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MAR DEL PLATA: L’AMERICA LATINA NON È PIÙ IL CORTILE DI CASA.
at Nov 8, 2005 10:33:16 by fuser
Mar del Plata: l’America Latina non è più il cortile di casa.
Di gc (del 06/11/2005 @ 15:33:53, in Articoli in italiano, linkato 125 volte)
Il vertice di Mar del Plata, che ha riunito 33 capi di stato del continente americano meno uno, Fidel Castro, non invitato per imposizione di uno degli ospiti, si è concluso con il più pieno fallimento del progetto di unione neoliberale del continente americano, l’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe). Non solo: si è concluso con l'ennesima dimostrazione che almeno l’America Latina atlantica, quella che si riconosce nel Mercosur e che comprende i due giganti, Argentina e Brasile, più il Venezuela, più Cuba, non risponde più al volere della Casa Bianca, quello che per decenni si è chiamato "Washington Consensus". [//]
Va fatta subito chiarezza su di un punto: tra i 33 convitati dall’anfitrione argentino Nestor Kirchner, il meno liberale di tutti era proprio lo statunitense George W. Bush. Questi ha provato per l’ennesima volta ad imporre un trattato di libero commercio, l’ALCA, che liberale lo è solo a senso unico.
I paesi dell’America Latina, nell’ultimo quarto di secolo, prostrati da debito estero e dittature militari filostatunitensi, hanno già concesso tutto il concedibile. Le loro economie sono già aperte e privatizzate e sono da decenni terreno di caccia delle multinazionali straniere. I rapporti di produzione e sindacali sono regrediti ad un medioevo selvaggio che ha moltiplicato il numero dei poveri e degli indigenti. Sono dati sotto gli occhi di tutti. Nonostante ciò per l’America Latina tante concessioni sarebbero giustificate in cambio dell’apertura dell’enorme mercato statunitense per i propri prodotti.
Tutti i latinoamericani (Argentina post-default compresa), continuano diligentemente a pagare un debito estero iniquo ed asfissiante. Di nuovo: basta studiare i dati macroeconomici per convincersi dell’inefficienza del neoliberismo che non solo produce miseria, ma anche retrocessioni nello sviluppo visto che i prodotti latinoamericani a maggiore valore aggiunto e tecnologicamente avanzati, sono proprio quelli che soffrono di più. Tutti i latinoamericani hanno già concesso agli Stati Uniti molto oltre il logico, l’utile, l’equo, l’umano. Lo hanno fatto nella speranza di vedere aprirsi almeno una porticina sullo sterminato mercato statunitense per i prodotti latinoamericani. Ma George Bush e i suoi ad aprire non ci pensano per niente. Sacerdoti della fede neoliberale non sono così ingenui da applicarla pedissequamente per loro stessi.
Così non è Hugo Chávez per estremismo o Nestor Kirchner per freddezza a far saltare il tavolo di un accordo che se fosse minimamente equo porterebbe effettivi benefici anche all’economia latinoamericana. È George Bush a far saltare quel tavolo marcando il proprio stesso fallimento, nella convinzione imperiale che tutto gli sia dovuto e nulla debba concedere in cambio. È George Bush l’estremista. Sono gli altri a dovere eliminare completamente le barriere doganali, ma gli Stati Uniti non sono disposti in cambio a ridurre i loro dazi. Sono gli altri a dovere distruggere e privatizzare ma gli Stati Uniti in cambio non sono disposti a diminuire neanche di un centesimo lo spropositato assistenzialismo con il quale drogano il mercato in settori come l’agricoltura e l’industria. Contadini boliviani che guadagnano 30 dollari al mese producono un grano o un riso o un mais più caro e fuori mercato rispetto agli ultrassistiti omologhi statunitensi che ne guadagnano 3.000. È qui che salta il tavolo. Gli Stati Uniti continuano a pretendere di imporre leggi a paesi stranieri, ma non sono disposti a nulla concedere. Ne ha pagato le spese perfino il Canada, stritolato dall’accordo di libero scambio non meno del Messico. L'ALCA quindi è saltato per l'incapacità culturale degli Stati Uniti di raggiungere un accordo che fosse conveniente per entrambi i contraenti.
Per George W. Bush quello di Mar del Plata è dunque un fallimento di portata storica, e non importa se la stampa italiana tergiversa sull'appoggio degli ascari Fox o Uribe, messicano e colombiano rispettivamente. Fallisce per la prima volta la strategia imperiale dell’imposizione. La dura realtà per Bush non sta solo nel disprezzo unanime della società civile mondiale manifestatosi con rigogliosa bellezza anche a Mar del Plata. La dura realtà per Bush è che oggi ci sono in America molti dirigenti politici che non sono disposti a firmare qualunque cosa in cambio dell’opportunità di una foto con l’inquilino della Casa Bianca e qualche piatto di lenticchie sotto forma di tangenti.
Oggi in America Latina non c’è più un isolato idealista facilmente isolabile o assassinabile. Oggi ci sono molti dirigenti latinoamericanisti e progressisti che hanno ben chiaro non soltanto il mandato popolare ma anche il concetto d’interesse nazionale. Oggi per la prima volta si profilano nel continente dei solidi portatori di interesse –stakeholders direbbero gli anglofili- che possono far valere la non convergenza di questi rispetto a quelli della potenza imperiale. Questi portatori di interesse coincidono almeno in parte con la società civile, i movimenti sociali, e le classi popolari.
Non è credibile che George W. torni a quel tavolo domani con la testa cosparsa di cenere. Ma qualcuno dovrà farlo per lui e accettare di trattare da pari a pari almeno con il blocco regionale del Mercosur che con il Venezuela ed una Cuba mai così poco isolata, insieme valgono i due terzi dell’economia latinoamericana. Oppure Washington (come fa da 200 anni) sceglierà ancora una volta la via dell’abuso, degli omicidi mirati, della delegittimazione, del gioco sporco, delle invasioni militari, del compromesso con le aristocrazie sulle quali si sono appoggiati per imporre al continente le dittature militari che sono costate quasi un milione di morti. È un cammino che diventa difficile, come il fallimento del colpo di stato dell’11 aprile 2002 a Caracas ha dimostrato. Nonostante tale evidenza, a Washington qualcuno sta organizzando non soltanto gli omicidi di Fidel Castro o di Hugo Chávez, ma anche quelli di Kirchner, Lula e perfino di Tabaré Vázquez o Nicanor Duarte se fosse necessario. Allo stesso modo è nel mirino da sempre Evo Morales, che il quattro dicembre, se non lo ammazzeranno e non ci saranno brogli, diventerà il primo presidente socialista e non bianco della storia della Bolivia, e il messicano López Obrador, solido candidato delle sinistre nelle elezioni del prossimo anno.
Di fronte a un trionfo così importante sulla strada della costruzione dell’Unità Latinoamericana –che o sarà antiimperialista o non sarà- passa in secondo piano perfino la straordinaria mobilitazione popolare del controvertice. Gli europei accettano con difficoltà di non avere il monopolio della coscienza politica nel pianeta. Ma forse la primavera di Mar del Plata segna davvero un passaggio di consegne. Come afferma da sempre Hugo Chávez, non può non essere il Sud del mondo a prendere per mano il pianeta nel cammino verso la liberazione. E il Sud, per prendere in mano il proprio destino, rifiuta l’ALCA e cammina verso l’ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe), il primo accordo che si basa sulla solidarietà e la cooperazione e non sulla competizione sleale e i patti leonini.
