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NEWS IRAQ:

Nov 16, 2005 - UCCISO UN ALTRO AVVOCATO DELLO STAFF DI SADDAM HUSSEIN
Nov 8, 2005 - “IO SONO STATO A FALLUJA”
Nov 7, 2005 - WHO'S THE TERRORIST?
LA STRAGE NASCOSTA
"Ho sentito io l'ordine di fare attenzione perché veniva usato il fosforo bianco su Fallujah . Nel gergo militare viene chiamato Willy Pete. Il fosforo brucia i corpi, addirittura li scioglie".
È questa la tremenda testimonianza di Jeff Englehart,veterano della guerra in Iraq. "Ho visto i corpi bruciati di donne e bambini- ha aggiunto l'ex militare statunitense-il fosforo esplode e forma una nuvola,chi si trova nel raggio di 150 metri è spacciato".

Oct 31, 2005 - NO ALLA TORTURA. Si conceda subito il visto di ingresso a Haj Alì
Oct 24, 2005 - RUBATE IN USA LE AUTO «SUICIDE» IN IRAK
Jun 29, 2005 - LA RESISTENZA IN TUTTE LE SUE FORME E’ UN DIRITTO LEGALE INALIENABILE DEL POPOLO IRACHENO SOTTOMESSO AD OCCUPAZIONE
Jun 29, 2005 - LA RESISTENZA VIOLENTA NASCE DA UN'OCCUPAZIONE MILITARE VIOLENTA - Un punto di vista su alcune questioni attinenti la Resistenza Irakena

UCCISO UN ALTRO AVVOCATO DELLO STAFF DI SADDAM HUSSEIN at Nov 16, 2005 11:35:12 by fuser



Baghdad, 8 nov. (PL) - Un avvocato del gruppo della difesa nel processo contro Saddam Hussein, ex presidente dell’Iraq e contro diversi tra i suoi subordinati, è morto in un attentato avvenuto nella zona ovest della capitale Baghdad, martedì 8.

Il professionista ucciso era Adel al Zubeidi. Alcuni sconosciuti mascherati gli hanno sparato dopo aver bloccato la sua automobile con la quale viaggiava con dei colleghi di cui non si conoscono i nomi. Uno è stato ferito, hanno detto portavoce del ministero di giustizia iracheno.

Al Zubeidi rappresentava l’accusato Taha Yassin Ramadan, imputato con Saddam Hussein di presunti crimini di lesa umanità.

Nell’ottobre scorso Sadddoun al Janabi, difensore di Awad al Bandar, un altro incriminato nel caso Hussein è stato sequestrato, torturato e ucciso da un gruppo armato.

Il suo corpo era stato trovato vicino a una moschea a est di Baghdad.

Il colonello Mahmoud Passim, capo dell’unità d’investigazioni nella città di Bassora, a sud, è morto per lo scoppio d’una mina terrestre.

Nell’incidente avvenuto nella zona di Abu al Jasib hanno perso la vita un agente e quattro sono stati feriti, ha informato il ministero degli interni.

Il comunicato dice che i ribelli hanno ammazzato un poliziotto e ferito altri cinque a Baluba, a nord di Baghdad.

Nella città petrolifera di Kirkut un altro agente è stato ucciso e tre feriti per l’esplosione d’una bomba al passaggio d’una pattuglia.

In un attentato realizzato martedì 8, sono stati feriti vari agenti di polizia in un quartiere periferico a est di Baghdad, hanno detto fonti della sicurezza.

FONTE: http://www.granma.cu/italiano/2005/noviembre/mier9/iraq.html


“IO SONO STATO A FALLUJA” at Nov 8, 2005 10:45:15 by fuser

“Io sono stato a Falluja”
Di gc (del 08/11/2005 @ 08:23:29, in Articoli in italiano, linkato 202 volte)

Javier Couso, fratello di José, il cameraman di Tele5 assassinato a Baghdad dagli statunitensi, ha visitato Falluja. Ha raccolto eccezionali testimonianze sull’uso di armi chimiche e sulla sistematica violazione di diritti umani nella città martire dove 50.000 civili avrebbero trovato la morte sotto le bombe e i rastrellamenti statunitensi

Intervista di Gennaro Carotenuto

Javier è nato a El Ferrol, in Galizia, la brutta città portuale dove è nato Francisco Franco, da una famiglia di tradizioni militari. È una frequentazione che lo aiuta nella straordinaria precisione con la quale descrive armamenti e fatti bellici. E la guerra, quella d’Iraq, ha cambiato la vita di Javier stroncando quella di suo fratello José, [//]assassinato deliberatamente il giorno prima della presa di Baghdad mentre lavorava all’interno dell’Hotel Palestina. Sui fatti del Palestina dove trovarono la morte José Couso e Taras Protsyuk, Javier è in grado di esibire documentazioni inoppugnabili che testimoniano come un plotone dell’esercito statunitense quella mattina ebbe l’ordine “di andare a giornalisti”, colpendo prima Al Jazeera, quindi Al Arabija e quindi l’Hotel Palestina.

Il documentario di RaiNews24 conferma visivamente quello che Javier racconta da mesi a chi lo vuole ascoltare. È tra i pochissimi occidentali ad avere visitato la Guernica irachena e considera pienamente credibile il numero di 50.000 civili morti in una città che prima della guerra contava 350.000 abitanti.

“Non è stato facile entrare –la sua visita risale allo scorso aprile- ma eravamo talmente determinati che ci siamo riusciti. Portavamo materiale sanitario. Ancora oggi si combatte in città e anche in nostra presenza cadde un marine. Tutte le case, tutte le moschee sono distrutte”, racconta. Durante tutte le guerre il rispetto dei luoghi di culto è stato garantito ed ogni volta che è stato violato, la violazione è stata considerata un sintomo di barbarie. “In Iraq invece fin dall’inizio le moschee sono state considerate bersagli legittimi e secondo me è stata una scelta precisa, un modo deliberato di provocare la guerra civile nel paese”.

È difficile pensare ad un gruppo di sette spagnoli attraversare l’Iraq. “Ma gli iracheni, nonostante tutto sanno distinguere tra gli occidentali. Il nostro gruppo è stato accolto con baci ed abbracci e ringraziandoci per il ritiro delle truppe spagnole”. Nel quartiere di Adamilla di Baghdad, considerato “100% resistente”, “in un primo momento ci furono gesti minacciosi, ma sapevano perfettamente chi era mio fratello e quindi anche lì siamo stati accolti bene”. Non è l’esperienza di altri occidentali, incluso sequestrati come Giuliana Sgrena del Manifesto: “e chi lo sa chi ha sequestrato Giuliana e a quali interessi rispondevano?” risponde Javier.
“Abbiamo prove di famiglie intere assassinate, che le donne sono state tutte stuprate in maniera sistematica dalle truppe statunitensi, di bambini crivellati di colpi nelle loro culle, di persone assassinate mentre esibivano stracci bianchi in segno di resa, di cani mangiando i cadaveri che gli invasori per giorni e giorni hanno impedito di seppellire”. I fatti narrati dalla testimonianza diretta di Javier sono comparabili ai racconti sull’occupazione nazista in Europa Orientale.

Dappertutto Javier Couso ha raccolto testimonianze sull’evidenza dell’uso di armi chimiche, napalm, fosforo e sulle strane malattie che stanno dilagando nella città: “Il quartiere di Jolan è distrutto al 95%. Ma non è distrutto in maniera normale. La pietra si è sbriciolata, trasformandosi non in macerie ma in sabbia. Non so che tipo di esplosivo di enorme potenza possa essere stato usato. Tutti parlano di armi chimiche, di persone praticamente consumate e soprattutto delle malattie che colpiscono i sopravvissuti”.
Il supplizio per Javier non è finito, le umiliazioni dei sopravvissuti sono costanti: “Una scuola elementare è rimasta intatta e quindi occupata. Ho visto i bambini fare lezione proprio di fronte, sotto un telo di plastica e bruciati dal sole”. Tutti i servizi sanitari sono stati colpiti e oggi sono di fatto inesistenti: “L’esperienza più terribile che ho vissuto direttamente è stata vedere morire davanti ai miei occhi un ragazzo di 22 anni per una crisi respiratoria leggera. Abbiamo condiviso la disperazione dei medici. Se solo avessero avuto un po’ di ossigeno si sarebbe salvato”.

