
Per "Proteo".
Invito a porre particolare attenzione al capitolo "Sudan",
dove è in atto una classica, gigantesca campagna di mistificazione e di
preparazione all'aggressione imperialista, con i soliti ascari
mediatici, politici e "civili" all'opera, e con i soliti boccaloni.
SINISTRE: OMOLOGAZIONE POLITICA E SUBALTERNITA' MEDIATICA. DAL CASO DEL
"TERRORISMO ISLAMICO" AL CASO DEL SUDAN
di Fulvio Grimaldi (per "Proteo")
"Siamo sempre lì ad inseguire la destra su programmi e leader.La corsa
alla conquista del centro? Una risposta pigra al problema. Secondo lo
schema seguente: competere sulla fascia di confine, conquistare i
moderati con politiche che somigliano a quelle della destra. Ovvero:
prendere i temi della destra con una riverniciata. Riveduti e corretti,
una spruzzata di equità sociale in più. E si immaginano leader che
somigliano a quelli della destra, nella speranza che possano competere e
vincere rispetto al modello di partenza. Valorizziamo le nostre
diversità. con passione schierandoci. Domando: è ancora il caso di
spingere sulle privatizzazioni, sulle liberalizzazioni dei servizi
pubblici essenziali.credo che sia arrivato il momento di ripensare ad un
intervento pubblico. La logica del pareggio economico nella sanità, quel
funzionare solo come azienda, il pensare sempre agli utili, al deficit,
e non ai cittadini più deboli, è un mito che si può discutere? Così come
non dobbiamo più inseguire Berlusconi sull'immigrazione. Vogliamo dirlo,
una buona volta, che il nostro paese può diventare più bello, più
colorato, più vivo grazie agli immigrati?. E' difficile pensare di
poterci presentare, dieci anni dopo, con lo stesso schema di dieci anni
prima. Gli stessi linguaggi, le stesse proposte. Lo stesso gruppo
dirigente.Il problema è trasmettere la volontà di cambiamento, far
crescere in questa chiave i nuovi gruppi dirigenti. Ed è un problema
collettivo."
Scusate la lunga citazione, ma ne valeva la pena. E' con soddisfazione,
immagino, che abbiate letto la lezioncina impartita con garbo, ma anche
con fermezza e, soprattutto, chiarezza di idee, a chi? Ma non ci sono
dubbi: il destinatario non può che essere lui, l'uomo dai baffetti,
quello con la puzza al naso che non si accorge che è la sua, la
quintessenza della kràsis, mescolanza, di sicumera con brevimiranza, di
spocchia e toppata, di ego e servilismo inciucista. Se, dunque, è del
tutto evidente che ci si rivolge al bipartigiano per vocazione (salvo,
contingentemente, in campagna elettorale), Massimo D'Alema ( e
solamente in seconda battuta a leader-ombra come Fassino), è anche
abbastanza probabile che si sospetti per il rabbuffo un'origine di
sinistra, più di sinistra, nel caso del destinatario per niente
difficile. Tanto poco difficile che, non potendo provenire né dai verdi,
né dai cossuttiani, in quanto già partecipi dei propositi e spropositi
dalemiani, uno a prima vista sarebbe incline a pensare a Bertinotti.
Solo a prima vista, però, perché poi gli sovverrebbe subito la memoria
del patto di ferro stretto dal segretario di RC con il presidente dei
Democratici detti di sinistra e che nel corso di cinque anni si è già
lasciato alle spalle una scia di vittime: il primo Prodi, Cofferati, il
Correntone, qualche milione di lavoratori privati dell'articolo 18, gli
immigrati falciati dalla legge Turco-Napolitano (legge, è bene
ricordarlo, della ministra ufficiale pagatore di Luca Casarini, pugnace
difensore degli immigrati).
Se Bertinotti non può proprio essere (e, a conforto, rileggetevi la
morbidissima intervista-tappetorosso che il nom de plume di Bertinotti,
Rina Gagliardi, fece a Baffetto all'atto del bertinottiano giuramento di
Pontida sulla propria partecipazione ministeriale al prossimo governo
ulivista senza se e senza ma), ecco che balza fuori un imbarazzante deus
ex machina: la ramanzina ai copioni, ieri di Berlusconi, oggi del tiro a
due Follini-Fini, l'ha fatta nientepopodimenoche Dario Franceschini,
viceleader dei Popolari ("Repubblica". 5/7/4). Paradossale? Mica tanto.
Il signor Spock avrebbe detto "logico" di un'Enterprise che, vista
l'astronave rivale finire in un buco nero, anziché inseguirla,
invertisse la rotta. Una logica che il giovane postdemocristiano,
depositario di millenarie astuzie ecclesiastiche, magari pratica meno di
quanto efficacemente la racconti. Ma tant'è, Franceschini annusa il
vento e, dunque, soffia anche lui. Non per nulla la continua rincorsa al
centro dei dirigenti DS è stata smentita da un voto di opposizione che
spinge verso sinistra, una sinistra comodissimamente a sinistra del
Triciclo e che assomma al 13%, per Sartori addirittura al 20 e che, se
ci mettiamo anche tutta l'incazzata e frustrata sinistra astensionista,
farebbe vacillare l'assunto che sorregge i baffi di D'Alema secondo cui
questo è un paese inesorabilmente di centrodestra.
