli universitari e chi per lavoro si muoveva, poteva entrare in contatto con i movimenti nelle grandi città.
Gli studenti cattolici si radunarono attorno a don Mario Albertella. Molti di loro confluiranno poi nel gruppo novese de “il manifesto”.
La tensione nelle fabbriche montava, lotte particolarmente significative furono fatte per conquistare il diritto di assemblea e per i contratti. In particolare alla Delta, la Sival, la Vosa.
Si ebbe addirittura la contestazione nel febbraio del ‘69, al ballo dell’Accademia filarmonica, in via Girardengo, tempio della “Novi bene”.
Ma fino a tutto il ‘69, chi si interessava di politica era ancora dentro i partiti tradizionali della Sinistra.
Sul piano politico e culturale importate è stato il ruolo di Giambattista Lazagna, il comandante partigiano “Carlo” che eletto tra il ‘67- ‘68 presidente dell’A.N.P.I. di Novi, inizia una serie di incontri con personaggi di rilievo, della politica e della cultura, tra questi Feltrinelli, che espulso dalla Bolivia, viene a Novi, su invito di Lazagna a presentare il libro di Regis Debray: “Rivoluzione nella rivoluzione.”
E’ l’inizio di una parabola dolorosa che porta il partigiano Lazagna in carcere, poi al confino a Rochetta Ligure, ed infine ad un lungo isolamento politico.
Per quanto riguarda noi dissidenti nel PCI, avevamo sperato in un qualche sussulto di cambiamento in sintonia con quanto stava accadendo intorno. Con l’uscita della rivista de “il manifesto” che poneva a tutto il partito questioni di fondo e in particolare la forte critica per la scarsa autonomia da Mosca, attendevamo l’apertura di una grande discussione, di un forte confronto. Nulla di tutto questo.
Uscimmo in cinque o sei, ma dopo poco tempo eravamo tantissimi, costituimmo i gruppi operai in tutte le fabbriche più importanti, e anche nelle piccole aziende della zona, analizzavamo i contenuti degli accordi per denunciare le eventuali fregature, o rilanciare obiettivi importanti. Anche a Novi gli studenti si organizzarono diventando un vero movimento. Molti degli attuali protagonisti della politica e della cultura del novese e non solo sono cresciuti frequentando il Circolo “26 luglio”, ed “il manifesto.”
Coloro che ci dissero: “diventerete socialdemocratici”, hanno aspettato che crollasse il Muro di Berlino per poi andare ben oltre !!!
Insomma non è un caso che quasi nulla delle grandi esperienze di lotta e di forme di democrazia diretta, assieme alle grandi conquiste, sia stato recuperato, difeso, o rielaborato.
Oggi la classe operaia ha una debole rappresentanza politica e pare abbia perso la memoria di quando si auto-rappresentava.
Caro Pippo, “il posto fisso”, per noi era una conquista, oggi da più parti è considerato roba vecchia, ma in compenso continuiamo a contare i nostri morti sul lavoro.
Un grazie a tutti i convenuti da Walter Delfini.
(*) Walter delfini (ex operaio Ilva-Italsider), assieme ad altri compagni, negli anni Settanta, ha fondato a Novi Ligure il gruppo novese de “il manifesto” ed il Circolo “26 Luglio”.
Coordinatore dell’ex Comitato contro il prelievo fiscale sulla bolletta del metano.