L’invasione, secondo Couso è cominciata proprio dall’ospedale: “I racconti dicono che sono entrati picchiando e rubando sistematicamente, i gringos hanno rubato tutto quello che hanno potuto. Hanno riunito medici e infermieri, li hanno ammanettati e lasciati inginocchiati con la testa per terra tutta la notte”. Qui la testimonianza di Javier Couso si fa se possibile più cruda: “Per almeno otto giorni, mentre la città veniva coventrizzata, in nessun ospedale, in nessun ambulatorio, in nessun centro medico è stato permesso che affluisse un solo ferito. Questo testimonia che tutti i feriti hanno ricevuto il colpo di grazia o sono stati lasciati morire dissanguati”. Le immagini che hanno fatto il giro del mondo e che sono state rapidamente silenziate, confermano la testimonianza di Couso. “È che loro –gli statunitensi- non lo negano. Semplicemente rivendicano di avere fatto un uso adeguato della forza, secondo le loro regole di combattimento. Suppongo che siano le stesse regole di combattimento dei nazisti”.

http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=313

WHO'S THE TERRORIST?
LA STRAGE NASCOSTA
"Ho sentito io l'ordine di fare attenzione perché veniva usato il fosforo bianco su Fallujah . Nel gergo militare viene chiamato Willy Pete. Il fosforo brucia i corpi, addirittura li scioglie".
È questa la tremenda testimonianza di Jeff Englehart,veterano della guerra in Iraq. "Ho visto i corpi bruciati di donne e bambini- ha aggiunto l'ex militare statunitense-il fosforo esplode e forma una nuvola,chi si trova nel raggio di 150 metri è spacciato".
at Nov 7, 2005 11:19:15 by fuser

http://www.rainews24.rai.it/Notizia.asp?NewsID=57784

Iraq. Rainews24: l'esercito degli Stati Uniti ha usato fosforo bianco a Fallujah nel 2004

http://www.rainews24.rai.it/ran24/inchiesta/default_02112005.asp


La strage nascosta

di Sigfrido Ranucci

"Ho sentito io l'ordine di fare attenzione perché veniva usato il fosforo bianco su Fallujah . Nel gergo militare viene chiamato Willy Pete. Il fosforo brucia i corpi, addirittura li scioglie".

È questa la tremenda testimonianza di Jeff Englehart,veterano della guerra in Iraq. "Ho visto i corpi bruciati di donne e bambini- ha aggiunto l'ex militare statunitense-il fosforo esplode e forma una nuvola,chi si trova nel raggio di 150 metri è spacciato".

Testimoni hanno visto "una pioggia di sostanze incendiarie di vario colore che, quando colpivano, bruciavano le persone e anche quelli che non erano colpiti avevano difficoltà a respirare", racconta Mohamad Tareq al-Deraji, direttore del centro studi per i diritti umani di Fallujah.

http://www.repubblica.it/2005/k/sezioni/esteri/iraq71/rainews/rainews.html

Inchiesta shock di "Rai News 24": l'agente chimico usato
come arma. Un veterano: "I corpi si scioglievano"

"Fosforo bianco contro i civili"
Così gli Usa hanno preso Falluja

Un documento svela anche un test su un nuovo tipo di Napalm

ROMA - In gergo i soldati Usa lo chiamano Willy Pete. Il nome tecnico è fosforo bianco. In teoria dovrebbe essere usato per illuminare le postazioni nemiche al buio. In pratica è stato usato come arma chimica nella città ribelle irachena di Falluja. E non solo contro combattenti
e guerriglieri, ma contro civili inermi. Gli americani si sarebbero resi responsabili di una strage con armi non convenzionali, la stessa accusa di cui deve rispondere l'ex dittatore iracheno Saddam Hussein.
Questo racconta un'inchiesta di Rai News 24, il canale all news della Rai svelando uno dei misteri del fronte di guerra tenuto più nascosto dell'intera campagna americana in Iraq.

"Ho sentito io l'ordine di fare attenzione perché veniva usato il fosforo bianco su Fallujah. Nel gergo militare viene chiamato Willy Pete. Il fosforo brucia i corpi, addirittura li scioglie fino alle
ossa", dice un veterano della guerra in Iraq a Sigfrido Ranucci, inviato di Rai News 24.

"Ho visto i corpi bruciati di donne e bambini - aggiunge l'ex militare statunitense - il fosforo esplode e forma una nuvola. Chi si trova nel raggio di 150 metri è spacciato".

L'inchiesta di Rai News 24, Fallujah. La strage nascosta, in onda domani su Rai3, presenta, oltre alle testimonianze di militari statunitensi che hanno combattuto in Iraq, quelle di abitanti di
Fallujah. "Una pioggia di fuoco è scesa sulla città, la gente colpita da queste sostanze di diverso colore ha cominciato a bruciare, abbiamo trovato gente morta con strane ferite, i corpi bruciati e i vestiti intatti", racconta Mohamad Tareq al Deraji, biologo di Falluja.

"Avevo raccolto testimonianze sull'uso del fosforo e del Napalm da alcuni profughi di Falluja che avrei dovuto incontrare prima di essere rapita - dice nel servizio la giornalista del Manifesto rapita in Iraq (proprio a Falluja) nel febbraio scorso, Giuliana Sgrena, a Rai News 24 - Avrei voluto raccontare tutto questo, ma i miei rapitori non me l'hanno permesso".

Rainews 24 mostrerà documenti filmati e fotografici raccolti nella città irachena durante e dopo i bombardamenti del novembre 2004, dai quali risulta che l'esercito americano, contrariamente a quanto dichiarato dal Dipartimento di Stato in una nota del 9 dicembre 2004, non ha usato l'agente chimico per illuminare le postazioni nemiche, come sarebbe lecito, ma ha gettato fosforo bianco in maniera indiscriminata e massiccia sui quartieri della città.

Nell'inchiesta, curata da Maurizio Torrealta, vengono trasmessi anche documenti drammatici che riprendono gli effetti dei bombardamenti anche sui civili, donne e bambini di Falluja, alcuni dei quali sorpresi nel sonno.

L'inchiesta mostra anche un documento dove si prova l'uso in Iraq di una versione del Napalm, chiamata con il nome MK77. L'uso di queste sostanze incendiarie su civili è vietato dalle convenzioni dell'Onu del 1980. Mentre l'uso di armi chimiche è vietato da una convenzione
che gli Stati Uniti hanno firmato nel 1997.

Fallujah. La Strage Nascosta verrà trasmessa da Rai News domani 8 novembre alle ore 07.35 (sul satellite Hot Bird, sul canale 506 di Sky e su Rai Tre), in replica sul satellite Hot Bird e sul canale 506 di Sky alle 17 e nei due giorni successivi.

(7 novembre 2005)

NO ALLA TORTURA. Si conceda subito il visto di ingresso a Haj Alì at Oct 31, 2005 04:25:18 by fuser


NO ALLA TORTURA. Si conceda subito il visto di ingresso a Haj Alì
di Mauro Palma*

Una delle azioni concrete per prevenire la tortura e le altre forme di maltrattamenti delle persone private della libertà è, senza dubbio, la diffusione della conoscenza del fenomeno, delle tristi e crudeli pratiche che, tuttora lontane dall’essere debellate, avvengono in particolari contesti, delle loro finalità, dei loro effetti. Solo conoscendo, si costruisce e si consolida il rifiuto della tortura e si rafforza il convincimento sull’assolutezza della sua proibizione.

Non solo, ma ridare parola alle vittime, aiutandole a ricostruire il proprio dramma, ascoltandole, è parte del loro recupero perché dà loro la possibilità di intravedere una qualche utilità nella negatività dell’esperienza sofferta: quella di prevenire il suo riprodursi.