La grande stampa italiana si è distinta come sempre per disinformazione, occultando il valore della sconfitta storica statunitense scegliendo l’aspetto da questa considerato folcloristico della presenza di Diego Armando Maradona. Quotidiani come la Repubblica vi si accaniscono. Per l’ineffabile Omero Ciai, che normalmente scrive di America Latina dalla sua casa di Miami, Maradona avrebbe grugnito ripetutamente solo due parole: “assassino”, “monnezza”, quest’ultima chissà perché in napoletano e non in castigliano. Per fortuna via Internet sono disponibili le registrazioni degli interventi di Maradona a smentire la pessima stampa fintoprogressista italiana.
Questa, come non ha perdonato a Maradona di aver rotto il monopolio storico del Nord nel calcio, vincendo da uomo del Sud con la maglia del Napoli, così non gli ha perdonato di essere sopravvissuto al pozzo della droga nella quale aveva contribuito a gettarlo. Cocainomane, gravemente obeso, plurinfartuato, Maradona doveva morire ma è stato salvato dalla medicina cubana, altra colpa imperdonabile.
Non solo non è morto il ragazzo di Villa Fiorito, una delle più tristi Villa Miseria del Gran Buenos Aires, ma è uscito fuori dal tunnel, è rinato ed è cosciente di sé e del suo posto nel mondo come uomo e come latinoamericano. La sua militanza politica lo testimonia. Come non perdona Maradona, così la stampa italiana continua a non perdonare Hugo Chávez. E qui dovrebbero essere i lettori italiani a non perdonare una stampa che da sette anni rifiuta di spiegare ai propri lettori la realtà venezuelana per rifugiarsi nel dileggio e nell’offesa verso quello che è oramai un grande dirigente popolare e mondiale.
Quest’informazione indecente non spiega e non perdona Chávez, perché non vuole spiegare né perdonare questo universo latinoamericano, contadino, operaio, indigeno, cittadino, che viene da lontano e si organizza pacificamente come un esercito di formiche, e che non sussurra più ma oramai grida consegne sulle quali l’Europa sorride sprezzante senza mai capire. Consegne come Unità Latinoamericana e Socialismo.
http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=312
LA NOSTRA ESPERIENZA COL TORNADO KATRINA
at Sep 25, 2005 03:01:04 by fuser
www.resistenze.org - popoli resistenti - stati uniti - 18-09-05
Parole in codice:
Se sei povero e negro non puoi attraversare il Missisipi e non puoi lasciare New Orleans
LA NOSTRA ESPERIENZA COL TORNADO KATRINA
di Larry Bradsahw e Lorrie Beth Slonsky[1]
Martedì 6 settembre 2005
Due giorni dopo il passaggio del tornado Katrina su New Orleans, il supermercato Walgreen’s all’incrocio delle vie Royal e Iberville era chiuso. Il banco della latteria era chiaramente visibile dalle vetrine. Da 48 ore mancavano elettricità e acqua potabile. Latte, yogurt e formaggi si stavano deteriorando alla temperatura di 32 gradi. I proprietari ed i dirigenti del magazzino avevano chiuso dentro cibo, acqua, pannolini e medicinali e avevano lasciato la città. All’esterno delle vetrine di Walgreen’s, residenti e turisti crescevano assetati ed affamati. I promessi aiuti federali, statali e locali non si materializzavano e le vetrine di Walgreen’s furono saccheggiate.
C’era un’alternativa. Le guardie avrebbero potuto rompere una piccola vetrina e distribuire noccioline, succhi di frutta e bottiglie di acqua in modo sistematico ed organizzato. Ma non l’anno fatto. Hanno invece passato ore a giocare al gatto col topo, nel tentativo di cacciare i saccheggiatori.
Due giorni dopo siamo stati finalmente trasportati per via aerea fuori di New Orleans e ieri (sabato) siamo arrivati a casa.
Abbiamo visto i notiziari televisivi e letto i giornali. Dobbiamo presumere che non ci siano immagini video o prime pagine di turisti europei o di benestanti turisti bianchi che saccheggiano Walgreen’s nel Quartiere Francese.
Sospettiamo invece che i media saranno stati inondati dalle immagini degli “eroi” della Guardia Nazionale, di truppe e polizia che lottano per aiutare le “vittime” del tornado. Ciò che non potrete vedere, ma che noi abbiamo visto, sono gli eroi reali, coloro che si sono prodigati nei soccorsi: la classe operaia di New Orleans.
Gli operai della manutenzione che hanno usato un carrello elevatore per trasferire malati e disabili. Gli ingegneri intervenuti per attivare i generatori. Gli elettricisti che hanno improvvisato grossi cavi tra i caseggiati per dare bassa tensione necessaria per liberare le auto dai parcheggi elevati sopra i fabbricati. Le infermiere che hanno preso i ventilatori meccanici e per molte ore hanno insufflato manualmente aria nei tubi di pazienti senza conoscenza per mantenerli in vita. Portinai che hanno soccorso la gente bloccata negli ascensori. Operai delle raffinerie che si sono introdotti nei cantieri navali per “rubare” le barche con le quali salvare i loro vicini aggrappati ai tetti ormai lambiti dall’acqua. Meccanici che facevano partire qualsiasi automobile per portare la gente fuori di città. E i lavoratori delle mense alla ricerca di cucine commerciali per improvvisare pasti pubblici per centinaia di persone abbandonate.
La maggior parte di questi lavoratori hanno lasciato le loro abitazioni, e senza sentire le ragioni delle loro famiglie, sono ancora presenti e assicurano le uniche infrastrutture al 20% di New Orleans non coperta dall’acqua.
Il giorno 2 settembre c’erano circa 500 persone negli hotel del Quartiere Francese. Eravamo un misto di turisti stranieri, di partecipanti a conferenze, come noi e di locali, chiusi negli hotel per ragioni di sicurezza e per proteggersi dal tornado Katrina. Alcuni di noi avevano un contatto telefonico col cellulare con la loro famiglia e con i conoscenti fuori di New Orleans. Ci fu detto ripetutamente che ogni tipo di risorse, inclusa la Guardia Nazionale e un gran numero di autobus sarebbero affluite nella città. Ma gli autobus e le altre risorse devono essere stati invisibili dal momento che nessuno di noi li ha visti. Decidemmo dunque che dovevamo salvarci da soli. Così raccogliemmo tutti i nostri denari per un ammontare di 25.000 dollari per affittare dieci autobus che ci trasportassero fuori della città. Quelli che non avevano i 45 dollari del biglietto furono aiutati da coloro che avevano del contante in più. Attendemmo gli autobus 48 ore, passando le ultime 12 ore all’aperto, dividendoci l’acqua rimasta, il cibo ed i vestiti che avevamo. Creammo un’area di precedenza per malati, anziani e neonati. Attendemmo fino a notte inoltrata l’”imminente” arrivo degli autobus, ma questi non arrivarono. In seguito sapemmo che quando arrivarono alla periferia della città essi furono sequestrati dai militari.