Non è scientifico, né provato, ma qualcuno ha avuto la netta sensazione
che quel 6,1% conquistato da Bertinotti, oltre a dover qualcosa alle
scintillanti bolle di sapone sinistro-europee - pacifiste, ecologiste,
femministe, liberaldemocratiche e mai, diononvoglia, mai socialiste -
lanciate proprio alla vigilia del voto, possa essere tale per un 2%
circa in più venutogli da figliol prodighi perdutamente unitaristi,
evasi all'atto della rottura con Prodi, e da un bell'1% circa in meno di
coloro che un rientro nel Prodi Bis, perlopiù ancorato a quell'Europa
lì, alla Nato sotto D'Alema espansa all'universo mondo, alle bombe
umanitarie, al pacchetto Treu, ai baffi bilaterali del criptorichelieu,
alla pseudoistruzione di Luigi Berlinguer, alle mazzate ai manifestanti,
lo vedono come un'innovazione (per usare il chiodo fisso di Fausto),
nuova quanto la mummia di Similaun. Al di là delle opinabili alchimie
elettorali, tante e diverse quanti sono in Italia i facitori di
nazionali di calcio, resta solida la constatazione che al chansonnier da
crociera, servo di due padroni (i suoi interessi, quelli della
massoneria e quelli dei neonazi di Washington), è andata male.
L'iperpersonalizzazione non paga più. Se ne sono accorti tutti, salvo
Bertinotti, che, mentre addirittura un partitino del 2% come l'UCD
esibisce una costellazione di esponenti da giostra televisiva (Follini,
Volontè, Bottiglione, Casini.), resta la stella fissa e unica
sull'orizzonte di Rifondazione e c'è da chiedersi cosa mai succederà
qualora questo fiore del deserto dovesse appassire. Chi spunterebbe? Un
Musacchio? Un Ramon Mantovani che nei fondi di bicchiere vedeva agitarsi
gli "ipernazionalisti della Grande Serbia"? Un Nunzio D'Erme no, chè
quello manco finge di essere comunista.
Cosa ha fatto l'opposizione riformista-radicale quando alla mazzata
elettorale al Berlusconi si è aggiunta la dipartita di Tremonti e il
premier ha scosso le colonne gridando "muoia Sansone e tutti i filistei"
(il Sansone moderno, Sharon, attualizza solo la seconda parte
dell'invocazione)? Ha chiesto elezioni anticipate che nessuno si sognava
di concedere, ha ventilato un Aventino che ha provocato enormi erezioni
in tutto lo schieramento celodurista (va da AN alla Lega a Cichitto,
saltando Bondi), non ha chiamato la gente a scendere in piazza a esigere
quelle elezioni, con Epifani ha fatto gli scongiuri contro lo sciopero
generale e, come scrive "il manifesto", né la sinistra moderata, né
quella radicale hanno avuto tempo o voglia di parlarsi, di proporre
un'analisi e un intervento comune. Il "comune" è annegato tra i rimorsi
che hanno lacerato il Triciclo sulla mozione comune per il ritiro degli
occupanti italiani in Iraq. E allora, cosa ha proposto l'opposizione?
Due terzi di essa ha temuto che Mario Monti accettasse la
strumentalissima offerta berlusconiana, poiché lo auspica suo Mister
Economia, assieme a Fazio per la bancona e Montezemolo per i padroni.
Così, sempre secondo "il manifesto", si è persa l'occasione della
maggior crisi che la Casa delle il libertà abbia vissuto, nella speranza
che Berlusconi svanisca da sé. "Non sarebbe bello se gli italiani, che
sono andati ancora al voto come in nessun altro paese europeo fidando
che qualcosa possa cambiare, si convincessero che altro non c'è
all'orizzonte" se non un governo simile a quello catastrofico e
antipopolare del 1996, perlopiù in una situazione economica e
istituzionale allo sfascio completo.
In tutto questo la "sinistra radicale", addobbando lo spaventapasseri
dell'alternanza dei due famosi fantini sull'unico cavallo delle élites
borghesi, con il papillon eversivo dell'alternativa, termine che ha lo
stesso peso della parola "comunista" dopo Rifondazione (tant'è vero che
all'ultimo congresso era del tutto sparita, fino a quando un gruppetto
di volenterosi non lo dipinse su un lenzuolo e lo appese sotto il naso
del segretario orante), fa sostanzialmente da ruota di scorta a un
triciclo a rischio di ripetute forature sociali, assicurate dalle lotte
spontanee partite quest'anno e alle quali lo sposalizio concertativo
CGIL-Confindustria spera di porre rimedio. Non sarà comunque facile per
il duo euro-imperialista Amato-Prodi ordinare il "rompete le righe",
neanche con la collaborazione di Epifani. Ogni tentativo in questa
direzione si dovrebbe scontrare con nuove e più forti mobilitazioni
della classe lavoratrice, ultimamente riemersa con spiccata
individualità dal pantano delle "moltitudini". C'è chi nel vertice di
RC, travisando completamente l'obiettivo strategico di Bertinotti,
venutosi delineando con coerenza dal 1993 ad oggi, spera ancora di
aprire una polemica frontale contro i tentativi di puntellare la linea
concertativa, guerracompatibile e ultraliberista dell'Ulivo e della
CGIL. Andrà in bianco, a meno che, con tardiva resipiscenza, s'impegni
sul terreno politico per rompere un'alleanza che subordina gli interessi
dei lavoratori e dei popoli a quelli delle classi dominanti e degli
aggregati imperialisti. A questo punto, pare che tutto verrà rinviato al
congresso di primavera, cioè di quel tanto che occorre agli inventori
della Sinistra Europea per rinfoltire le dimagrite schiere di comunisti
nei partiti nazionali d'origine, con un afflusso rigenerante di
cattolici, ambientalisti, girotondini, nonviolenti di estrazione varia,
riformisti alla buona.
Se l'europeismo capitalista e imperialista prodiano è l'originale,
quanto lo è nel nostro paese il golpismo reazionario di Forza Italia,
l'Europa "laboratorio della sinistra alternativa", nientemeno, di
Bertinotti, e della banda di burocrati che vi si è acciambellata per
sfuggire alle intemperie della propria disgregazione, equivale alla
copia corretta, al pari della versione bersaniana e treuiana della
governabilità nazionale. E assumendo, in cambio di sonanti eurcontributi
finanziari, il riconoscimento delle tavole della legge UE, dal libero
mercato alla fortezza anti-immigrati, dallo spazio repressivo al riarmo,
il vertice della sinistra "radicale" non poteva non attribuire alla
"nuova America" di John Kerry e del similFrattini (l'Uomo Upim) John
Edwards, il ritrovato ruolo di "madre di tutte le democrazie". E' tempo
di "copie corrette", di cambio di fantino sulla stessa cavalcatura.