Per questo le organizzazioni e le istituzioni che hanno il compito di combattere la tortura e prevenirla, da sempre sottolineano due necessità da tenere assieme: punire i responsabili e garantire alle vittime forme di recupero. Tra queste è centrale la possibilità di circolare liberamente per far conoscere la propria storia.

Lascia, quindi, sconcertati la notizia del rifiuto di concedere il visto d’ingresso in Italia al cittadino irakeno Haj Alì, icona dell’attualità della tortura, nella sua immagine incappucciata con gli elettrodi attaccati al corpo, che è entrata attraverso i mezzi di comunicazione in tutte le case. La sua presenza in Italia era finalizzata alla partecipazione a incontri pubblici in cui, appunto, narrare la propria storia.

La motivazione burocratica che sembra essere stata addotta – la mancata possibilità di rilasciargli un visto in Giordania dove è riparato, perché non residente in tale Stato – non può essere credibilmente sostenuta perché implicherebbe per lui la necessità di tornare in Iraq per chiedere il visto, con ovvie conseguenze. Tale motivazione suona piuttosto come sottovalutazione della gravità del trattamento da lui subito e come non volontà a cooperare perché tali esperienze siano definitivamente bandite dalla nostra contemporaneità.

L’Italia ha sin da subito ratificato sia la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, sia la Convenzione Europea per la sua prevenzione. Ha quindi assunto obblighi internazionali a cooperare affinché «nessuno sia sottoposto a tortura o a trattamenti inumani o degradanti». Per questo ci si attende dai suoi Organi centrali e periferici un atteggiamento conseguente e il positivo impegno a contribuire a ogni iniziativa che rafforzi la lotta contro la tortura.

Il governo italiano e i governi degli altri Paesi europei a cui analoga richiesta di ingresso viene rivolta in questi giorni devono trovare speditamente la via idonea affinché il torturato Haj Alì abbia accesso in Europa e possa così socializzare la propria drammatica esperienza.

* Componente per l’Italia del Comitato Europeo per la Prevenzione della tortura,dei trattamenti e delle pene inumane o degradanti Strasburgo

RUBATE IN USA LE AUTO «SUICIDE» IN IRAK at Oct 24, 2005 10:45:59 by fuser

Rubate in USA le auto «suicide» in Irak
Maurizio Blondet
19/10/2005

da http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=696¶metro=esteri

IRAK - Parecchie delle auto usate dai terroristi per attacchi suicidi in Iraq risultano rubate…negli Stati Uniti (1).
La «strana» circostanza è emersa lo scorso novembre, quando truppe USA a Falluja hanno scoperto, in un covo di terroristi, uno «Sport Utility Vehicle» (SUV) a quattro ruote motrici preparato per esplodere.
Il SUV aveva una targa del Texas.
In diversi altri casi, ammette ora l'FBI, macchine che risultano rubate in America sono comparse in Iraq, in mano ad «Al Qaeda» e ad «Al Zarqawi», e usate in attentati- kamikaze che hanno ucciso, oltre migliaia di inermi civili iracheni, anche decine di soldati americani.
«Non è detto che queste auto siano rubate specificamente per commettere attentati in Medio Oriente», ha dichiarato John Lewis, ispettore dell'FBI.

«Probabilmente sono auto contrabbandate da reti di delinquenti internazionali che hanno fra i loro clienti anche dei terroristi».
Fatto è che l'FBI sta conducendo una vasta inchiesta sulla faccenda.
E si sono creati tutta una teoria per spiegare la stranezza.
I terroristi «preferiscono auto con targa USA» in Iraq perché queste auto «sono in genere più grosse» di quelle europee o giapponesi usate dagli iracheni, perché possono infiltrarsi in una colonna di automezzi militari americani senza destare sospetti, e perché non è immediato identificarle come rubate, in Iraq dove operano 30 mila mercenari privati a contratto del Pentagono, per lo più americani e alla guida di grossi SUV americani.
Secondo la teoria dell'FBI, questi automezzi vengono rubati da ladri locali, poi caricati clandestinamente in vari porti: a Los Angeles, Houston e Seattle.

Per ricomparire nella malvagia Siria, da cui vengono contrabbandate ad «Al Qaeda in Iraq».
Non sfuggirà a nessuno che basta un'ipotesi meno cervellotica per spiegare la stranezza.
Il sostegno logistico dell'occupazione USA in Iraq richiede un flusso continuo di grandi navi militari e da carico fra gli USA e il porto di Bassora.

La pancia di quelle navi, carica di ogni tipo di materiale, può ben portare anche le grosse auto che poi compaiono in mano ad «Al Zarqawi» per quegli attentati così utili a giustificare la permanenza armata americana, «altrimenti l'Iraq affonderebbe in una guerra civile» tra sunniti e sciiti.
Auto rubate in Europa sarebbero molto più difficili da portare nella lontana e complicata destinazione irachena.
La presenza in loco dei 30 mila mercenari privati, e di varie squadre di assassinio del Mossad, può avere una particina negli attentati e anche nel trasporto.
Tali attentati sono definiti invariabilmente compiuti da «suicidi» islamici, senza che ne venga mai fornita una prova.

Maurizio Blondet

Note
1) Bryan Bender, «Cars stolen in US used in suicide attacks», Fairfax Digital, 4 ottobre 2005. Il Fairfax Digital è un giornale australiano online. Bryan Bender è il corrispondente da Washington.

LA RESISTENZA IN TUTTE LE SUE FORME E’ UN DIRITTO LEGALE INALIENABILE DEL POPOLO IRACHENO SOTTOMESSO AD OCCUPAZIONE at Jun 29, 2005 05:41:48 by fuser

www.resistenze.org - popoli resistenti - iraq - 15-06-05

da: www.rebelion.org - 01-06-2005
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=15942

Documento finale della Seconda Assemblea del Congresso della Fondazione Nazionale Irachena

IraqSolidaridad

Il Congresso della Fondazione Nazionale Irachena (CFNI) ha convocato la sua seconda assemblea sabato 7 maggio 2005 nella sede dell'Associazione degli Avvocati Iracheni di Baghdad. La riunione di partiti politici, movimenti e personalità contro l'occupazione ha affrontato il mutevole scenario politico attuale e l'operato del CFNI nel corso del suo primo anno.

Durante la riunione sono stati trattati gli avvenimenti che hanno preceduto, accompagnato e seguito le elezioni [del 30 gennaio], così come le conseguenze dei continui attacchi ed incursioni a città irachene [da parte delle forze d’occupazione]. I suoi membri hanno messo in guardia rispetto alla grave tendenza a fomentare la divisione e lo scontro all’interno del popolo iracheno, attraverso l'adozione di quote settarie ed etniche nella composizione del governo, così come rispetto all'aumento dell'insicurezza ed del caos in tutte le aree del paese.

Il CFNI ha rivisto criticamente il suo ruolo di attivista politico, organizzativo ed informativo, ed ha deciso di confermare i principi patriottici espressi nella sua carta fondativa, [...] enfatizzando i seguenti punti:

1. Il CFNI respinge l'occupazione straniera dell'Iraq e lavora affinché questa abbia termine in tutti i suoi aspetti possibili, compreso l'annullamento di tutte le sue conseguenze politiche, economiche, educative e morali. La richiesta minima dell'attuale governo dovrebbe essere una dichiarazione [da parte degli occupanti] di un calendario di ritirata incondizionata delle truppe straniere dell'Iraq. Questa è la condizione irrinunciabile perché noi integranti del CFNI decidiamo di partecipare alla redazione della Costituzione, alle prossime elezioni ed a qualunque altro processo politico [1].

2. Il CFNI conferma il diritto legale della resistenza irachena in tutte le sue forme come diritto inalienabile di un popolo sottomesso ad occupazione. La resistenza costituisce, in tutte le sue modalità ed opzioni, parte essenziale del movimento di liberazione nazionale. La resistenza irachena, insieme alla resistenza palestinese, ed ai movimenti mondiali per la pace, anti-globalizzazione ed anti-egemonia, costituiscono congiuntamente la principale barriera contro l'imperialismo statunitense ed i piani sionisti d’imporre la loro volontà all'umanità.