Dal 4 settembre le scorte di combustibile ed acqua del nostro hotel si esaurirono. La condizione igienica precipitava pericolosamente. Assieme alla disperazione ed allo sconforto, crescevano i crimini di strada ed il livello dell’acqua. Gli altri hotel ci respingevano e chiudevano le porte e ci si diceva che le fonti ufficiali invitavano di raccoglierci al Convention Center per attendere altri autobus. Quando arrivammo al centro della città, incontrammo finalmente la Guardia Nazionale. La Guardia ci disse che non ci sarebbe concesso di entrare nel Superdome che da ricovero primario della City era diventato in un girone infernale dal punto di vista umano e sanitario. Ci dissero anche che l’altro rimanente ricovero, il Convention Center stava precipitando nel caos e nello squallore e che la polizia non permetteva a nessuno di entrare. Naturalmente chiedemmo, “Se non possiamo andare nei soli due ricoveri della città, quali sono le nostre alternative?”. La Guardia ci rispose che questo era un nostro problema e che non avevano acqua da darci. Questo fu l’inizio dei nostri incontri con l’insensibile ed ostile “mano della legge”.
Camminammo fino al centro del comando della polizia ad Harrah’s sul Canal Street e dicemmo le stesse cose, che noi si dipendeva da loro ed essi risposero che non avevano acqua da darci. Eravamo in quel momento molte centinaia e tenemmo una riunione per decidere il da farsi. Decidemmo di accamparci fuori del posto di comando della polizia. Saremmo stati chiaramente visibili ai media e avremmo potuto costituire un altrettanto visibile imbarazzo per le autorità cittadine. La polizia ci disse che non potevamo restare, ma noi cominciammo a sistemarci e ad accamparci. In men che non si dica, il comandante della polizia attraversò la strada e ci disse che aveva una soluzione. Avremmo dovuto trasferirci a piedi fino alla Pontchartrain Expressway e attraversare il maggior ponte di New Orleans dove la polizia aveva allineato un gran numero di autobus per portarci fuori della città. La folla applaudì ed iniziò a muoversi. Ma noi la richiamammo e spiegammo al comandante che c’era stata troppa disinformazione o cattiva informazione e che avrebbe dovuto essere veramente sicuro che c’erano gli autobus ad aspettarci. Il comandante si rivolse alla folla ed assicurò con enfasi, “Vi giuro che gli autobus sono lì”.
Ci organizzammo e in 200 ci avviammo verso il ponte con grande eccitazione e speranza. Quando passammo davanti al Convention Center molte persone del luogo notarono il nostro gruppo determinato ed ottimistico e ci chiesero dove fossimo diretti. Noi raccontammo loro la grande novità. Intere famiglie raccolsero immediatamente i loro effetti personali e rapidamente il nostro numero raddoppiò e poi raddoppiò ancora. Si aggregarono bambini in passeggino, persone con le stampelle, anziani che con tutori per la deambulazione ed altri su sedie a rotelle. Camminammo per due o tre miglia fino all’autostrada e sul pendio per il ponte. Riprese a piovere a dirotto, ma ciò non diminuì il nostro entusiasmo. Ma quando ci avvicinammo al ponte, gli sceriffi armati della contea di Gretna formarono una linea all’ingresso e prima che fossimo sufficientemente vicini per parlare fecero fuoco sopra le nostre teste. Ciò disperse la folla. A questo punto, pochi di noi proseguirono e cercarono di interloquire con qualche sceriffo. Raccontammo loro delle nostra conversazione col comandante della polizia e delle sue assicurazioni. Gli sceriffi ci informarono che non c’erano affatto autobus in attesa. Il comandante della polizia ci aveva ingannati per farci spostare. Chiedemmo perché non potevamo attraversare il ponte, dato che c’era poco traffico su un’autostrada a sei corsie. Ci risposero che la West Bank non era New Orleans e che non ci sarebbe stato un altro Superdomes nella loro città. Queste erano parole in codice significavano semplicemente “se siete poveri e neri, non potete attraversare il ponte sul Mississippi e non potete uscire da New Orleans”.
Il nostro piccolo gruppo ritornò indietro sull’Autostrada 90 per cercare rifugio dalla pioggia sotto un cavalcavia. Discutemmo sul da farsi ed alla fine decidemmo di costruire un accampamento sulla spartizione centrale della Ponchartrain Expressway, tra le uscite di O'Keefe e Tchoupitoulas. Pensammo che saremmo stati visibili a tutti, che avremmo ricavato una certa sicurezza dall’essere su un’autostrada sopraelevata e che avremmo potuto attendere e vigilare l’arrivo degli autobus.
Durante tutto il giorno vedemmo altre famiglie, persone e gruppi fare lo stesso percorso sulla salita per cercare di attraversare il ponte, semplicemente per essere respinti. Alcuni inseguiti da tiri delle armi da fuoco, altri semplicemente respinti a parole, altri ancora rimproverati aspramente ed umiliati.
A migliaia di abitanti di New Orleans fu vietato e proibito di uscire a piedi da soli dalla città. Nel frattempo gli unici due rifugi della città affondavano nello squallore e nello sfacelo. Il solo modo di attraversare il ponte era un mezzo di trasporto. Noi vedemmo operai rubare camion, autobus, caravan, camioncini e ogni tipo di auto che si potesse far funzionare. Tutti i mezzi furono stipati di persone che cercavano di fuggire da quella che era diventata la misera New Orleans.
Il nostro piccolo accampamento riprese a sperare. Qualcuno prese un camion per la distribuzione dell’acqua e ce lo portò.
Parliamo ora di sciacallaggio! A circa un miglio sotto l’autostrada, un camion militare aveva perso un paio di carichi di razioni-C su una curva stretta. Trasportammo il cibo al nostro campo nei carrelli della spesa. Ora assicurate le due necessità primarie, cibo ed acqua, fiorirono anche la cooperazione, il senso comunitario e la creatività. Organizzammo una pulizia radicale e attaccammo sacchetti della spazzatura ai pali dell’autostrada. Costruimmo letti ricavandoli dai cassoni di legno e dalle scatole di cartone. Individuammo uno scolo delle acque dei temporali da usare come gabinetto e i bambini costruirono una elaborata chiusura per la privacy utilizzando plastica, ombrelli rotti ed altri rottami. Noi stessi organizzammo un sistema di riciclo del cibo per scambiare parti delle razioni-C (pappe di mele per i bebè e i dolciumi per i bambini!). Noi notammo spesso questo comportamento nei momenti successivi al tornado Katrina. Quando dovevi lottare per trovare cibo o acqua, sei portato a guardare solo te stesso. Devi fare qualsiasi cosa per trovate acqua per i figli o cibo per i genitori. Ma quando questi bisogni essenziali furono soddisfatti le persone guardarono oltre se stesse, lavorando assieme e costruendo una comunità.
Se l’organizzazione di soccorso avesse distribuito con cibo ed acqua in città nei primi 2 o 3 giorni, la disperazione, la frustrazione e la cattiveria non avrebbero preso piede.
La disponibilità di beni di prima necessità ci consentì di offrire cibo ed acqua alle persone e alle famiglie che passavano. Molti decisero di unirsi a noi. Il nostro accampamento crebbe di 80 o 90 persone. Da una donna con una radio a batterie, venimmo a sapere che i media parlavano di noi. In piena vista sull’autostrada, ogni organizzazione di soccorso e di notizie ci vedeva nei loro viaggi in città. Si chiese alle autorità cosa intendessero fare per tutte quelle famiglie che vivevano sull’autostrada. E quelle risposero che si sarebbero prese cura di noi. Qualcuno di noi provò un senso paura. “Prendersi cura di noi” aveva un tono minaccioso.