Kerry ha auspicato più soldati per l'Iraq di Bush, vuole una Nato
sempre più out of area, ha omaggiato il fascistico Patriot Act del 2001
e l'assunzione di pieni arbitri militari da parte del presidente nel
2002, ha giurato ulteriori guerre preventive e permanenti al "terrorismo
internazionale", ha ripetuto i vaniloqui clintoniani sulle fasce deboli
e sull'occupazione, ha promesso ferro e fuoco alla rivoluzione
bolivariana di Ugo Chavez e ulteriori strette di nodo scorsoio a Cuba,
ha assicurato cieca (?) complicità con i macellai al potere a
Gerusalemme, non ha detto mezza parola, oltre alle andatissime "mele
marce", sui mattatoi alla Torquemada di Abu Ghraib, Guantanamo, Bagram,
Kandahar e tutti gli altri luoghi delle nequizie di Stato statunitensi,
e neppure sui serial killer nella magistratura USA, si è inserito
nell'ininterrotta serie sanguinaria di presidenti USA, democratici
compresi (Roosevelt, Truman, Kennedy, Johnson, Clinton: un bilancio di
60 interventi imperialistici e circa 30 milioni di morti) con coerenza
di intenti e solida continuità patriottica.
Ma la "sinistra radicale" ha pensato bene di coniugare i partner
riformisti D'Alema-Fassino-Rutelli-frange minori con un possibile
partner neoatlantico "liberal" e di rivolgersi ad entrambi con la
medesima speranzosa benevolenza. Leggere per credere: da Rossana
Rossanda che inveisce contro coloro che mettono a rischio la "nuova
America" di Kerry scommettendo su nessuno dei due fantini, o magari
rivolgendosi all'unico antiguerra, Nader, a Luciana Castellina che
individua tra gli zoccoli del destriero cavalcato da Kerry il ritorno
dell'America che amavamo, di quell'intellighenzia progressista che ci ha
dato i Kerouac e i Warhol ("Non si tratta di giudicare quanto Kerry sia
meglio di Bush, quel che conta è che un presidente democratico è sempre
più sensibile ai movimenti"); dal Sandro Curzi, lo pseudonimo borgataro
di Bertinotti, che ricorda "le due volte che gli americani vennero in
soccorso dell'Europa" (e tutti a chiedersi se si riferisse all'uscita
del già collaudato militarismo imperialista USA dal proprio continente
nel 1915 e alla mafizzazione e colonizzazione dell'Italia nel secondo
conflitto mondiale), al Guido Caldirol, della stessa testata, che passa
dal ruolo di fumogeno, denso di persecuzioni antisemite, attorno al
terrorismo di Stato israeliano e alla dilagante persecuzione dei
musulmani, all'aperta esaltazione della prospettiva Kerry. Senza neanche
parlare de "l'Unità", dove Furio Colombo si commuove alla rimpatriata
con i vecchi amici dalle tante mistificazioni "liberal", o del
"Riformista", che del resto, impaginato da D'Alema, si colloca con
soddisfazione all'ultradestra dello schieramento che, per Bertinotti,
dovrebbe far vivere "l'alternativa". Sembrerebbero i tre porcellini che
a un Ezechiele, che fuori ulula e soffia, aprono la porta per non
sembrare prevenuti, e invece sono tre porcellini geneticamente
modificati che, tra le zampe del lupo, sperano di nutrirsi alla stessa
greppia.
E' lecita, seppure non proprio scientifica, la domanda se sia nata prima
la subalternità di queste sinistre di lotta (?) e di governo (!) - e,
almeno dal 1944, di compromesso - all'ideologia e alla cultura dei
padroni, o alla loro informazione. Essendoci già abbastanza arrovellati
su uova e galline, lasciamo perdere, se non per osservare che, ad ogni
modo, se continui a prendere per buone categorie valutative,
definizioni, paradigmi e notizie dell'informazione-comunicazione
imperialista, hai buone chances per finire di pensarla come coloro che
la diffondono. Valga per tutti, l'esempio della "globalizzazione
neoliberista", passivamente recepito e entusiasticamente ristrombettato
come totalizzante visione del mondo, non solo dal movimento no global,
cui molto si può perdonare per trattarsi di spontanea espressione di
disagio collettivo, senza storia né progetto, ma addirittura da chi, per
storia della propria ascendenza (per quanto rinnegata), dovrebbe saperla
più lunga, a partire dalle espansioni commerciali iberiche e dalla
Compagnia delle Indie. C'erano in proporzione più scambi, dettati dal
modo di produrre e distribuire capitalistico, alla vigilia della prima
guerra mondiale, che non all'apice dell'attuale "globalizzazione" che
vede ancora un terzo abbondante dell'umanità ad almeno 300 km dal più
vicino telefono. Ma "globalizzazione" è parolina inoffensiva, come mi
diceva il poeta cubano Victor Luis Lopez, ottima per mimetizzare la
massima aggressività imperialista della storia postvittoriana. Come pure
"neoliberismo" s'intende meglio allorché lo si denuda come eufemismo per
"capitalismo". Non molto diversamente la "fine dello Stato nazionale" e
la nascita del negriano"Impero" - nel quale tutti i gatti sono bigi e
danzano tenendosi per mano, le contraddizioni interimperialistiche si
sono dissolte in un comune governo planetario astatuale e multinazionale
- sono state recepite con passione da antichi disillusi
dell'"internazionalismo", quasi ci fosse da cantare: "Non più nazioni,
non più frontiere, ma sui confini rosse bandiere", quando dalla
confusione stava invece emergendo il Leviatano più solido e
prevaricatore dagli Asburgo in qua. E tra "piccolo è bello", il
disobbediente e criptoleghista muncipalismo partecipativo e le
fantasticherie sovranazionali europee, si è dato un'ulteriore mano sia
all'imperialismo, il cui Stato-guida ha per le statualità nazionali
altrui la stessa simpatia di un pescatore di palude nei confronti delle
zanzare, sia alla borghesie che vedono i soggetti potenzialmente
antagonisti deviare le loro lotte dal naturale terreno di confronto
nazionale, verso fumose dialettiche nell'Europa dei banchieri e
finanzieri, dei boss e dei generali.