3. Il CFNI conferma l'unità dell'Iraq come popolo e come territorio, così come la sua identità islamico-araba in termini culturali e non etnici, confermando tutti i diritti culturali e nazionali delle componenti del popolo iracheno al fine di respingere tutti i piani il cui obiettivo sia minare la sovranità e condurre alla divisione del paese, specialmente nella forma federale espressa nella Legge Amministrativa [2].

4. Il CFNI condanna il collasso della sicurezza in Iraq e fa un appello a lottare contro il crimine organizzato, l'assassinio di scienziati ed il sequestro di cittadini. [Il Congresso] condanna ugualmente il terrorismo sospetto, del quale sono oggetto vite innocenti di iracheni, installazioni e proprietà pubbliche, e dichiara che tali pratiche sono completamente aliene alla storia ed ai costumi del popolo iracheno.

5. Il CFNI condanna tutte le tensioni sospette che sono esplose ultimamente [3], che minacciano di spargere i semi di conflitti ed odii etnici, religiosi e confessionali. [Il CFNI] ne attribuisce la responsabilità alle forze d’occupazione, al Consiglio Provvisorio di Governo ed al Governo di Transizione, e fa un appello a compiere sforzi per smascherare coloro che vi stanno dietro, così come a formare comitati nazionali per controllare derive tanto pericolose ed offrire consiglio circa le stesse.

6. Il CFNI fa un appello a ricostruire l'esercito iracheno sotto il comando di ufficiali iracheni che dispongano di dimostrata professionalità, integrità e lealtà, dopo aver escluso coloro che abbiano causato danni al popolo ed al paese. Uno dei primi passi a questo riguardo è la riattivazione delle assai radicate accademie militari irachene al fine di ricostruire delle forze armate irachene al servizio del popolo.

7. Il CFNI afferma il suo rifiuto della Legge Amministrativa Transitoria che è stato imposta dalle forze di occupazione, un documento illegale, respinto internazionalmente, perché non è parte di alcuna decisione sovrana.

8. Il CFNI afferma la sua stima ed il suo impegno verso la fratellanza arabo-curda e dichiara la sua disposizione al dialogo con tutti e con ciascuno dei gruppi fratelli curdi, per arrivare ad una soluzione pacifica fraterna, che garantisca i legittimi obiettivi e fortifichi l'unità e la stabilità dell'Iraq.

9. Il CFNI condanna energicamente l'aumento dei prigionieri politici, il cui numero raggiunge attualmente le decine di migliaia, così come l'indeterminazione dei termini della loro detenzione [4]. La tortura alla quale si vedono sottomessi molti dei prigionieri è stata condannata da quei settori della comunità internazionale che difendono i diritti umani e le libertà individuali, mentre gli abusi [contro i detenuti iracheni] includono la proibizione delle visite da parte dei loro famigliari e di altri diritti basilari. Il CFNI ricorre a tutte le organizzazioni internazionali, affinché appoggino i suoi sforzi per porre fine a queste pratiche illegali ed inumane, affinché nel caso i prigionieri siano accusati di crimini vengono sottomessi a tribunali iracheni indipendenti, mentre i restanti innocenti vengano liberati.

10. Il CFNI fa un appello all'esercito iracheno [Guardia Nazionale] ed alla polizia irachena, affinché adempiano con valore ai loro doveri patriottici di garantire la sicurezza dei cittadini e si oppongano fermamente ai piani che pretendono di coinvolgerli in azioni contro i loro compatrioti, poiché i loro impegni sono verso i loro concittadini e non verso gli occupanti.

11. Il CFNI dichiara la sua speranza di stabilire buone relazioni di vicinato con tutti i paesi confinanti con l’Iraq e la sua negazione ad interferire negli affari interni degli altri, prevenendo l'uso del territorio iracheno contro i propri vicini, specialmente contro la Siria ed il Libano, tra gli altri paesi arabi ed islamici, ed attribuisce la responsabilità delle gravi conseguenze di dette azioni alle forze occupanti.

12. Il CFNI dichiara il suo totale appoggio alla coraggiosa lotta del popolo palestinese per il conseguimento dei suoi desideri e della sua sovranità. [Il Congresso] respinge lo stabilirsi di qualsiasi relazione politica o di normalizzazione delle relazioni col sionismo, entità coloniale usurpatrice.

13. Il CFNI afferma il suo desiderio di ampliare i suoi membri per includere tutti i movimenti, organizzazioni e personalità patriottiche che condividano i suoi principi, e riafferma al tempo stesso il suo desiderio di un dialogo nazionale con tutte le forze sotto la bandiera dell'unità e dell'indipendenza.

Lunga vita ad un Iraq libero ed indipendente, con piena sovranità.

Lunga vita all'integratrice e risolutiva unità irachena.

Note di IraqSolidaridad:

1. Questa posizione fu già espressa dal CFNI dopo le elezioni (si veda in IraqSolidaridad: “Comunicato del Congresso di Fondazione Nazionale Irachena dopo le elezioni: Un progetto sovrano, democratico e d’integrazione per l'Iraqâ€). Secondo il calendario imposto da Bremer nel novembre del 2003 all’allora Consiglio Governativo Iracheno, dopo il passaggio formale di sovranità del giugno 2004 e le elezioni del gennaio 2005, il nuovo parlamento iracheno dovrà redigere una nuova Costituzione (basata a sua volta sulla Legge Amministrativa Transitoria approvata nel gennaio/febbraio 2004) e convocare nuove elezioni nel dicembre 2005, dalle quali dovranno sorgere istituzioni irachene non più transitorie.

2. La Legge Amministrativa Transitoria (si veda nota precedente), essenzialmente redatta dagli statunitensi, include la possibilità che almeno tre province, delle 18 che compongono l'attuale Stato iracheno ad eccezione delle province di Baghdad e Kirkuk, possano autoproclamarsi regioni autonome, un’opzione sviluppata per il momento soltanto nel Kurdistan, ma che potrebbe allo stesso modo essere adottata dalle autorità di Maysan, Bassora e Dhiqar secondo le loro recenti dichiarazioni (Youssef, N.A, “Proposal to divide Iraq into semi-autonomous states gains groundâ€, Knight Ridder Newspapers - 24 maggio 2005)

3. Uno dei membri del CFNI, l'Associazione degli Ulema Mussulmani (AUM) accusava in questo mese di maggio le milizie delle Brigate Badr, il braccio armato del Congresso Supremo della Rivoluzione Islamica in Iraq (CSRII), di torture ed assassinii di cittadini sunniti e proponevano un “Codice d’Onore Anti-Settario†per evitare lo scontro intercomunitario (IslamOnline.net - 24 maggio 2005). L'AUM aveva accusato il nuovo governo iracheno di ricorrere ai corpi di sicurezza iracheni, formati maggioritariamente da miliziani delle Brigate Badr e peshmerga curdi, per stabilire uno “stato di terrore†contro la comunità arabo-sunnita (IslamOnline.net - 17 maggio 2005). In una riunione svoltasi il 20 maggio, un migliaio di rappresentanti sunniti chiedevano le dimissioni del nuovo ministro degli Interni, Bayan Jabr, condannavano ogni atto di terrorismo e reiteravano la legittimità della resistenza contro l'occupazione (Le Monde - 21 maggio 2005). Il 30 maggio il quotidiano Al Mutamar informava che il leader del Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica in Iraq, Abdulaziz al-Hakim, dava per terminati i problemi tra la sua milizia e l'AUM (Rivista della Stampa Araba - 31 maggio 2005).

4. Si veda in IraqSolidaridad: Relazione di Human Right First “Dietro il reticolatoâ€, ed II,: I carcerati sotto controllo USA in Iraq: indefinizione giuridica e non trasparenza.