Sfortunatamente le nostre paure erano corrette. All’imbrunire, infatti, uno di quelli sceriffi di Gretna di cui abbiamo già detto, si precipitò da noi su un veicolo della polizia, ci puntò in faccia la pistola, urlando “Fottuti, via dall’autostrada”. Arrivò un elicottero e usò il vento delle sue pale per disperdere le fragili strutture dell’accampamento. Quando ci ritirammo, lo sceriffo caricò sul suo camioncino il nostro cibo e la nostra acqua. Ancora una volta, sotto la minaccia delle armi, fummo allontanati dall’autostrada. La sostanza della “mano della legge” era minacciosa contro gli assembramenti di 20 o più persone. In ogni assembramento di “vittime” essi vedevano “risse” o “rivolte”. In realtà fu il numero a salvarci.
Ma non fu possibile seguire il nostro proposito di “rimanere uniti” perché gli agenti ci divisero in piccoli gruppi.
Nel caos seguito alla distruzione dell’accampamento, fummo dispersi ancora una volta. Ridotti in piccoli gruppi di 8 persone, al buio, trovammo rifugio in uno “scuolabus” abbandonato sotto l’autostrada in via Cilo. Eravamo in ansietà per la possibile presenza di elementi criminali, ma ugualmente e definitivamente noi temevamo la polizia e gli sceriffi con la loro legge marziale, il coprifuoco e la loro politica di sparare per uccidere.
Nei giorni seguenti, il nostro gruppo di 8 persone si spostò in continuazione per prendere contatti con il Dipartimento dei Vigili del fuoco di New Orleans per cercare di essere trasportati fuori per via aerea da qualche gruppo ricerca e soccorso. Arrivammo vicino all’aeroporto e ci disponemmo ad un incontro con la Guardia Nazionale. Le due giovani guardie si scusarono per la loro limitata presenza in Louisiana. Ci spiegarono che il grosso della loro unità era in Iraq e che erano a insufficienti e impossibilitati a compiere qualsiasi incarico fosse loro assegnato.
Arrivammo all’aeroporto nel giorno in cui era iniziato un massiccio trasporto aereo. L’aeroporto divenne un altro Superdome. Noi 8 fummo cacciati in una calca di gente quando i voli furono sospesi per molte ore mentre George Bush atterrò brevemente per farsi fotografare. Dopo essere stati caricati in un aereo da carico della Guardia costiera, arrivammo a San Antonio nel Texas.
Qui, però, le umiliazioni e le violenze delle autorità.continuarono Fummo sistemati in un autobus e portati in un grande campo di raccolta dove fummo costretti a sedere per ore ed ore. Molti autobus non avevano l’aria condizionata. Nella notte, centinaia di noi furono costretti a dividere due luridi e stracolmi vasi per i propri bisogni. Coloro che cercarono di soddisfali in altro modo (spesso in qualche contenitore di plastica) erano soggetto alle cure di due cani per la ricerca della droga.
Molti di noi non mangiarono per tutto il giorno perché le nostre razioni-C erano state confiscate all’aeroporto perché individuate dai metal-detector. Dunque non si distribuì cibo agli uomini, alle donne, ai bambini, agli anziani, ai disabili, costretti a sedere per ore in attesa di “un controllo medico” per essere sicuri che non fossero portatori di malattie contagiose.
In contrasto col caldo, il trattamento che ci riservò l’autorità fu la fredda accoglienza dell’ordinamento texano. Vedemmo un operaio delle linee aeree dare le sue scarpe a qualcuno che era scalzo. Per strada degli stranieri ci diedero dei soldi e articoli da toeletta con parole di benvenuto. Invece i comportamenti dei soccorsi ufficiali furono duri, inetti e razzisti.
Ci fu più sofferenza del necessario. Furono perse vite che non dovevano essere perse.
[Messaggio ricevuto da Roselva Ungar, che commenta: “Ogni guerra è basata sulla menzogna—Sun Tzu” e originato da Rosemary Lee, rosmarylee@earthlink.net].
Traduzione di Giuliano Cappellini
[1] Gli autori sono due paramedici californiani che nei giorni del tornado seguivano una conferenza della EMS a New Orleans. Larry Bradshaw è il capo dei rappresentanti sindacale dei paramedici del sindacato SEIU della zona 790 e Lorrie Beth Slonsky è una delegata dello stesso sindacato.
ONORE AI MARTIRI COMUNISTI DEL MKP
at Jun 29, 2005 11:30:44 by fuser
Diciassette dirigenti del MKP [Partito Comunista Maoista della Turchia e
del Nord Kurdistan] sono stati uccisi dall'esercito turco che ha
attaccato un meeting di questo partito con migliaia di soldati e con
elicotteri da guerra,.
Molti dei corpi dei maoisti riportavano segni di orrende mutilazioni a
testimonianza del fatto che sono stati assassinati a freddo dopo essere
stati fatti prigionieri e torturati.
Decine di migliaia di lavoratori e di rivoluzionari di diverse
organizzazioni hanno partecipato ai funerali dei martiri maoisti
scandendo slogan a sostegno della guerra popolare contro lo stato
fascista turco.
Lo Stato turco, avamposto dell'imperialismo in Medio Oriente, calpesta
quotidianamente i più elementari diritti della classe operaia, delle
masse popolari, delle popolazioni del Kurdistan e di altre minoranze
nazionali rendendosi artefice di orrendi massacri e di un lento
assassinio dei prigionieri politici rinchiusi nelle minuscole celle 'F'
vere e proprie 'bare' di cemento. Un feroce regime fascista che manda i
propri militari in Afghanista ed in Iraq e costringe all'illegalità ed
alla lotta armata partigiana le organizzazioni progressiste,
rivoluzionarie e comuniste.
Questo Stato ultrareazionario che ha ottenuto dagli USA l'inserimento
nelle liste internazionali antiterrorismo del PKK (Partito dei
lavoratori curdi) viene presentato oggi come un regime democratico da
Berlusconi e da Prodi nei nostro paese e in generale dall'intera 'Unione
europea'.
Il 21 giugno, pochi giorni dopo l'orrendo massacro dei dirigenti del
MKP, il presidente della Commissione europea Iosè Manuel Barroso ha
auspicato che la commissione proceda alla celere approvazione della
decisione dei "capi di Stato e di Governo europei" relativa all'avvio,
nel settembre prossimo, dei negoziati per l'ingresso della Turchia
nell'Unione europea.
Dopo alcune ipocrite schermaglie sulla questione delle violazioni dei
diritti umani in Turchia le potenze imperialiste europee hanno deciso di
dare il via libera all'ingresso in 'Europa' della Turchia, proprio
quando questo Stato conferma con il massacro a freddo dei martiri
maoisti il suo volto di un fascismo brutale e genocida.
Si tratta di un'ulteriore dimostrazione di come l'Unione europea oggi
sia un'istituzione politica ed economica sopranazionale che non ha
alcuna base costitutiva nella storia nazionale e nelle aspirazioni delle
masse lavoratrici dei diversi paesi europei. Un'istituzione al servizio
dei padroni, dei banchieri, del capitale finanziario, che ha l'unico
scopo di unificare le varie borghesie europee sul terreno di politiche
antioperaie, antipopolari, guerrafondaie e liberticide. Un'istituzione
imperialista, volta a scaricare la crisi generale del capitalismo sui
lavoratori e sulle masse popolari dei diversi paesi membri e finalizzata
all' esercizio di una pressione politica e poliziesca mirante a limitare
e tendenzialmente abolire le libertà di sciopero, di opposizione e di
associazione nei diversi paesi. Un'istituzione guerrafondaia funzionale
ad un più intenso sfruttamento dei popoli del terzo mondo da assicurare
quando è necessario con la guerra imperialista e con le liste
internazionali antiterrorismo.
