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La prima guerra d'indipendenza
e José Martì

(tratto dal libro Attacco al Moncada di Robert Merle)


Un anno prima che la Spagna annullasse ogni possibilità d'intesa con la colonia, una crisi economica aveva sconvolto Cuba. Zucchero e alimenti di lusso e di consumo oscillante, vengono colpiti da ribasso sui mercati esteri. I piantatori subiscono perdite tali che un’intuizione nuova si fa strada nel loro cervello: lo schiavo costa più del salariato.

La contraddizione è clamorosa: la produzione è stagionale e gli schiavi permanenti. Meglio sostituirli con l'operaio libero, che si è liberi di licenziare quando si vuole. Il piantatore è costretto a rendere all'umanitarismo quest’involontario omaggio: l'allevamento a fini servili degli uomini è meno conveniente di ogni altro.

La Giunta d'infomazione sollecita l'abolizione della schiavitù. Un interesse meglio inteso sta per abbattere un’istituzione che l'avidità ha tenuto in piedi per tre secoli.

Il 10 ottobre 1868 un uomo generoso e pieno di coraggio, Carlos Manuel de Céspedes, proprietario terriero d'Oriente, proclama l'indipendenza di Cuba, chiede l'abolizione della schiavitù e libera i propri negri.

Il governatore spagnolo Lersundi gli manda contro le truppe. Comincia la guerra, una guerra rivoluzionaria nella quale due rivoluzioni si connettono e si spalleggiano, i piantatori in rivolta contro la metropoli, gli schiavi in rivolta contro le proprie catene. E’ una rivoluzione rurale, non urbana. Le grandi città, Santa Clara, Camagiiey, Santiago, sono difese da forti guarnigioni. L' Avana poi, nonostante le agitazioni degli studenti è tagliata fuori dalla lotta: qui la classe più ricca è costituita dai commercianti spagnoli fedeli al re.

A Cuba le insurrezioni che decidono del destino dell'isola -1868, 1895, 1953 - partono tutte dalla provincia, tutte dalla stessa provincia: Oriente.

Il fiume più lungo, le montagne più alte, le miniere più ricche, le baie più belle, il clima più caldo: questo è, al limite estremo dell'isola, la provincia di Oriente. A ovest una frontiera di appena 100 chilometri la separa dalla provincia vicina, la ridente Camaguey, saggia e panciuta. Oriente è come uno Stato ai confini dello Stato, colle sue tradizioni, la sua fierezza, la sua allegria africana. Novecento chilometri separano la sua capitale, Santiago, dall' Avana. Qui la Spagna non è mai riuscita a imporre il patto coloniale.

In questa terra umida, sotto il sole caldo, più che in ogni altra contrada di Cuba, bianchi e negri hanno mescolato i loro amori, dando vita a questo popolo indocile dalla lingua cadenzata: belle meticce con la pelle d'ambra, uomini di un coraggio esemplare.

Oriente è la patria nella grande patria, una sintesi di quanto di più cubano c’è a Cuba, la terra mas rebelde , la provincia in cui " la terra trema ma non gli uomini ,.. Da Oriente è uscita tutta la storia di Cuba.

In queste montagne il cacicco Hatuey organizzò le sue bande contro il conquistador. Da Yara, a diciotto chilometri a est di Manzanillo, Carlos Manuel de Céspedes lancia il suo appello nel 1868. Da Baire, a trenta chilometri da Bayamo, parte l'appello della seconda guerra dipendenza del 1895. A Dos Rios, tra il Rio Cauto e il Rio de Contramaestre, una palla spagnola uccide José Martì in una carica. A Ba e a Santiago il 26 luglio 1953 Fidel Castro passa all'attacco contro la dittatura di Batista.

Ogni guerra rivoluzionaria crea metodi propri. A Cuba i mambi - così si chiamano i ribelli - non hanno che escopetas o fucili che tolgono al nemico, ma interrompono le strade con barricate di ceppi di legno, sbarrano i fiumi, tendono imboscate e si scagliano sul nemico brandendo le machetes.

Fucili da guerra contro machetes, cannoni contro escopetas: l'esercito spagnolo è un esercito moderno, comandato da un generale che conosce il proprio mestiere e il terreno, il conte di Valmaseda. Poiché gli effettivi .non sono sufficienti, egli recluta nelle città, e soprattutto all'Avana, volontari spagnoli. Se ne presentano subito trentamila. La tecnica militare, le armi, la disciplina, persino il numero: questi elementi di superiorità Valmaseda li ha tutti insieme. Le impiccagioni, le esecuzioni sommarie, i massacri di prigionieri si moltiplicano. Quando ci si impadronisce di una città, l'ordine è di fucilare tutti coloro che l'istruzione rende pericolosi, medici, avvocati, insegnanti. Prima di partire dall' Avana i volontari spagnoli, irritati perché dei giovani si sono esibiti al teatro di Villanueva vestiti con i colori della bandiera cubana, aspettano all’uscita la folla degli spettatori e la prendono a fucilate.

Il 27 novembre 1871 otto studenti di medicina, accusati senza alcuna prova di aver profanato la tomba di don Gonzalo Castanon sono condannati a morte. Proteste unanimi. Il capitano spagnolo Federico Capdevila preferisce spezzare la spada piuttosto che esser complice di questo crimine indegno. Ma il governatore Lersundi rimane inflessibile, e mentre gli otto giovani sono condotti al supplizio, gli spagnoli lungo la strada esultano: " Carne fresca! Sangre joven! ".

La prima guerra d'indipendenza dura dieci anni. Per la Spagna è una serie di vittorie sterili, per i mambi una serie di insuccessi vjttoriosi. Valmaseda guadagna terreno, ma appena si allontana lo perde. Sulle sue orme la ribellione rinasce immediatamente; il terrore, anzicl soffocarla, la moltiplica. La popolazione collabora, l'odio per la Spagna cresce.