Tradotto da Adelina Bottero e Luciano Salza

LA RESISTENZA VIOLENTA NASCE DA UN'OCCUPAZIONE MILITARE VIOLENTA - Un punto di vista su alcune questioni attinenti la Resistenza Irakena at Jun 29, 2005 05:14:01 by fuser

La disinformazione nei mezzi di comunicazione di massa e la natura della Resistenza irachena.
di Ghali Hassan

Continua instancabile il flusso di notizie, ipotesi e disinformazione sulla
natura della Resistenza Irachena contro l'occupazione. Quanto di tutto ciò
è propaganda contro la Resistenza?

Secondo i mezzi di comunicazione di massa ed alcuni altri alternativi, in
Iraq gli USA stanno "costruendo democrazia" e lottando contro il "terrorismo".
La distorsione della realtà e l'assenza di mezzi di comunicazione d'opposizione mantengono la gente, in Occidente e tangibilmente negli USA, molto male informata. I mass-media occidentali deviano diligentemente l'attenzione pubblica dall'occupazione illegale dell'Iraq e dalla responsabilità dei governi occidentali e degli USA sugli orrendi crimini commessi contro il popolo dell'Iraq.

I giornalisti occidentali e gli intellettuali di regime sono i principali
agenti di questa propaganda manipolata. Ritraggono la resistenza irachena
come una banda di "fanatici religiosi", isolati dal resto della popolazione, con l'obiettivo di esprimersi per la continuazione dell'occupazione. Al contrario, la maggior parte della gente in tutto il mondo è tradizionalmente propensa ad appoggiare i movimenti di resistenza per la liberazione nazionale.
In altre parole, il ritrarre il movimento nazionale di resistenza irachena
come una collezione di "fanatici religiosi" e combattenti "stranieri" che
"non hanno nulla da perdere" è la forma utilizzata dall'Occupazione per
screditare la Resistenza irachena e negare così al popolo iracheno il legittimo diritto di lottare per la propria libertà e sovranità nazionale.

E' ampiamente documentato: i pretesti per la guerra e l'occupazione erano
basati su informazioni false. Per questo motivo gli USA ed i loro "alleati"
si trovano nella condizione, attraverso la disinformazione da parte dei
media, di dover non solo legittimare l'occupazione, ma anche creare nuove
false ragioni per il mantenimento di una presenza militare continuata degli
USA.

Il pretesto più ricorrente nei mezzi d'informazione è che le forze USA sono
state invitate a rimanere in Iraq per prevenire la guerra civile e "mantenere la stabilità". Ma, come per le armi di distruzione di massa, non esiste evidenza alcuna che avvalori tali menzogne diffuse dagli USA.

In Iraq esiste una struttura di governo disegnata dagli USA, dove nessuno
dispone di una maggioranza che gli permetta effettivamente di governare.
Il "governo", installato dagli USA, non ha alcuna forza ed è retto dagli
stessi gruppi di esiliati che fecero pressione per l'invasione ed occupazione dell'Iraq. Gli USA stanno aizzando gli iracheni tra di loro, creando un clima di paura. A questo proposito, la creazione, il finanziamento e l'armamento di "milizie etniche" e squadroni della morte da parte degli USA, sono pensati per creare divisioni etniche e provocare violenza settaria tra gli iracheni.

Le milizie finanziate dagli USA sono:

- i peshmerga ("quelli che affrontano la morte") curdi, i cui leader appoggiarono l'invasione e l'occupazione dell'Iraq.
- Le brigate Badr, addestrate in Iran, braccio armato del Consiglio Supremo
della Rivoluzione Islamica in Iraq (CSRII), capeggiato da Ibrahim al-Yafaari, del partito Da'wa.
- La milizia del Congresso Nazionale Iracheno di Ahmed Chalabi.
- La milizia dell'Alleanza Nazionale Irachena, di Iyad Alaui.

Tutti questi gruppi sono coinvolti in attività terroristiche contro civili
iracheni. Gli ultimi entrarono in Iraq al seguito dei carri armati statunitensi, senza documenti di cittadinanza validi.

Le milizie curde sono i collaboratori più fedeli all'occupazione. Ricevono
armi e soldi dai loro padroni. Congiuntamente con le forze d'occupazione,
sono responsabili di atrocità su vasta scala in villaggi e città iracheni.

I gruppi paramilitari, insieme a peshmerga, agenti del Mossad israeliano
e forze USA, sono responsabili dell'assassinio sistematico di migliaia di
eminenti accademici, scienziati, politici e leader religiosi iracheni. Allo
stesso modo parteciparono alla distruzione selvaggia e totale di Fallujah,
fatto che dalla maggior parte dei mezzi di comunicazione venne riportato
come "l'assalto a Fallujah". La città fu completamente distrutta e continua
ad essere zona interdetta agli iracheni. Nemmeno altre città e villaggi
iracheni sono sfuggiti a questa deliberata distruzione.

I loro crimini non sono mai stati investigati e nessuno di essi è stato
arrestato. Di fatto, l'Amministrazione Bush protegge questi elementi criminali e li incoraggia a perpetrare ulteriori delitti.

Per incarico del segretario della Difesa Donald Rumsfeld, l'ex amministratore USA a Baghdad Paul Bremer, insieme a Paul Wolfowitz ed Ahmed Chalabi, diede inizio alla letale politica denominata "de-baathificazione".

L'Amministrazione Bush non solo sta dando il suo appoggio a questa politica
assassina ma, con la nomina di John Negroponte ad ambasciatore USA in Iraq,
ha introdotto l' "Opzione Salvador" per assassinare i dissidenti iracheni.

Chalabi, che mai aveva vissuto in Iraq fino all'invasione, dichiarò che
desiderava risollevare l'Iraq e costruirne uno "nuovo". Ciò che vi sta
succedendo oggigiorno è una criminale atrocità istigata dagli USA. Gli iracheni sono testimoni degli aggressivi assalti quotidiani ad abitazioni private e degli abituali pattugliamenti compiuti dai soldati USA.

Il giornalista Ken Dillian, del Knight Ridder, scrive:

"Durante tutta la giornata, i soldati puntano le loro armi sui civili iracheni, su coloro che chiamano "hajis"... temendo imboscate, investendo ogni veicolo si trovi sul tragitto dei loro Humvees. Sempre all'erta per paura delle autobomba, bloccano, urlano, schedano e sbattono a terra chiunque guidi dopo il coprifuoco, o anche durante il giorno quando sembri sospetto".

Secondo un recente rapporto del Progetto USA su Alternative per la Difesa,
"la maggioranza delle comunità sunnite e sciite si oppone all'occupazione,
e minoranze significative appoggiano gli attacchi a truppe statunitensi".
Secondo Carl Cornetta, autore della relazione, "ciò che conduce a questi
atteggiamenti è soprattutto il nazionalismo, le pratiche coercitive dell'occupazione e gli effetti collaterali delle operazioni militari".

La relazione, intitolata "Circolo vizioso: le dinamiche dell'occupazione
e della resistenza in Iraq", rende conto degli abusi quotidiani dell'occupazione nordamericana su molti iracheni. Gli iracheni affrontano ogni giorno "costanti pattugliamenti stranieri (circa 12.000 alla settimana), irragionevoli e spesso mortali posti di blocco del traffico, assalti (8.000 da maggio 2003) e detenzioni di cittadini (80.000 detenuti da aprile 2003)". Alla gente rimane solo un'opzione: la Resistenza.

Tutti i movimenti di resistenza hanno dovuto ricorrere alla resistenza armata per difendersi dall'aggressione militare e dall'occupazione. In Iraq non è diverso.

La resistenza violenta nasce da un'occupazione militare violenta.

La Resistenza secondo i mezzi di comunicazione

Per i "liberali" ed i politici "di sinistra" degli USA è molto facile pontificare sulla resistenza non violenta, ma è la violenza che commettono le forze di occupazione quella che abbiamo tra mani. È un caso evidente di "due pesi, due misure" e di distorsione dei dati di partenza. E' anche indice di mancanza di solidarietà da parte di quei gruppi "progressisti" occidentali che addossano la responsabilità sul popolo iracheno, il quale sta difendendo la sua terra contro l'aggressione imperiale USA.