I diciassette dirigenti del MKP assassinati hanno vissuto e sono morti
per difendere e rappresentare gli interessi dei lavoratori e delle masse
popolari turche e curde, per assicurare la possibilità a decine di
milioni di uomini un'esistenza decente nella propria terra senza essere
costretti, come spesso accade, a soppravivere nella miseria tra infinite
privazioni o ad emigrare con le carrette della morte per finire in paesi
come l'Italia come 'immigrati clandestini' da sfruttare brutalmente o,
quando questo non è possibile, da richiudere nei nuovi campi di
concentramento rappresentati dai CPT (centri di permanenza temporanea)
in attesa dell'espulsione.
Onore ai maoisti del MKP, onore ai partigiani turchi, onore ai martiri
turchi e curdi della guerra popolare antifascista. Sviluppiamo
iniziative di denuncia dei crimini dello Stato fascista turco.
Smascheriamo i fascisti turchi ed i loro complici imperialisti americani
ed europei, a cominciare da Berlusconi e Prodi.
Linerarossa,
Assemblea Nazionale Anticapitalista,
Collettivo comunista Antonio Gramsci
erremmea@libero.it
gramsci_mao@tin.it
SUDAN-DARFUR: USA, UE, Israele e Vaticano uniti nella lotta
at Jun 26, 2005 02:10:43 by fuser
Il complotto imperialista,la complicità pacifista
di Fulvio Grimaldi
(riquadro storico)
CRONISTORIA DI UNA DESTABILIZZAZIONE COLONIALISTA
Contrariamente a quanto si va dicendo, la cosiddetta “guerra civile” sudanese non è iniziata nei primi anni ’80, e neppure nei primi anni ’60, poco dopo l’indipendenza. Questa guerra di restaurazione colonialista, mascherata, come suole, da conflitto interetnico o interconfessionale, parte subito nel 1955, un anno prima dell’indipendenza strappata alla Gran Bretagna. Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele e Vaticano, utilizzando basi di partenza e appoggi garantiti via via da alterni governi collaborazionisti in Uganda, Etiopia, Kenia, Congo ed Eritrea, inventano e armano un movimento secessionista nel Sud minerario e biodiversificato del più grande paese arabo e africano. Alimentano tensioni fin lì sopite tra popolazioni minoritarie africane, che si vogliono cristiane per quanto in massima parte animiste, e maggioranza semita araba e ne fanno un gran parlare sui media complici e tra patiti dell’autodeterminazione finalizzata a frantumare grandi realtà statuali multietniche, multiconfessionali e multiculturali. La Jugoslavia risulterà mezzo secolo dopo il modello più riuscito di questa strategia che parte come “rivoluzione di velluto”, o arancione che sia e, non bastando, prosegue con la rivolta armata e si conclude con l’intervento “umanitario” dall’esterno. Grandi propagandisti della “rivolta di un Sud minacciato dall’ islamizzazione” (per quanto pacificato una prima volta da Gaafar Nimeiry grazie alla concessione di una larga autonomia a tre provincie meridionali con capitale Juba) è la poderosa confraternita dei Padri Comboniani, missionari apripista sotto la dominazione britannica, nostalgici della loro manomissione su istruzione e sanità di epoca coloniale, ansiosi di rivincita nei confronti di uno Stato che si era appropriato di quelle istituzioni nel segno della rivoluzione nazionale laica e sociale araba innescata da Gamal Abdel Nasser.
Eroe dei comboniani e dei destabilizzatori neocolonialisti diventa John Garang, generale fellone dell’esercito sudanese, che i suoi padrini istigano a costituire l’SPLA (Sudanese People’s Liberation Army). La rivolta contro il governo centrale e la strategia di secessione assume rinnovato vigore negli anni’80, caduto Nimeiry e succedutegli leadership meno laiche e più intonate a un Islam di Stato. Secessione sostenuta dalle solite potenze interessate alla frantumazione della nazione araba, oltrechè del Sudan, a partire sempre dalle basi logistiche e dai santuari sahariani e subsahariani. Degenera però presto, non appena inizia lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi su vasta scala, in sanguinosi scontri tribali per barili di oro nero, nei quali le forze regolari giocano un ruolo del tutto secondario, ma che vede le stragi di persone e bestiame, la distruzione di villaggi, la fuga di quasi tre milioni di profughi verso Nord (!), poi tutti accampati intorno a Khartum, trasformati da comboniani, media filoimperialisti e le solite ONG che annusano affari, in “genocidio dei neri animisti e cristiani del Sud”. E il peso del sostegno a questi milioni di fuggiaschi neri dalle guerre di secessione che appesantisce – altro elemento della strategia colonialista - in misura sempre più grave il bilancio dello Stato e ne impedisce il decollo sociale ed economico, al di là dei giudizi che si possono dare sulla maggiore o minore bontà dei vari governi di Khartum, che non sono qui in questione e non competono né a me, né a tutti coloro che sputano sentenze da lontano senza aver mai dato uno sguardo da vicino alla realtà sudanese.
Negli anni ’90 entrano apertamente in gioco gli USA sotto l’amministrazione Clinton. Il Sudan, messo in difficoltà più dalle sanzioni allora decise al nuovo “Stato canaglia” e dal conseguente isolamento internazionale che non dai rivoltosi eminentemente in lotta fra loro, corre ai ripari intavolando negoziati con Garang e altri gruppi secessionisti. Nel 1998 Clinton fa bombardare l’unica grande industria farmaceutica, Al Shifa a Khartum, fingendo di credere che li si stavano producendo le solite “armi biologiche e chimiche”, cosa poi provata priva di ogni fondamento da varie inchieste indipendenti. Ma Khartum, dove governa Omar el Bashir, riesce a concludere un accordo di pace con i secessionisti del Sud sul finire del 2002, poi ufficializzato nel 2004, anche se a costo di pesantissimi sacrifici sul piano della sovranità: un referendum sulla secessione dopo 6 anni, la divisione in parti uguali della torta petrolifera, un sostanziale autogoverno. Con sospetta coincidenza, al momento della stretta finale nei negoziati in Kenia, sotto l’egida degli onnipresenti segretari di Stato Madeleine Albright, prima, e Colin Powell, dopo, scoppia, nel gennaio 2003, il bubbone Darfur, regione centro-occidentale al confine con il Ciad, anch’essa petrolifera, esattamente lungo le linee della destabilizzazione meridionale e con gli stessi protagonisti esterni.