Sussumere la non violenza di un Ghandi mitizzato (e del tutto scisso da
una realtà che ha visto Londra in ginocchio preferire la consegna
dell'India a un digiunatore pacifista, aristocratico e classista,
oltrechè castista, piuttosto che alle masse insorte guidate da partiti
di sinistra), ha allargato il magnetismo bertinottiano verso le vaste
aree che riscattano la cattiva coscienza borghese in luoghi come
Emergency, nei facili ma contradditori proclami del papa, o nella
vittimofilia della Caritas. Ma, più importante, ha rassicurato i settori
violentemente predatori della società sull'accettazione della prima
regola di convivenza da loro impartita, da che mondo è mondo, agli
sfruttati e oppressi (salvo quando si tratta di guerreggiare per la
"patria"), negando a costoro la carta estrema e storicamente decisiva
per vincere la partita: l'autodifesa. Alla criminalizzazione della
violenza difensiva, biologicamente propria dei proletari, si accoppia
naturalmente il senso di colpa nel caso della minima violazione del
sacro dogma, da cui la ripetizione del rapporto, esiziale per l'umanità
cattolica, confessore-peccatore confessante. Sono qui da trovarsi le
"radici cristiane" del Bertinotti rivalutatore delle religioni, perfino
del Dalai Lama e sdegnato critico della rimozione del crocefisso "da là
dove ormai sta". Ne consegue anche l'entusiasmo delle sinistre
istituzionali tutte per le ricorrenti trovate di settori dirigenti
israeliani e palestinesi, finalizzate a fermare l'Intifada attraverso
"dialoghi" tra le parti, come il più recente "Accordo di Ginevra", il
cui vero scopo è togliere le castagne dal fuoco a un Israele al collasso
economico e sociale in virtù della lotta palestinese e a una borghesia
palestinese la cui autorità è stata dissipata nei traffici, nei
collaborazionismi, nella repressione. Accordi di Ginevra che ai
palestinesi negano i fondamenti costitutivi della sovranità: confini,
difesa, sicurezza, ritorno degli espulsi, addirittura l'acqua. Rispetto
a Sharon e affini, hanno il merito di lasciargli l'aria.
Se sulla non violenza - in cui si è riusciti astutamente ad irretire un
da tempo vacillante Pietro Ingrao - ci si è appassionati al dibattito se
con il trattino, senza il trattino, o tutt'unito, magari con l'iniziale
maiuscola (alla faccia della resistenza "troppo angelizzata") è uno
sbuffo d'incenso, sull'accettazione del concetto "terrorismo", allargato
coscienziosamente a "terrorismo islamico", c'è stata confluenza
immediata e universale, da Storace a Bertinotti, da Giuliano Ferrara a
Luisa Morgantini (la quale donna in nero si è spinta anche oltre, fino
ad azzardare, da sopra le macerie ancora fumanti della Jugoslavia, un
"fascismo serbo" di Milosevic). Dai "terrorismi islamici" si è
transitati con allegra disinvoltura ai "terroristi kamikaze" e poi ai
"terroristi palestinesi" tout court, con più indirette e imbarazzate
estensioni ai lanciatori nostrani di lattine di gazosa, fino alla
coincidenza quasi osmotica con gli occupanti sulla natura terroristica
di qualsiasi cosa che scoppi in Iraq, si tratti di trasparentissime
creazioni Cia-Mossad come i miracolosamente ubiqui Osama e Zarkawi, come
certe decapitazioni di sapore israeliano, come gli eccidi di Croce Rossa
e moschee, oppure di un popolo sondaggisticamente e con ogni evidenza al
90% in rivolta contro il predatore genocida.