Dovremmo avere ben chiaro che "gli USA sono oggigiorno il maggior fornitore
di violenza in tutto il mondo" e che tutti gli atti di violenza e di distruzione in Iraq stanno succedendo sotto il radar delle forze statunitensi.

La stampa USA ed i mezzi di comunicazione occidentali si concentrano sulle
vittime civili con l'obiettivo di screditare la Resistenza irachena.

Deplorevolmente, la maggior parte dell'informazione intorno alla Resistenza
irachena nei mass-media occidentali s'incentra sui gruppi fantasma di Al-Zarqawi ed Al-Qaeda, descritti come "islamici radicali" o "attaccanti suicidi".
Nonostante il cliché dei media, non esiste prova alcuna che consenta di
accertare che questi gruppi siano attivi all'interno dell'Iraq. La maggioranza degli attacchi contro le forze occupanti sono portati a termine dai principali gruppi della Resistenza, e raramente colpiscono civili.

I mezzi occidentali s'interessano solo quando qualche autobomba ammazza
dei civili. La realtà è che a volte gli attacchi mancano gli obiettivi previsti, che sono i convogli militari USA. Anthony Cordesman, del Centro di Studi Internazionali e Strategici, afferma che il 77% di tutti gli attacchi è contro obiettivi militari USA e delle "forze della Coalizione", e che solo un 4,2% di tali attacchi si sviluppa in aree civili.

Secondo fonti irachene, in contrasto coi dati forniti dai media occidentali, la maggioranza degli atti terroristici, come i sequestri attribuiti dai media occidentali agli "insorti", sono stati eseguiti dalle milizie create dagli USA.

Questi rapporti informano anche circa il ruolo dei servizi segreti statunitensi ed israeliani, coinvolti nell'attività di deformazione dell'immagine della Resistenza. Esiste, al riguardo, un crescente numero di analisi: suggeriscono che molti degli atti di violenza e sequestro attribuiti alla Resistenza sono parte di un programma di propaganda deliberato e cosciente, che le forze d'occupazione portano avanti per distorcere la realtà.

La strategia è assolvere gli USA da qualsiasi crimine e legittimare un'occupazione prolungata.

Secondo il settimanale egiziano Al-Ahram "Ovunque si siano sviluppate le
principali operazioni terroristiche, ciò è avvenuto con la consapevolezza
o la diretta partecipazione degli USA. Il Mossad israeliano pianificò varie
operazioni terroristiche su vasta scala in Iraq, reclutando circa 2000 mercenari prima che iniziasse la guerra ed inviandoli in varie città per offrire protezione ed appoggio alle forze di occupazione".

Il programma segreto è quello d'incolpare la Resistenza irachena per tali
attacchi. L'operazione d'intelligence consiste essenzialmente nel demonizzare il movimento di Resistenza e, con ciò, indebolirne l'appoggio pubblico.

Chi c'è dietro la violenza in Iraq? Le forze USA, i loro agenti israeliani
ed i principali gruppi paramilitari, che ora formano il nucleo del nuovo
esercito iracheno, la polizia e le forze di sicurezza. Si sono trovate spesso persone morte, precedentemente detenute dalla polizia o dalle forze di sicurezza.
Secondo Adnan al-Duliemi, leader di Patrimonio Musulmano (Muslim Endowment), un'organizzazione religiosa che supervisiona moschee e santuari musulmani, le forze di polizia irachene "si mostrano tolleranti e perfino complici in questi assassinii". Al-Duleimi fece un appello al governo affinché questi crimini venissero investigati.

Gli USA ed i loro alleati hanno molto da guadagnare da un Iraq diviso ed
immerso nella violenza settaria. Non è stata avviata alcuna inchiesta su
queste morti e le forze d'occupazione ed i mass-media hanno scaricato sulla
Resistenza irachena tale politica di violenza organizzata. Queste storie
preconfezionate fanno parte del flusso di notizie occidentali. Vengono usate per presentare gli USA come se fossero in lotta contro un gruppo d'iracheni fanatici musulmani, che vedono gli statunitensi come "infedeli", piuttosto che come "occupanti".

I rapporti degli stessi mezzi d'informazione sull'Iraq si collegano a storie sull'11-Settembre, evidenziando che gli USA furono attaccati in quella data e che siamo di fronte ad una guerra "giustificata". Questo tipo d'informazioni, basate sul tentativo di disumanizzazione della Resistenza, sono destinate ad ascoltatori occidentali che condividono con le fonti gli stessi referenti culturali, per sfruttare così il distorto clima di paura e di pregiudizio, ed allo stesso tempo alimentare il razzismo e l'islamofobia.

Parte dei mezzi alternativi sembra essere salito sullo stesso carro. Certi
editorialisti dei media alternativi descrivono la Resistenza irachena nella
stessa forma. Ecco l'informazione sull'Iraq elaborata da Patrick Cockburn,
"embedded" con la milizia peshmerga:

"La forza della resistenza viene interpretata male fuori dell'Iraq. E' sempre stata frammentata. A differenza del Fronte di Liberazione Nazionale in Vietnam o dell'IRA e del Sinn Fein in Irlanda del Nord, non è ben organizzata.
Non ha un braccio politico. I fanatici fondamentalisti sunniti, abitualmente denominati salafiti o wahabiti, vedono gli sciiti ed i cristiani iracheni come infedeli che meritano la morte tanto quanto un soldato americano. Quando le forze nordamericane danneggiarono un paio di moschee durante i combattimenti a Mosul lo scorso novembre, la resistenza fece saltare due chiese cristiane.
Tale settarismo rende impossibile il fatto che la resistenza si converta
in un autentico movimento nazionalista, ma rende possibile che esistano
circa quattro o cinque milioni di arabi sunniti che offrono una base sufficientemente solida per l'insurrezione". (CounterPunch - 13 maggio 2005)

Ciò detto senza portare prova alcuna, senza nomi, senza documentazione concreta; in questo modo sembra davvero che si possa parlare della natura "frammentaria" della Resistenza irachena, parallelamente a ritagli aneddotici di notizie, tendendo invariabilmente ad abbassare il livello di violenza dell'Occupazione e non menzionando i crimini e le atrocità commesse dalle forze USA.

E ancora... Perché la resistenza irachena dovrebbe seguire il modello del
FLN vietnamita o dell'IRA, che i giornalisti occidentali tendono ad idealizzare per sminuire nel confronto la Resistenza irachena? Anche il FLN e l'IRA furono collegati con innumerabili atti di violenza che ebbero anche come risultato vittime civili.

Mentre le attività dell'imperialismo seguono una logica similare, le circostanze dei paesi e dei loro popoli variano. La Resistenza irachena considera come obiettivi gli iracheni collaborazionisti, che si allineano con l'occupazione capeggiata dagli USA, in quanto logicamente considerati "spie e traditori".
Questo stesso modello di esecuzioni di "collaborazionisti" curiosamente
fu anche seguito dalla resistenza francese durante la seconda guerra mondiale.

È importante ricordare che senza l'appoggio popolare, presupposto di base
per qualunque movimento di resistenza nazionale, la resistenza irachena
non sarebbe operativa. È significativo che dopo due anni di brutalità e
di violenza statunitensi, i gruppi della Resistenza irachena siano stati
capaci d'integrare e modificare i loro metodi, lottare concretamente contro
la più grande macchina militare della storia.

Sebbene sia certa la presenza di volontari stranieri in lotta al fianco
degli iracheni, non esiste prova alcuna che "combattenti stranieri", come
sette salafite o wahabite (dell'Arabi Saudita), partecipino al movimento
di resistenza. Questo è parte del mito che gli USA hanno creato attorno
ad Al-Zarqawi, che è molto più utile di quello delle armi di distruzione
di massa.