Compaiono due movimenti di “liberazione”, Il Fronte di Liberazione del Sudan (mica del Darfur!), e il Movimento per l’Uguaglianza e la Giustizia, ampiamente riforniti da John Garang, anche con i propri veterani della secessione, e finanziati e armati attraverso il Ciad da USA, Israele, Gran Bretagna e, ora anche, Francia e Germania. I comboniani, punta di diamante dello schieramento “umanitario” e della “società civile”, che colpevolmente include anche la stampa della sinistra istituzionale italiana, fanno da trombettieri dell’intervento umanitario. Immancabilmente l’ONU fornisce l’avallo e impone nuove sanzioni su suggerimento USA, entrano in ballo diecimila “pacificatori” di un’”Unione Africana” (UA, già OUA), titubante ma subalterna, la Nato affila le armi, arrivano i “consiglieri” in uniforme del Pentagono, si prepara la scena per l’invasione e per un nuovo Iraq. Intanto i ripetuti negoziati tra Khartum e secessionisti vengono mandati sistematicamente a monte da questi ultimi, l’ultimo a maggio, e le orecchie del mondo vengono assordate e istupidite dalle solite alluvioni di orrori: stupri, villaggi incendiati, morti ammazzati e profughi a gogò. La verità resta desertificata come tutto il Sahel. E nel maggio del 2005 arrivano i “nostri”: 220 del 183° reggimento paracadutisti della “Folgore”, quelli con alle spalle le torture somale e le stragi della “battaglia dei ponti” a Nassiriya.
(ARTICOLO)
Quando nel 1971 per “Giorni-Vie Nuove” intervistai il presidente Nimeiry a Khartum e poi visitai le provincie meridionali, suppostamene in rivolta contro il governo centrale nel nome di Cristo e di un certo odorino di petrolio che iniziava a spargersi da quelle parti, toccai con mano quanto fossero esagerate e malintenzionate le periodiche ondate di diffamazioni che si scaricavano, dai comboniani in testa, sul Sudan, sulla sua unità nazionale, sulla sua politica antimperialista e sulla sua struttura vagamente socialista, tutte cose strappate a prezzo di spaventosi versamenti di sangue dai patrioti sudanesi all’Inghilterra. I vari responsabili delle tribù africano-animiste incontrati, con i Dinka, presuntamente protagonisti della rivolta, in testa, mi parlavano con disprezzo e risentimento dei “banditi” che, provenienti dall’Uganda e prezzolati dai colonialisti battuti, cercavano di convincere le popolazioni, a forza di violenze e ricatti, ad alzarsi in armi contro il proprio grande paese. Quando, alla fine degli anni ’90, col TG3, percorsi il Darfur insieme a un competente ambasciatore italiano e a un esperto del PAM (Programma Alimentare Mondiale), in occasione di una siccità che stava diventando catastrofica e che vedeva fuggire, proprio come oggi, proprio verso la capitale, ora detta sede dei persecutori, decine di migliaia di profughi della carestia, il deserto dell’informazione su questa tragedia umanitaria, autentica, era pari all’estensione dell’intero Sahara. Il silenzio mondiale durò fino a quando il Darfur si aggiunse al Sud Sudan e ad altre zone destabilizzate del continente a formare la prossima seconda fonte di petrolio e di gas naturale degli Stati Uniti. Una scoperta di idrocarburi fatta intorno al volgere del millennio e che ha poi provocato un succedersi di emissari, perlopiù provocatori e disinformatori di professione, prima solo USA e poi anche ONU ed europei, francesi e tedeschi in testa, interessati a quell’oleodotto in fieri che dovrebbe collegare i giacimenti del Darfur al Ciad e poi al Camerun, sottraendo il flusso al controllo statale e al percorso verso Port Sudan, interamente in territorio nazionale.
Spuntano all’inizio del 2003, in rivelatrice simultaneità con lo spegnimento, a costo di pesantissimi sacrifici per un Sudan isolato e assediato, del focolaio cinquantennale nel Sud, i secessionisti del Fronte di Liberazione del Sudan e del Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza. Il disastro umanitario vero, determinato da una siccità annosa e dalla trascuratezza delle agenzie di soccorso internazionali e che ha provocato l’esodo della stragrande maggioranza di agricoltori e nomadi, poi attribuito ai Janjaweed, milizie di autodifesa contro i secessionisti, falsamente dichiarate agli ordini di Khartum, diventa disastro umanitario determinato dal terrorismo del governo centrale e delle sue “milizie” Si trascura volutamente, se non in una sparuta corrispondenza di Le Monde Diplomatique, la natura vera di un conflitto suscitato dalla mancanza d’acqua e dalla carestia tra sedentari del Sud Darfur e allevatori alla ricerca di risorse provenienti dal Nord desertificato. Ma l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, nonostante gli sforzi dei comboniani e delle altre agenzie di propaganda anti-araba e antinazionale, soprattutto israeliane e statunitensi, resta distratta. Ci vuole il botto. E il botto arriva via mare e porta in testa un elmetto di foggia tedesca.
Il 29 giugno 2004, a poche miglia da Porto Empedocle, la nave tedesca Cap Anamur chiede il permesso di entrare nelle nostre acque territoriali con 37 disperati “sudanesi del Darfur”, salvati dal naufragio nove giorni prima, nei pressi di Malta. Il governo italiano si oppone, per una volta a ragione giuridica, prolungando, forse non innocentemente, per parecchi giorni una presunta tragedia che poi risulterà una cinica commedia. La Cap Anamur avrebbe dovuto far sbarcare i naufraghi là dove li aveva pescati, a Malta. Non si capisce perché ne abbia prolungato le peripezie. Sulla nave si avventano tutti, pare un buffet a Palazzo Chigi. Giornalisti di ogni specializzazione, inviati di guerra, inviati di cronaca, inviati di nera, inviati di rosa, inviati spie, inviati provocatori, dame di carità, femministe dell’anti-islamismo duro. Arrivano anche i giornali, i telegiornali, gli speciali, e ONG come fossero cavallette su un campo da spolpare. Non manca davvero nessuno e non mancano ovviamente, a distribuire pietas cristiana, i comboniani che si tirano dietro, infervorati come nemmeno quando sputano su Cuba, i Medici e i Reporter Senza Frontiere (e senza pudore). Nessuno si preoccupa di andare a frugare nelle pieghe di una storia assai oscura, quella della Cap Anamur, dell’omonima organizzazione umanitaria con sede a Colonia e della
Gesellschaft fuer bedrohte Voelker (Società per i popoli minacciati) che in Germania la fiancheggia dall’estrema destra, con particolari e collaudate mire sull’Europa orientale, sul Tibet, sulle minoranze in Laos e Vietnam, sui terroristi filo-USA di Al Qaida in Cecenia, sui curdi iracheni e altri agenti dell’offensiva neocolonialista e imperialista. E se qualcuno lo fa (“Liberazione”, appunto), ne trae spunto per esaltarne i “comprovati valori umanitari”: che si tratti della megaprovocazione antivietnamita di una Washington assetata di vendetta, con i famigerati “Boat people” attratti verso il paradiso capitalista dopo la viet-vittoria del 1975, o delle operazioni ancora più sporche al largo del Kosovo a favore della mistificazione della “pulizia etnica” di Milosevic, o ancora di interventi di fiancheggiamento alla propaganda imperialista e guerresca dei vari Clinton e Bush in Africa, Etiopia, Angola, Somalia, in Afghanistan, naturalmente in Cecenia, a Baghdad e ad Haiti. Insomma ovunque ci fosse necessità di contribuire all’irruzione del terrorismo imperialista e alla frantumazione degli ostacoli alla sua espansione.