Si può ben dire che il passi definitivo per l'ingresso nella "comunità
internazionale" queste sinistre l'abbiano meritato con la bertinottiana
"spirale guerra-terrorismo". E' il paradigma della combriccola golpista
al potere a Washington, ma anche dei suoi possibili successori e di
quasi tutti i galantuomini in voga in Europa, da Chirac a Blair, da
Schroeder ad Agnolotto: inizia la spirale il terrorismo, risponde la
guerra, cui risponde il terrorismo, cui risponde la guerra, via via
spiraleggiando all'infinito. Con una differenza, che peraltro non mette
in discussione l'ontologia dell'assunto, per cui i galantuomini inarcano
le sopracciglia sull'"errore di una risposta bellica al terrorismo" e
concedono a quest'ultimo l'attenuante della provocazione, cosa che non
muta il giudizio. Condizione determinante di questa concordia è un punto
di partenza assolutamente comune: il terrorismo è islamico, e a volte
anche un po'cristiano (aspettate che i proletari venezuelani si
difendano contro l'ennesimo golpe!) ed è comunque e sempre
antidemocratico. Con il che si scivola, volenti o nolenti, nello scontro
di civiltà di Huntington, premessa ideologica per la conquista
imperialista del mondo, e nella demonizzazione di chi mette in
discussione l'inesorabilità e bontà della democrazia borghese (in cui
già si identificò, a nome di una tradizione ormai consolidata, tale Ugo
Pecchioli, ministro di polizia-ombra nel '68 e seguenti). Ne conseguono
scivoloni abbastanza tragici come il famigerato "né con la Nato, né con
Milosevic", che indubbiamente rimosse remore, almeno morali, alla
liquidazione di un tentativo non del tutto perduto di democrazia
socialista e multietnica, nonché la mostrificazione - perlopiù costruita
nei laboratori di Langley, ma sempre recepita senza riserve e senza
verifiche - dei vari capistato canaglia che intralciano la marcia degli
imperialismi. Le tonnellate di materiale di informazione vera, resa
tanto più credibile quanto più le versioni ufficiali venivano
polverizzate dalle proprie incongruenze, elaborata soprattutto negli
Stati Uniti e in consolidati centri internazionali di
controinformazione, anche sulla base di precedenti storici provati,
sulla matrice bianca, cristiana, anglosassone e, all'occorrenza,
semitica, del terrorismo stragista, da New York al mondo intero, hanno
lasciato il tempo che hanno trovato, salvo qualche barbaglio trasparso
sul "manifesto". Sennò che spirale sarebbe stata?. E qui il
collateralismo con l'imperialismo è oggettivo e riveste responsabilità
di portata epocale. Collateralismo del resto non innaturale, vista la
tradizione colonialista sul piano ideologico praticata nei confronti del
Sud del mondo in parallelo sia dalla borghesia, sia da una certa
ortodossia vuoi trotzkista, vuoi stalinista e che si riassume nel
verdetto di Bertinotti sulla resistenza irachena che non meriterebbe
ancora la "R" maiuscola, perché non ne è chiaro il progetto politico. Le
lotte di liberazione nazionali, o sono politically correct come i Premi
Strega di Vespa, o se ne vadano al diavolo. E, comunque, sono tutte
antipaticamente poco non violente. Vane le parole di uno dei massimi
analisti della geopolitica statunitense sotto la cosca Bush, Michel
Chossudovsky, all'indomani dell'inflazione "Al Zarkawi": "Gli apparati
dell'intelligence americana creano le proprie organizzazioni
terroristiche. E, allo stesso tempo, creano le proprie minacce e
attività terroristiche che vengono imputate alle organizzazioni da loro
stessi create. Contemporaneamente sviluppano un programma di
antiterrorismo da molti miliardi di dollari per dare la caccia a quelle
stesse organizzazioni terroristiche. Antiterrorismo e propaganda di
guerra sono dunque interconnessi. Chossudovsky, economista di fama
mondiale e a capo del centro i ricerca "Global Research" di Toronto sa
di cosa parla: nessuno meglio del suo gruppo ha fatto a pezzi la
versione ufficiale sugli autori, sulle motivazioni e sulle circostanze
dell'11 settembre 2001, contribuendo a quello che dovrebbe essere il
compito primario di qualsiasi forza anticapitalista ed antimperialista:
lo smascheramento e, quindi, la delegittimazione dei criminali al potere.
SUDAN
Finisco con un episodio altamente rappresentativo di quanto sopra.
Sudan. Nei caldi giorni di giugno-luglio, che la Resistenza irachena, i
contraccolpi in Afghanistan, l'efficace risposta politica di Cuba
all'aggressività statunitense con intendenza europea al seguito, e la
tenuta di Hugo Chavez in Venezuela, la botta Zapatero, facevano
ribollire ulteriormente sotto i piedi dell'establishment imperialista,
tutti presero a occuparsi con crescendo da visibilio del Sudan. Un
depistaggio salutare per gli occupanti, invasori e cospiratori sotto
tiro: via dalle umiliazione di una guerra in via di sconfitta in Iraq
come in Afghanistan, via dall'invadenza di Guantanamo, via da Abu
Ghraib, via dai sondaggi di un Bush sullo scivolo. Via verso un prodotto
tenuto da tempo sullo scaffale, come quel farmaco inventato negli anni
'60 e a cui l'AIDS, scoperto, forse, secondo mezza dozzina di Nobel,
fabbricato, vent'anni dopo, offrì il lungamente sospirato mercato. Via
verso quell'"umanitarismo" che tanto bene aveva funzionato per la
Jugoslavia. Solo pochi giorni prima della fenomenologia Sudan, quel
paese era riuscito a comporre una quarantennale guerra civile istigata
da forze esterne - statunitensi, israeliani, Vaticano - facendo leva sul
solito separatismo etnico-confessionale. Non solo aveva indebolito gli
strumenti cospiratori degli destabilizzatori esterni, ma aveva anche
stretto - colpa gravissima - rapporti privilegiati di collaborazione
economica con la Cina. Il Sud, ricco di risorse petrolifere, idriche e
lignee, era stato conteso tra un governo centrale e forze secessioniste
che, oltre a tutto, erano ferocemente divise tra loro. L'ONU ha
calcolato che la maggioranza dei profughi e delle vittime era dovuta
allo scontro tra bande antigovernative. L'accordo, firmato in Kenya,
risultò assai vantaggioso per le forze ribelli di John Garang e loro
sponsor (comboniani e petrolieri) e assai gravoso per lo Stato. Khartum
acconsentì a minare l'unità nazionale concedendo ai leghisti del Sud
vaste proporzioni dei redditi petroliferi e un referendum su unità o
secessione tra sei anni.
Non si è asciugato l'inchiostro della firma di pace, che nelle regioni
occidentali del paese, da sempre a rischio di desertificazione e
carestia, spuntano ben due "eserciti di liberazione nazionale", ai quali
si oppone una milizia di autoprotezione degli abitanti chiamata
Janjaweed , sostenuta, si afferma, dal governo di Omar al Bashir, che
peraltro si è subito impegnato a disarmarla (disarmo che gli "umanitari"
internazionali non chiedono affatto per i terroristi secessionisti
armati dai soliti destabilizzatori del Sud). Agenzie, televisioni e
giornali di tutto il mondo si riempirono subitaneamente - seppure tutti
privi di inviati sul posto, ma generosamente imbeccati dall'ONG di
regime americana UsAid - di cronache raccapriccianti sugli orrori
perpetrati.da chi? Ma naturalmente dal governo e dalle sue milizie.