In realtà, stiamo ancora aspettando che le forze d'occupazione presentino
prove concrete su tali "combattenti stranieri", anche solo per dare un pò
di consistenza all'esistenza di Al-Zarqawi. Dal punto di vista iracheno
gli "stranieri" in Iraq sono i soldati ed i mercenari di USA, Gran Bretagna, Italia, Austria, Corea del Sud, Giappone, eccetera...

Dobbiamo segnalare la chiara distinzione tra "insorti" e "resistenza". Il
termine "insorti", che impiegano assiduamente tanto i giornalisti corporativi quanto quelli alternativi, sembra voler denigrare la Resistenza, mentre si afferma la legittimità dell'occupazione diretta contro gli "insorti".

In un'informazione dall'Iraq, Cockburn scrive:

"Molti dei gruppi della resistenza sono selvaggi arabi sunniti fanatici,
che mettono gli sciiti sullo stesso livello dei soldati nordamericani, quello cioè d'infedeli, che per dovere religioso bisogna eliminare. Altri gruppi sono capeggiati da ufficiali delle brutali forze di sicurezza di Saddam.
Ma Washington non ha mai valutato il fatto che l'occupazione statunitense
fosse tanto impopolare, che persino i gruppi più sgradevoli riuscissero
a ricevere l'appoggio popolare... L'enorme capacità di fuoco delle forze
USA consente loro la vittoria in qualunque scontro convenzionale, ma ciò
significa anche che hanno ammazzato molti civili iracheni che stavano agendo come punti di reclutamento della resistenza." (CounterPunch - 16 maggio 2005)

Quali prove vengono offerte per sostenere tali affermazioni? Mentre l'occupazione capeggiata dagli USA sta cercando di fomentare le divisioni sociali e lo scontro religioso, esiste ampia evidenza di un movimento di massa in cui sunniti e sciiti, in realtà, hanno unito le forze per opporsi all'occupazione.

Questa macchina militare superarmata è impopolare perché ammazza "accidentalmente" molti civili iracheni. Ricordiamo che più di 100.000 iracheni, la maggior parte di loro donne e bambini innocenti, sono stati assassinati e continuano ad esserlo "accidentalmente".

La totale distruzione della popolosa città di Fallujah ed il massacro di
più di 6.000 civili, usando bombe al napalm intenzionalmente progettate
per eliminare grandi quantità di civili in aree densamente popolate, è solo
un "incidente". Il tasso di morti fra i civili nell'Iraq sotto occupazione
statunitense è superiore a quello che abbia mai potuto verificarsi sotto
il regime di Saddam Hussein.

Le forze USA dispongono di "immunità" di fronte a possibili accuse, ovvero
di impunità istituzionale, e per tanto risulta loro molto facile ammazzare
gli iracheni, come se non fossero neanche esseri umani. La stessa pratica
criminale ha origine dal Pentagono, ed è pensata dal governo USA per incoraggiare il reclutamento in ulteriori guerre di aggressione.

Tutti gli iracheni, inclusi i leader della Resistenza e quelli dell'influente Associazione degli Ulema Mussulmani (AUM), insieme ad altri, hanno respinto la responsabilità degli attacchi contro i civili ed hanno incolpato le forze USA ed i loro alleati di organizzare la violenza.

Il signor Harith al-Dhari, leader dell'AUM, accusò pubblicamente le brigate
Badr della recente ondata di assassinii di religiosi mussulmani sunniti
nel paese, dichiarando ad Al-Jazeera: "I responsabili che stanno dietro
la campagna di omicidi di predicatori in moschee e santuari sono le brigate
Badr. Esse sono responsabili dell'aumento della tensione. Quale religione
permette a qualcuno di ammazzare più di 100 iracheni, distruggere 100 famiglie ed abbattere 100 case?". In un'intervista col giornalista Edward Cody del Washington Post, il religioso Ahmed Abudul Qafur Samarri si domandava già nel 2004: "Chi ha fatto questo? Da dove vengono? Questa è una cospirazione per diffamare la reputazione della Resistenza irachena, indossandone le vesti ed usurpandone il nome". Secondo il leader Muqtada al-Sadr, in una dichiarazione all'AFP, "ogni azione contro civili è proibita in qualsiasi circostanza (?) Gli occupanti stanno cercando di seminare la divisione nel popolo iracheno, ma qui non vi sono nè sunniti nè sciiti, ci sono soltanto iracheni. Non è accettabile che ai sunniti si dirigano le accuse di questi atti riprovevoli commessi dall'occupante contro gli sciiti".

Come ho già detto in altre occasioni, la Resistenza è un movimento locale
composto da vari gruppi iracheni che seguono le direttive dei rappresentanti delle distinte comunità. Quale che sia l'affiliazione politica o religiosa della Resistenza, il principale obiettivo è la liberazione dell'Iraq dalle forze USA.

Samir Haddad e Mazin Qazi scrivevano nel settimanale di Baghdad Al-Zawra:
"Le tendenze intellettuali della resistenza sono normalmente descritte come
un miscuglio d'idee islamiche e panarabiste concordi sulla necessità di
metter fine alla presenza USA in Iraq. (...) Questi gruppi hanno vari comuni denominatori, dei quali i più importanti sono forse l'obiettivo di ammazzare soldati statunitensi (condannando il sequestro e l'assassinio di ostaggi), l'assassinio di poliziotti iracheni ed il rispetto del credo di altre religioni".

Molly Bingham, giornalista della Boston Globe e collega dell'Università
di Harvard, che ha trascorso qualche tempo con un gruppo di guerriglieri
della Resistenza in Iraq, ha detto: "Incontrai sunniti e sciiti che combattevano insieme, donne e uomini, giovani e vecchi. Trovai gente di ogni condizione economica, sociale ed istruzione... Il motivo originale che spingeva quasi tutti quelli che intervistai era di natura nazionalista".

Giornalismo "embedded".

Il giornalismo "embedded" è un'evidente fonte di disinformazione. Spinge
ad un falso ottimismo circa la presenza militare statunitense. Sembra che
i giornalisti siano presenti solo quando le truppe USA si mettono in moto,
benché gli effettivi statunitensi non si avventurino molto per l'Iraq. I
corrispondenti "embedded" hanno coperto con prodezza l'assalto dei marines
nordamericani a Fallujah lo scorso novembre, e l'hanno descritto come un
"successo militare" USA (Counter Punch - 16 maggio 2005).

Altri difensori dell'Occupazione sono quelli che si "opposero" alla guerra,
ma sono a favore della visione imperiale della "democrazia" all'americana.
L'ingannevole argomento, usato dai mezzi di comunicazione occidentali, è
che l'occupazione condurrà alla "democrazia" ed aiuterà gli iracheni. Anche
questa linea di ragionamento è seguita da diversi media alternativi. In
un recente articolo in AlterNet - che assicura di "fornire ai lettori fatti
basilari ed opinioni appassionate" l'eminente editore di AlterNet, Lakshmi
Chaudry scrive:

"Non possiamo semplicemente voltare le spalle al milione di iracheni che
non hanno soddisfatte le necessità di base, come acqua, elettricità, alimenti o cure mediche... è immorale per noi lasciarli morire nel fuoco incrociato di una guerra civile violenta alimentata da estremisti che abbiamo creato... dobbiamo forzare il presidente a mantenere la sua promessa di portare la democrazia" (AlterNet - 8 gennaio 2005)

In altre parole, i "progressisti" confidano nella "missione messianica"
di George Bush, "mantenendo la rotta" in Iraq per "promuovere la democrazia" e "prevenire" la guerra civile; qualcosa di meno di questo "sarebbe immorale".
Questa bugia fa parte dello stesso pacchetto di menzogne di Bush, che non
sembra essere appoggiato soltanto dai luminari della destra e dagli avvocati pro-guerra, ma anche dal discorso del movimento liberale "contro la guerra", che guarda agli "insorti" come alla principale fonte di violenza in Iraq.
La realtà è che la cosiddetta "occupazione democratica" degli USA altro
non è che un eufemismo per definire l'occupazione e l'oppressione imperialista.

In conclusione

Il popolo dell'Iraq si rifiuta di vivere sotto occupazione USA e ha votato
contro la loro presenza nel proprio paese.