Non sorprendentemente i 37 profughi, che sugli schermi risultano tutti omaccioni ben nutriti e forzuti tra i venti e i trent’anni, non sono affatto del Darfur e nemmeno sudanesi, anche se qualcuno del Manifesto e di Liberazione, oltrechè della ciurmaglia giornalistica di cui non fa conto elencare le nequizie, aveva letto “nei loro occhi ancora il riflesso degli orrori visti in Darfur, villaggi inceneriti, donne stuprate, bambini macellati…” Sono tutti nigeriani o ghanensi, prestatisi all’immonda sceneggiata sulla pelle delle autentiche vittime del Darfur, pescati chissà dove, rispediti a casa e, per quella volta, all’espulsore cronico Pisanu non si potevano dare tutti i torti. Elias Bierdel, provocatore trentennale e capitano delle nave, se la cava con poco, un brevissimo fermo, poi via a casa, a pianificare altri servizi alle multinazionali del suo paese e al capoterrorista mondiale di Washington. La rivelazione della truffa, però, non scoraggia nessuno degli utili idioti della stampa democratica, o di sinistra, o radicalsinistra (quanto pesa ormai più la prima parte del termine!), anche se i toni si attenuano, forse un minimo di imbarazzo. Passivamente, comunque, si riprendono le agenzie dell’impero franco-britannico-germanico-israelo-statunitense e si sparano notizie, reportage e trafiletti sul continuato “genocidio” inflitto da Khartum al Darfur. Le cifre sono tanto altalenanti quanto iperboliche: 70.000 morti, no 150.000, addirittura 400.000 per Human Rights Watch, l’agenzia “umanitaria” del destabilizzatore di professione e bandito della speculazione internazionale George Soros; centomila profughi che nel giro di pochi mesi diventano due, tre milioni (stranamente, di nuovo, quasi tutti attorno alla capitale del governo assassino, Khartum. In Ciad, riserva di inviati embedded, solo qualche migliaio, ma utilissimi, come i profughi kosovari di “Arcobaleno”, a raccontare balle che gli ingrazino di donatori e, intanto, le telecamere.
Nel corso di tutta questa storia, sostenuta sul piano militare dai reduci della secessione meridionale di John Garang e dai tagliagole ex-golpisti di un Ciad del tutto asservito ai padroni occidentali, gli USA si muovono con grande impegno e continuità, in concorrenza-alleanza con francesi e tedeschi: si tratta di sottrarre alla Cina sia l’85% del flusso petrolifero sudanese (il resto è del Canada e di pochi altri paesi), sia un rapporto di affari e di amicizia con il Sudan che ne ha fatto un motore del riscatto economico e un argine all’isolamento e alla persecuzione politico-mediatico-diplomatica. Sputtanata l’amministrazione Clinton dalla rivelazione che la fabbrica farmaceutica bombardata a Khartum nel 1998, Al Shifa, non produceva armi chimiche, ma aspirine e medicine anti-Aids, il 19 novembre 2001 il governo USA torna alla carica:”Siamo preoccupati del crescente interesse del Sudan per lo sviluppo di un programma di armi biologiche”. La spara grossa così nientemeno che il noto protagonista del terrorismo diplomatico John Bolton, poi controverso candidato alla carica di ambasciatore USA all’ONU. Che i neonazi di Bush jr. abbiano messo la quarta lo conferma la rinnovata accusa statunitense che il Sudan alimenterebbe il terrorismo internazionale e albergherebbe 600 missili Scud di Saddam (dignitosamente e coraggiosamente, il Sudan si era schierato con l’Iraq in entrambe le aggressioni). L’ Intelligence statunitense, un impagabile ossimoro, fornisce elementi di sostegno a ritmo di tsunami: rifiuta ripetuti inviti del governo sudanese a inviare ispettori per verificare sia “l’appoggio al terrorismo”, sia “il programma biologico”, sia il sostegno a presunte milizie assassine in Darfur (anzi, Khartum processa ripetutamente responsabili di milizie nomadi catturati), mentre si stende il silenzio sull’incredibile e terribilmente rivelatrice circostanza che, nel 1996 (vedi il settimanale inglese The Observer), catturato Osama bin Laden in territorio sudanese, Khartum lo offrì agli statunitensi e si vide opporre un rifiuto con l’invito, altrettanto sbalorditivo per chi crede ancora alla versione ufficiale dell’11/9, di rimandare questo insostituibile agente Cia in Afghanistan, magari via Bosnia e Kosovo, a fianco della Nato, come poi risultò. Comunque, una spedizione di investigatori Cia, FBI e del Dipartimento di Stato alla fine indaga per 18 mesi su tutto il territorio sudanese e, ovviamente non trova nulla, neanche quegli eccidi in Darfur di cui continuano a parlare Powell, l’ONU, i capi italiani di una commissione ONU – Antonio Cassese, già presidente del famigerato tribunale-fantoccio sulla Jugoslavia all’Aja, e Barbara Contini, già governatrice sovrintendente all’occupazione italiana di Nassiriya – e, pervicacemente le ONG e la stampa di sinistra. A un certo punto si accredita addirittura la notizia, atta a drammatizzare la necessità di un intervento militare, che nel ’99 Khartum avrebbe utilizzato armi chimiche contro i secessionisti del Sud. Una balla sesquipedale, come quelle su Saddam gassatore dei curdi (i servizi USA dimostrarono che erano stati gli iraniani), che avvicina la prospettiva sudanese tragicamente alla vicenda irachena, per quanto perentoriamente smentita da investigatori ONU che raccattano campioni di suolo del tutto puliti da mezzo Sudan.
Siamo ai giorni nostri e ci possiamo scommettere che, non fosse per l’eroica e vincente Resistenza irachena, che tiene i mercenari USA incastrati tra il Tigri e l’Eufrate, al Sudan, ma anche al Venezuela di Hugo Chavez, sarebbero già toccati interventi umanitari, o operazioni terroristiche al di là della limitata sfera geografica del Darfur. Michael Jackson, capo delle forze armate britanniche, aiutante di campo sotto i miei occhi nella strage della “Domenica di Sangue” a Derry, ha dichiarato lo stato di pronto intervento nel Sudan delle sue truppe, l’Unione Africana, a corto di uomini e mezzi, invoca, su suggerimento non innocente di varie potenze imperialiste, l’arrivo della Nato. Un arrivo definito il 24 maggio a cena, a Bruxelles, tra due cannonieri di rango: Condoleezza Rice e Jaap De Hoop Scheffer, segretario della Nato e collaudato pulitore etnico in Kosovo. Poco meno di 300 militari italiani sono stati già spediti nel Sud, a guardia della pace, ma moltiplicati e a disposizione del Darfur domani, l’ONU ha fatto capire che non si opporrebbe a un intervento finalizzato a salvare le popolazioni del Darfur, gazzette imperialiste già guardano oltre, e opportunamente imbeccate parlano della “tragedia del popolo Nuba” nel Kordofan, contiguo al Darfur, i becchini umanitari delle Ong e i collateralisti della sinistra sedicente radicale e no-global sono schierati ai confini, arma vocale nella strozza. L’ombra del Condor, di orripilante memoria latinoamericana, tornato a volare anche lì, si sta allargando dal Congo alla Costa d’Avorio, dal Togo alla Guinea, dall’Angola al Sudan, a tutta l’Africa, e gli avvoltoi europei gli volano in coda. Chi li abbatterà?
Ultimissima: le organizzazioni separatiste del Darfur hanno interrotto per la sesta volta i negoziati di pace avviati con il governo sudanese in Nigeria.