Insomma, delinquente diventa non chi cerca di spaccare il paese, ma chi
ne difende l'unità, in particolare contro le cospirazioni smembratici
dell'imperialismo, come in Jugoslavia, come in Iraq. Il Ciad, paese
confinante e, insieme all'Uganda (che sostenne i secessionisti del Sud)
massima colonia statunitense nel Centroafrica, dà il suo apporto con
incursioni armate nel Darfur, di cui nessuno fa parola, e lamentando
l'afflusso in campi profughi dei "fuggiaschi dalle persecuzioni di
Khartum", 10.000? 100.000? Un milione? Tre milioni? Gli antipatizzanti
del Sudan si sbizzarriscono. Come sul conto delle vittime, da 10mila a
qualche milione. Eccelle, naturalmente Radio Radicale, reduce da
analoghe operazioni in Cecenia e con i Montagnard cattolici del Vietnam.
Repressione governativa? Guerra civile? Massacri dei janjaweed? A tutti
libertà di bufala.
Non c'è voce fuori dal coro, da Colin Powell e Kofi Annan,
all'ineffabile reperto della "cooperazione" alla Craxi, la maleodorante
Margherita Boniver, precipitatisi sul posto, il primo per minacciare
"interventi della comunità internazionale", il secondo per deplorare la
catastrofe umanitaria, la terza per berlusconeggiare all'ombra del
padrino USA (catastrofe ecologica da cambiamenti climatici, da mancanza
d'acqua e, dunque, di pascoli e coltivi, che potei testimoniare già
dieci anni fa, senza che nessuno vi desse retta per carenza di
peperoncino politico); con il contributo mediatico di prammatica: dal
sionista New York Times (e quanto Israele sia coinvolto da 40 anni in
Sudan lo sanno i servizi di tutto il mondo) al "manifesto" e a
"Liberazione", passando per "Libero", la grande stampa, tutti i Tg e,
ovviamente, con particolare accanimento, l'agitprop vescovile
"L'Avvenire" e il collateralista "Carta", che diffonde a colpi di
tamburo un appello dell'immancabile ICS (Consorzio Italiano di
Solidarietà), già compartecipe della criminalizzazione dei serbi. Non un
organo della sinistra istituzionale che si ponga qualche dubbio, che
condivida la mastodontica impressione del deja vu di tutti i seri
esperti di Africa, mondo arabo e imperialismo. Nessuno che vi veda un
nodo di quella ragnatela che gli USA e, all'inseguimento, gli europei,
stanno tessendo attorno alle risorse e alla sovranità dei paesi
africani, petrolio in testa. Interrogo funzionari e tecnici FAO che da
quelle parti, a portar cibo, si stanno sbattendo da decenni e,
all'unisono, tutti smentiscono la montatura occidentale.
Ricordate la Exodus, col suo carico di "poveri ebrei, donne e bambini,
in fuga dall'olocausto, diretti verso la patria dei padri" (?), che
viene fatta crudelmente girovagare davanti alle coste del Medio Oriente,
con gli spietati inglesi che non li fanno sbarcare dove gli compete? Non
era forse uno dei grimaldelli per aprire la porta ai rapinatori della
Palestina? Oggi, la campagna per lubrificare un'aggressione colonialista
al Sudan si avvale della Cap Anamur, la nave dell'omonima - e fino a
ieri sconosciuta - ONG tedesca, presieduta dall'ebreo tedesco Elias
Bierdel, che per settimane viene lasciata al largo di Porto Empedocle. A
bordo, naturalmente, 37 profughi -vittime predestinate sulla cui pelle
si gioca una partita oscena, qualunque sia il loro ruolo o la loro
consapevolezza - tutti a priori definiti "sudanesi", ma che poi
risulteranno soprattutto di altri paesi in guerra. Profughi "dai
massacri governativi, o meglio arabi, nel Darfur, vittime con ancora gli
orrori negli occhi, miserabili cui è stato tolto tutto, casa, terra,
pozzo, famigliari." Siamo al diapason, ai sopravvissuti dell'Olocausto,
non c'è bollettino, cronaca, speciale che non batta la grancassa della
tragedia umana, corredata di immancabili filigrane sul "genocidio" (non
è mai quello dei collaudati israeliani, o anglo-italo-americani, è
sempre arabo o musulmano). E la sinistra segue con entusiasmo da
neofita, come per la sceneggiata dei kosovari albanesi sullo spiedo
serbo, come per i bambini kuwaitiani strappati dalle incubatrici dalla
soldataglia di Saddam (raccontata dalla figlia lacrimante
dell'ambasciatore, travestita da infermiera in finto ospedale dentro
l'ambasciata del Kuwait a Washington, ma innesco per la Guerra del
Golfo), come per le stragi musulmane del mercato di Sarajevo,
accreditate ai serbi ormai solo dall'inqualificabile Adriano Sofri, come
per l'11 settembre dei cavernicoli dell'Afghanistan, che poi si
lasciano polverizzare il paese e portar via a carrettate verso centri di
tortura, senza neppure più lanciare un aeromodellino contro un
McDonald's. E non li sfiora la minima resipiscenza neanche quando
Christopher Hein, direttore del Consiglio per i Rifugiati con sede a
Roma, denuncia in chiari termini: "Secondo le leggi internazionali la
nave è territorio tedesco e il capitano funge da pubblico ufficiale per
cui è tenuto ad accogliere la richiesta di asilo degli immigrati e
trasmetterla alle autorità tedesche".