I mass-media occidentali distorcono quello che sta succedendo in Iraq per
dare così legittimità ai piani di Washington.

La maggioranza degli iracheni (circa il 98%) vuole che le forze USA abbandonino il paese, ed il 92% vede i nordamericani come occupanti piuttosto che come "liberatori".

Giornalisti e circoli occidentali hanno dimostrato chiaramente di non avere
una comprensione adeguata della storia dell'Iraq e della società irachena.

La maggioranza dei rapporti informativi che provengono dall'Iraq risentono
di una visione occidentale, molto di rado di una prospettiva irachena.

Gli occidentali impiegheranno molto tempo per capire la situazione dell'Iraq odierno, inclusa la relazione generale tra Islam e politica. Storicamente, Islam e politica in Iraq ed in molti altri paesi sono rimasti inseparabili.
"Per questo motivo, la petizione di separare religione e Stato nei paesi
arabi è qualcosa di più che una questione secolare; è apertamente contro
l'Islam", scrisse l'accademico francese Gilbert Achcar. Perfino Saddam Hussein identificò l'Islam come parte della battaglia contro l'Imperialismo.

L'Islam di oggi, tuttavia, è maggiormente laico e si concentra di più su
questioni sociali e politiche piuttosto che religiose.

Disgraziatamente, la linea comune dei mezzi d'informazione, dei circoli
e dei politici occidentali è sempre la stessa: una solida incomprensione
della società e della politica irachene. Neanche menzionano il ruolo delle
forze d'occupazione, della CIA e del Mossad nel momento in cui ordiscono
la violenza contro il popolo iracheno.

Le forze USA ed i loro alleati hanno assassinato senza necessità decine
di migliaia di iracheni innocenti. Uomini, donne e bambini sono imprigionati, aggrediti e torturati abitualmente nel corso di perquisizioni casa per casa, umiliazioni perpetrate dalle truppe statunitensi.

Gli incessanti attacchi e bombardamenti aerei hanno distrutto l'infrastruttura dell'Iraq, le proprietà della gente. Il sistema educativo iracheno è stato eliminato ed i servizi sanitari sono costantemente sull'orlo del collasso come risultato della guerra e dell'occupazione statunitensi.

Per difendere il proprio paese il popolo iracheno dispone del legittimo
diritto alla Resistenza in tutte le sue forme di fronte alla guerra ed all'occupazione.
Ogni Resistenza contro l'attuale aggressione imperialista è legittima.

"Il diritto internazionale legittima un popolo che combatte un'occupazione
illegale a far uso di tutti i mezzi necessari a sua disposizione per porvi
fine. Gli occupati sono autorizzati a ricercare e ricevere appoggi".

Mentre scrivo queste righe le forze USA stanno bombardando civili iracheni
nelle loro abitazioni. Nella città di Qaim, al confine siriano, le truppe
USA stanno assediando la popolazione da molti giorni. Gli abusi incessanti
dei soldati statunitensi hanno fatto sì che la gente si scontri con le truppe occupanti. "I guerriglieri sono popolazione locale che semplicemente si rifiuta di essere trattata da cani", dice un abitante. Nessuno qui ama gli "americani", aggiunge un altro. Molti civili innocenti sono stati assassinati ed il centro della città è stato "distrutto quasi completamente", incluse le scuole e l'ospedale. "Gli americani stanno usando bombardieri, mortai e carri armati per colpire indiscriminatamente la città, ferirne gli abitanti... bombardano le case con aerei da guerra." Come all'epoca delle atrocità di Fallujah, il silenzio dei media occidentali è assordante, mentre città e villaggi dell'Iraq sono distrutti uno ad uno.

Sembra che l'agenda comune dei governi occidentale capeggiati da USA e Gran
Bretagna sia recuperare il vecchio colonialismo occidentale rivestito della
falsa retorica della "democrazia" e della "liberazione". Come i loro governi, i media occidentali invocano la cosiddetta "federazione dell'Iraq", un eufemismo per dividere l'Iraq in colonie controllate dalle potenze occidentali.

Ancora una volta, i mezzi di comunicazione hanno fallito nel fare informazione sulla politica di pulizia etnica portata avanti dagli USA, eseguita da gruppi terroristi curdi nel nord dell'Iraq, in particolare nella città di Kirkuk.
Migliaia di famiglie irachene (arabe e turcomanne), che vivevano da generazioni nella zona, sono state forzate dalle milizie armate dei peshmerga ad abbandonare le loro case e cercare rifugio al sud. Oggi la pulizia etnica di iracheni è paragonabile a quella commessa contro il popolo palestinese nel 1948 dal terrorismo sionista. Il fatto che comandi israeliani operino nel nord dell'Iraq addestrando le milizie curde nell'arte dell'esproprio di terre non è casuale.

Il settarismo e le tensioni etniche in Iraq "non sono il prodotto di differenze culturali. Sono il prodotto di una storia di imperialismo e di colonialismo nella regione e nella politica interna irachena". "Questo serve tanto per la tensione arabo-curda come per la sunnita-sciita" , scrive Rami il-Amin della rivista Left Turn. La società dell'Iraq è un mosaico. "Non esiste memoria storica di guerre civili o lotte comunitarie in Iraq, ed il grado d'integrazione socioeconomica ed unità spirituale in Iraq va oltre le religioni o l'etnia", afferma il dottor Sami Ramadani dell'Università Metropolitana di Londra.

Gli iracheni sono uniti di fronte all'occupazione. Se esiste una divisione,
questa "divisione, in realtà più estesa in Iraq che in altre parti del mondo arabo, si rimpicciolisce ogni giorno quando gli iracheni giungono alla conclusione che il loro problema più immediato è l'occupazione", scrive il corrispondente del Washington Post, R. Chandrasekaran. Solo due anni fa, cristiani e mussulmani iracheni vivevano in armonia, nonostante le differenze religiose e politiche.
Se oggi esiste una divisione tra gli iracheni, è quella creata deliberatamente dall'occupazione statunitense.

La manifestazione del 19 aprile 2005 - più di 300.000 manifestanti solo
a Baghdad - fu la maggiore delle ultime decadi, organizzata congiuntamente
dal movimento di al-Sadr e dall'AUM, dimostrando che tutti gli iracheni
sono uniti contro l'occupazione USA ed il terrorismo. Questa unità contraddice la percezione occidentale degli iracheni come di una società divisa, e respinge la politica imperialista degli occupanti del "dividi e vincerai".

Tristemente, né i mezzi "alternativi" né quelli corporativi hanno il coraggio di George Galloway di affrontare questa guerra ingiusta e dire la verità circa l'Iraq ed i crimini commessi contro il popolo iracheno.

Come risultato della disinformazione dei mass-media, molta gente in Occidente, soprattutto i nordamericani, continuano ad appoggiare una guerra illegale di "crimini contro l'umanità" perpetrati nel loro nome.

I mezzi d'informazione occidentali dovrebbero seguire un'etica di responsabilità morale verso il popolo iracheno, e fornire informazione precisa ed imparziale al mondo esterno. Invece di servire da agenti della propaganda per la potenza imperiale e per questa ingiusta guerra contro il diritto del popolo iracheno all'autodeterminazione, i media occidentali farebbero meglio ad additare i governi sotto la coalizione capeggiata dagli USA come responsabili di questo illegale atto d'aggressione.

Tutti i responsabili di questo crimine assassino contro il popolo iracheno
dovrebbero far fronte, insieme ai loro complici, all'imputazione di crimini
di guerra, simili a quelli che originarono il tribunale di Norimberga.

L'unica soluzione pacifica al caos in Iraq è la completa ritirata delle
truppe USA.

I civili iracheni ed i gruppi della Resistenza irachena continueranno a
resistere all'occupazione fino a che gli USA abbandoneranno l'Iraq. Per
quanto grande sia la capacità militare USA, non potrà essere cancellato
il diritto del popolo iracheno a raggiungere la sovranità e l'indipendenza
nazionale.