DAL PIANO CONDOR AD ABU GRAHIB - TUTTO CONOSCIUTO, TUTTO GIÀ VISTO
at Jun 26, 2005 02:08:28 by fuser
Di gc (del 15/05/2004 @ 09:42:18, in Articoli in italiano, linkato 437 volte)
NON c'è nulla, veramente nulla, di quello che sta appena iniziando a circolare sull'Iraq che non sia stato già visto. Non c’è nulla che non sia stato studiato da chi si occupa del sistema di violazioni di massa dei diritti umani concepito ed esportato dagli Stati Uniti soprattutto in America Latina nell’età che va tra la rivoluzione cubana ed il reaganismo per l’imposizione del quale quel genocidio fu funzionale. Forse in via Tasso, i francesi in Algeria, i sovietici, i cinesi, Menghistu, Saddam Hussein torturavano diversamente. Forse più artigianalmente, altrettanto orribilmente. Ma sulle torture irachene c’è il marchio di fabbrica della scuola statunitense, l’industrializzazione della tortura, lo stile della Scuola delle Americhe di Fort Benning. Lì quelle tecniche vengono insegnate da decenni a decine di migliaia di torturatori di decine di paesi. È sorprendente come nel fiume di commenti di questi giorni il Piano Condor, il piano statunitense di distruzione della democrazia in America latina attraverso la tortura di massa, il terrorismo di stato, l’assassinio e la sparizione di persone venga lasciato così in ombra. Terrorismo di stato e crimini di guerra si mescolano. Nei rapporti che stiamo leggendo si evince che fino al 90% dei prigionieri iracheni non ha rapporti con la resistenza. Allo stesso modo appena il 5% dei 30.000 desaparecidos argentini faceva parte di una sempre debole guerriglia.
Ogni tecnica svelata oggi, con ipocrita sorpresa, è già stata descritta nei vari Nunca más. “Mai più” e invece serve ancora. Tutto è già conservato negli archivi della memoria, decine di migliaia di testimonianze, tutto è nelle carte degli archivi del piano Condor. Tutti i dettagli sono già noti, dall’uso dei cani, allo stupro, alle tecniche di rastrellamento di civili e familiari di ricercati. È evidente che i torturatori in Iraq hanno studiato sugli stessi manuali sui quali studiarono gli Astiz o i Krassnoff.
Ogni tortura, ogni tecnica, ogni umiliazione che oggi viene presentata come episodica, invece non è mai lasciata all'inventiva sadica di ragazzotti dell'Ovest Virginia o del Sud Carolina o del Leicestershire. È studiata a tavolino, programmata, testata da menti criminali con molte stellette sulle spalline, da equipe mediche in grado di misurare il dolore fino all’abisso ma senza causare la morte, da psicologi raffinatissimi in grado di misurare il livello dell'umiliazione. I medici sono sempre presenti nelle camere di tortura. Fermano la mano un attimo prima del coma e collaborano a rianimare il detenuto per tornare a tormentarlo. Come i cecchini vengono pagati meglio per storpiare piuttosto che uccidere, così la tortura serve a restituire alla società uomini e donne prostrati, terrorizzati e incapaci di agire politicamente. Per tutta la vita.
Chi ha provato orrore per gli stupri etnici in Bosnia consideri che anche la violenza sessuale nella scuola di tortura statunitense non è lasciato al caso. Il militare non ha diritto di violentare per raptus come un lanzichenecco. Lo stupro è parte di un trattamento programmato e personalizzato. Ad altri toccano i cani o la corrente elettrica. Laura Aranguiz aveva 17 anni. Era solo un’adolescente di paese quando fu stuprata scientificamente nello Stadio Nazionale di Santiago dai tagliagole di Augusto Pinochet addestrati a Fort Benning. Né prima né dopo avrebbe più avuto rapporti sessuali né vita sentimentale ed è tuttora in trattamento psichiatrico.
A volte basta umiliare per un solo minuto una persona per distruggerla per sempre. Successe così ad un architetto cileno appena simpatizzante di Salvador Allende. Entrarono in casa e fu fatto denudare davanti ai sei figli. Non gli fu torto un capello ma il giorno dopo era precocemente imbiancato, non avrebbe più pronunciato verbo e mai più sarebbe tornato al suo paese.
Il ferire la mente più che il corpo non comporta grossi investimenti in innovazione per l’industria della tortura. Il ricatto e le lusinghe sono parte del gioco. In Iraq sono già stati resi noti episodi simili a quanto raccontato da Mario Villani, un fisico torturato all’ESMA dai marinai argentini. Fu fatto lavare e sbarbare dai suoi carnefici ed andarono a cena tutti insieme in un buon ristorante di Buenos Aires. Parlarono di calcio e di vacanze ma dopo cena gli stessi commensali tornarono a legarlo alla macchina. Dan Mitrione, il docente di tecniche di tortura che lavorava per la CIA in Centro America, in Brasile e infine in Uruguay, prima di essere giustiziato dai Tupamaros nel 1972, rivendicava la propria scienza: “fai sedere un uomo sulla più comoda poltrona del mondo. Non toccarlo ma obbligalo a non alzarsi. Impazzirà”. Chi scrive ha raccolto centinaia di testimonianze di vittime di tortura. Quasi tutti preferiscono essere picchiati selvaggiamente all’essere tenuti in piedi per giorni e giorni come avviene in Iraq o a Guantanamo. Tutti, nessuno escluso, affermano di temere la tortura più che la morte. La morte è un attimo, la tortura è per sempre.
Qualcuno si stupisce, qualcuno si addolora che per la prima volta perfino gli Stati Uniti siano stati coinvolti in tali aberrazioni. Altri -giorno dopo giorno sempre più giustificazionisti- si rallegrano ché la forza di una democrazia starà nel fare piazza pulita di poche mele marce. Tutto serve a non vedere e negare il sistema, l’arcipelago tortura come strumento di dominio, attraverso ascari come Videla o Ríos Montt o Suharto oppure direttamente come in Somalia o in Nicaragua ed oggi da Mazar i Sharif ad Abu Grahib o in quel gulag tropicale che è Guantanamo.
E la diffusione di foto non è trasparenza. Nell’era delle parabole sarebbe potenza di Internet e della tecnologia digitale se non vi fosse un altro elemento che resta oscurato. La forza è potere, il terrore è strumento di potere. Più posso incutere timore meno opposizione avrò. Non si può non notare che tutte le immagini note sono di fonte governo statunitense. Ci si dice che vengono filtrate perché comunque sarebbero presto rese pubbliche ma la sostanza resta: gli scatti finora noti sono stati tutti scelti dal Pentagono. Come in America Latina dove all’interno del Piano Condor la sparizione di persone fu teorizzata come terrore permanente, anche in Iraq l'esposizione del tormento è parte del tormento ed ammonimento futuro. Alla vista dei corpi, nella coscienza di ogni irakeno prevarrà l'indignazione o la paura? Li farà sollevare o prostrare? Ci si può domandare se lo scandalo internazionale nella mente dei neocons non sia un prezzo lucidamente o disperatamente pagato. Dalle nostre città possiamo permetterci l'indignazione, ma chi vive sotto l'occupazione, dopo l’indignazione deve fare una scelta personale e mettere a rischio la propria vita o scegliere di non metterla.
Forse oggi in via Tasso perfino Herbert Kappler terrebbe breafing quotidiani con la stampa. Può stupire allora – in questa storia lo stupore è particolarmente farisaico- che gli Stati Uniti non abbiano ratificato lo Statuto del Tribunale Penale Internazionale e che quindi da George W. Bush giù giù fino alla signorina Lynndie England nessuno sia perseguibile come criminale di guerra?
fonte: http://www.gennarocarotenuto.it