Del resto lo stesso comandante Bierdel, che ha girovagato per giorni in
silenzio tra Malta, e Lampedusa, ammette i propri giochini con le
regole di sbarco che lo avrebbero condotto a Malta, chiedendo scusa alle
autorità italiane per avere violate. E Malta informa che nessuno ha mai
chiesto accoglienza a quell'isola, né ha chiesto assistenza per
naufraghi. Ma Bierdel ribadisce tignoso, chissà perché, "noi a Malta non
ci andiamo!" E, significativamente, impedisce alla muta di giornalisti
arrivati sulla nave di parlare altro che con i tre "portavoce" dei
"profughi". Intanto rimangono del tutto nebbiose le circostanze del
recupero: da dove veniva il gommone, chi lo pilotava, dove sono finiti i
responsabili. E fanno impressione anche i "profughi": gente tra i 17 e i
30 anni, robusti, in gran forma, aria da combattenti, insolitamente
senza una donna, un bambino, un vecchio. Sarebbe malizioso pensare che
sono stati reclutati per la bisogna da qualche "esercito di
liberazione"? Aspettate che arrivino a terra, siano abbracciati da
Ciampi e un Berlusconi-lacrima-al-ciglio e raccontino le loro
agghiaccianti storie, del resto già anticipate da un Massimo Serafini di
Legambiente che, guardacaso, con la "Goletta Verde" si trovava da quelle
parti e ha usato l'occasione per far tracimare dal "manifesto" storie di
"orrore", formulate in italiano e con lirismi addirittura letterari, e
di "corpi stremati", che nessuna telecamera però percepisce. Serafini è
preso da tale entusiasmo umanitario che confonde la guerra del Darfur
con la secessione tentata del Sud, alla pari, ma con meno innocenza, dei
vescovi de "L'Avvenire", inventandosi una guerra del Darfur, iniziata
l'anno scorso, "che in 19 anni ha già ucciso due milioni di persone". La
foga umanitaria non conosce limiti. Intanto il Consiglio di Sicurezza
intima a Khartum di disarmare le milizie janjaweed, ma nulla dice delle
armate secessioniste che dall'inizio dello scorso anno, armatissime,
terrorizzano e saccheggiano i villagi. "Human Rights Watch",
immancabilmente presente là dove si svolgono tempeste umanitarie
politicamente redditizie, lamenta la "debolezza delle pressioni su
Khartum"
Il capitano ha atteso 9 giorni prima di comunicare a Porto Empedocle la
richiesta di sbarco dei migranti. Gli servivano per allontanarsi da
Malta, nelle cui acque i naufraghi sarebbero stati pescati da un
gommone, pescaggio tempestivamente ripreso da telecamera tempestivamente
a bordo, e al cui governo avrebbe dovuto indirizzare la richiesta. Malta
era disposta ad accogliere i 37, ma a Malta la cosa, risolta subito
subito, non avrebbe fatto rumore. Ecco quindi il peregrinare davanti
alla Sicilia, all'Europa, al modo della Exodus, pronti per un'analoga
operazione hollywoodiana, con tutti che fanno la parte in commedia: i
tedeschi che non ne vogliono sapere, gli italiani che prolungano
l'effetto imponendo il rispetto delle regole di sbarco, i cronisti che
saltano sulla nave a raccontare gli orrori del Darfur, l'intervento alla
grande di campioni dell'ambiguità non governativa e addirittura di
Amnesty International. L'evento si presenta succulento, per i buonafede,
per i malafede, per gli esibizionisti: arrivano a stormo Legambiente,
Arci, Emergency, Tavolo Migranti, Comitati a perdere, Cgil, Prc,
parlamentari, giuristi, sindaci e, come commissari politici, i frati
comboniani di Padre Zanotelli. Calogero Micciché e Paolo Cento
solidarizzano con sciopero della fame. Compaiono con le fanfare anche
quei veri e propri rincalzi delle guerre imperialiste che sono Medecins
sans frontieres, l'organizzazione di Bernard Kouchner, governatore del
Kosovo e supervisore dell'unica vera pulizia etnica vissuta dalla
provincia serba, quella di 300.000 serbi trucidati o cacciati, quella di
135 chiese e monasteri bizantini inceneriti. Eventi passati nel silenzio
del "manifesto" e di "Liberazione", che pure qualche responsabilià
nell'accreditare le balle dei guerrafondai ce l'avevano e ora la loro
gigantesca coda di paglia la nascondono tra le gambe. Sono quelli di Msf
che a suo tempo cacciarono la sezione greca per aver assistito i
civili serbi bombardati e che ora colmano questi migranti di ogni ben di
dio, insieme ad altre ONG, mentre nel contempo, silenziosamente,
carrette del mare piene di gente poco interessante va a visitare i CPT
di Bossi-Fini-Turco-Napolitano, o i pesci. Naturalmente il primato
degli interventi umanitari spetta al tabloid di Curzi, che non si perita
di ripubblicare con massima enfasi un libello de "L'Avvenire", dettato
da quegli apripista del colonialismo che sono i padri comboniani. Lì,
più che altrove, il baricentro ce l'hanno "i criminali al potere a
Khartum" e gli abitanti del Darfur, "dove la popolazione è vittima delle
incursioni delle truppe di Khartum". Non una parola sugli "eserciti di
liberazione" e il terrorismo che seminano nel nome della secessione
filoccidentale. Ciancia, il giornale della Chiesa, di "guerre
dimenticate", di "ennesima campagna di islamizzazione di una regione
abitata da cristiani e animisti". L'intento propagandistico e
svergognato dal falso: nel Darfur vivono esclusivamente musulmani, arabi
e neri. "L'Avvenire" sbaglia clamorosamente ma consapevolmente: non è
nuovo al fiancheggiamento delle guerre (si pensi a Ruini e all'Iraq, a
Woytila e alla Croazia cattofascista lanciata contro la Serbia ortodossa
e socialista, o alla Bosnia della Sarajevo proclamata "martire" mentre
scacciava per sempre metà della popolazione, quella serba), straparla
dell'urgenza di "illuminare una tragedia sulla quale i riflettori
dell'opinione pubblica e dei massmedia internazionali rimangono
regolarmente spenti". Questo, in un momento in cui i fasci dei
riflettori occidentali sul Sudan sono talmente accecanti da farci vedere
anche cose che non esistono. A qualcuno è tornato in mente il 1996
allorchè il "democratico" Clinton bombardò a Khartum l'unica fabbrica di
farmaci anti-Aids e anti-malaria a basso prezzo di tutta l'Africa,
facendola passare per fabbrica di armi chimiche e campo d'addestramento
di Al Qaida? Quanto ci volle perché la stampa "alternativa", quella che
con "Liberazione" chiama "assassini" i partigiani iracheni, si
accorgesse dell'abbaglio? Ci volle la BBC! E intanto la "roccaforte
terrorista" sudanese aveva offerto a Washington la consegna di un Osama
bin Laden, passato da quelle parti e arrestato, e si era vista
rispondere:"Per carità, non ci interessa, mandatelo in Afghanistan".
Insomma i vescovi fanno il loro mestiere, come i radicali, come i
guerrafondai. Come Paolo Trincia, peacereporter.net, che dalla nave
invia raccapriccianti cronache sulle sofferenze psicofisiche dei 37
omoni e denuncia una "carenza di viveri e di frutta" dopo che in 8
giorni sulla "Cap Anamur" si è rovesciato ogni ben di dio delle Ong di
tutto il mondo. Vi ricorda qualcosa? Forse quell'Antonio Russo che, per
Radio Radicale, nascosto in una stanzetta di Pristina (in effetti stava
in Macedonia), giornalmente inondava i creduloni di sangue succhiato dai
vampiri serbi? Ma "Liberazione"? Bertinotti? Rossanda? Di "L'Unità" o
del "Riformista" non mette neanche conto parlare. Ma gli altri non ci
volevano convincere della profonda differenza tra alternanza e
alternativa, tra riformisti e radicali? Lo scenario internazionale è la
più evidente cartina di tornasole di un consociativismo da futuro
governo capitalista insieme, barcamenandosi tra l'uno e l'altro
imperialismo. E non da oggi. Pensate alla Jugoslavia, letteralmente
tradita e mandata al macello con impegno senza eguali nella diffamazione
del suo governo e del suo popolo; pensate a Cuba, dove terroristi
mercenari dei killer USA diventano democratici dissidenti; all'Iran,
dove seduta stante si sposano le ragioni degli "studenti" in marcia
contro il governo con tanto di bandiere statunitensi al vento; a Haiti,
sbranata dai toton macoute, dai marines e dai francesi e scandalosamente
raccontata come episodietto esotico, con quello
"strano","insufficientemente democratico", di Aristide, e subito
archiviata, alla faccia del prossimo Chavez, o Fidel; allo Zimbabwe di
un leader come Mugabe, che si ostina a difendere il proprio popolo dalla
voracità dei feudatari bianchi e diventa ovunque un "tiranno
sanguinario"; al Tibet, di cui Bertinotti in persona esalta la guida
spirituale nella nota figura di provocatore Cia del Dalai Lama, ultimo
di una dinastia di tiranni medievali, rapitori di bimbi e pedofili;
all'Algeria delle sobillazioni berbere, fatte passare per emancipatrici
e democratiche, istigate dalla Francia revanchista; al Venezuela, ai cui
golpisti al soldo di Washington Massimo D'Alema, partner di complotto e
di governo futuro, offre consenso e plauso; alla Cecenia, per la quale,
pur davanti a ospedali, o treni, o teatri fatti saltare con tutti
dentro, il "manifesto" non sprecherebbe mai la parola "terroristi", pur
sapendoli addestrati alla bisogna dalla Cia in Afghanistan. Tutti questi
falsi avvallati, insieme alla patacca del terrorismo islamico autogeno e
alla lobotomizzazione della non violenza, sono stampelle al capitale e
alla sua espressione imperialista, pari pari a quelle fornite dal
sedicente Partito Comunista Iracheno, collaborazionista, membro del
governo Cia di Iyad Allawi, partito più di tutti coccolato dagli USA
come splendida copertura a sinistra, alleato del narcotrafficante curdo
Jalal Talabani, agente israeliano, delatore della lotta di popolo per la
libertà, al quale Gennaro Migliore, responsabile esteri RC dal
nome-scherzo, ha voluto gemellare il suo partito.
L'elenco è tragico, raccapricciante. Ricorda il tradimento delle proprie
responsabilità verso chi ha lottato e sanguinato prima di te, verso chi
ti crede, verso la classe, verso la verità, praticato 14 anni or sono da
Achille Occhetto. Attenzione, quell'"innovatore" lì oggi si aggira per
loschi cunicoli della politica, alla ricerca disperata di sopravvivenza,
per quanto vergognosa. Non è un bel vedere.
In Rifondazione qualcosa pare muoversi. Due donne di prestigio, Lidia
Menapace e Ritanna Armeni, hanno di recente pubblicato un attacco feroce
al personalismo in politica e nei partiti.Parlavano a suocera perché
nuora intenda? Chi più Cesare, più "non avrai altro dio all'infuori di
me", del sub-sub-comandante? Giorgio Cremaschi ha sparato a zero contro
il concertazionismo risorgente all'orizzonte del governo
D'Alema-Bertinotti e denuncia: "Come in politica, si discute sulla forma
degli schieramenti e delle alleanze a prescindere dai loro contenuti (i
famosi "punti" flebilmente invocati dall'area dell'"Ernesto"). Questa
scelta rischia di depotenziare i movimenti di lotta. Il punto è, se si
vuole affrontare la crisi, occorrono politiche alternative al liberismo
a tutti i livelli."
Giusto Giorgio, ma finchè non si aggiunge, per esempio, che con lo
squartatore della Jugoslavia, il falsario della guerra umanitaria, il
criminale di guerra che ha bombardato e ucciso migliaia di inermi
cittadini, lo sponsor dell'associazione a delinquere "Arcobaleno",
quello che non perde occasione per sputare in faccia a brave gente che
marcia per la pace e a cui il "puzza-al-naso" fa ribrezzo da capo a
piedi, che con questo soggetto non si prende nemmeno un tè alla buvette
e, tanto meno, si comprano pezzi raffermi di governo, hai voglia di
ammonire.
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