José Martì

Colui che i cubani chiamano el Apòstol ha quindici anni quando scoppia la prima guerra. d'indipendenza. Si chiama José Martì. Per ironia del destino suo padre è sottufficiale nell'esercito spagnolo. Ma José è nato all'Avana e sa che cos'è l'amore per Cuba. Nel 1870 è arrestato per aver sorriso con derisione guardando sfilare i volontari di Valmaseda. Lo perquisiscono e gli trovano addosso una lettera nella quale egli critica un compagno di scuola per essersi arruolato dalla parte degli spagnoli. Al processo è condannato a sei anni di carcere: ha appena compiuto diciassette anni.

Il Presidio politico, il carcere nel quale gli spagnoli gettavano patrioti cubani; avrebbe potuto essere un modello per i campi nazisti della morte lenta. Un anno dopo, quando viene deportato in Spagna José Martì ha il cuore indebolito, i polmoni intaccati. Ma sotto la sua grande fronte gli occhi neri, penetranti, lucenti e riflessivi sono fermi. Nel 1895 quando sbarcherà nell'Oriente, 'la capacità di resistenza di quest'uomo fragile sorprenderà i mambi.

Deportato in Spagna, non per questo egli si sente piu spagnolo, ma Madrid è meglio del Presidio. Si iscrive all'università e ottiene una laurea in diritto e una in filosofia. Si interessa di economia politica; la storia lo attrae. Impara il portoghese, il francese, l'inglese, il tedesco e l'italiano. La cultura raggiunta, conquistata, non lo rende presuntuoso: si istruisce per liberarsi e per liberare Cuba. " Esser, colto per essere libero: la cultura è un'arma, non un fronzolo."

Lasciata la Spagna, visita la Francia e l'Inghilterra, poi si stabilisce nel Messico, il paese più vicino a Cuba. Insegna e comincia a scrivere: articolo, versi, drammi, romanzi, un’opera immensa, piena di talento e di battaglie. C’è in lui l’amore per Cuba, la penna è una spada.

In Messico scopre la grande comunità della quale Cuba non è che una parte; la. grande patria che comprende la patria cubana, il continente che soffre, il continente sottosviluppato, il continente che il grande vicino del nord saccheggia e consegna in mano ai dittatori: nuestra America, cioè l'America latina. Da questo momento Martì la aiuta e la difende come Cuba.

Il 20 dicembre 1877 sposa la cubana Carmen Zayas Bazan, " fiore della borghesia cubana ", bella, bigotta, interessata. Il fiore ha le sue spine. Il suo sorriso ha già in sé il tormento futuro dell'Apostolo. Martì è desolato, e la delusione lascia un'eco nelle sue opere. La " donna frivola "; che noia, " che fatica amare! ". Che pena dover " disprezzare ciò che si ama! ". Vaso vuoto, semplice piatto di carni profumate, mero plato de carnes fragantes.

Martì a ventiquattro anni è quello che era a diciassette. Il corpo gracile non si è irrobustito, il suo viso bello e armonioso ha la stessa purezza, gli occhi neri la stessa luce, la bocca la stessa fermezza. Se invecchiare significa compromettersi Jose Martì non invecchia. Segue con angoscia crescente ciò che avviene nell'isola. Via via che il tempo passa l'insurrezione contro la Spagna manifesta sempre più le sue debolezze. Per amministrare Cuba libre gli insorti hanno nominato una assemblea, ma questa non sa ne dominare i generali ne impedire i dissensi fra loro. La direzione della guerra si disperde tra molti caudillos locali, geloso ciascuno della propria regione come di un feudo.

Altre opposizioni, più gravi e pericolose, si fanno strada. La borghesia si preoccupa per i progressi degli elementi popolari tra i mambi; tra i soldati ci sono troppi guaiiros (contadini) e troppi operai degli zuccherifici; al comando troppi generali provengono dalla truppa : Maximo G6mez, Calixto Garcia, Vicente Garcfa. Si teme anche, o si finge di temere, una prevalenza di uomini di colore nell'esercito ribelle d'Oriente; il suo comandante, il generale Antonio Maceo, è un mulatto. L'unione patriottica che aveva permesso ai guaiiros e alle classi dirigenti di fronteggiare insieme la Spagna stava per lacerarsi. Così, quando il generale spagnolo Martinez Campos propone ai capi civili della ribellione un compromesso, essi non esitano a firmare il patto di Zanjòn (1878).

Che cosa ottiene Cuba dopo dieci anni di lotta? Quasi nulla: una amnistia che sarà presto ritrattata, alcune libertà che non saranno rispettate, un’ emancipazione che non si estende a tutti gli schiavi ma si limita ai negri che hanno combattuto nelle file dei mambi. I capi militari denunciano immediatamente il patto come un tradimento e se ne vanno in esilio. Tutti sanno che il gioco non è fatto, che un giorno tutto sarà rimesso in discussione. La pace è solo una tregua, e i cubani raccolgono le forze per farla finita con la Spagna.

Il patto di Zanjon permette a José Martì di rientrare a Cuba dopo sette anni di esilio. Passa un anno. Per Martì Cuba in catene non è Cuba.

- Comincio a pensare che Martì sia un pazzo pericoloso, - dice il generale Ramon Blanco dopo aver ascoltato una delle sue conferenze.

Si prende pretesto da una rivolta senza conseguenze per arrestarlo. Viene deportato. A un emissario del governo spagnolo che lo avvicina sulla nave in partenza dall'Avana e lo invita a " riflettere ", risponde seccamente: - Marti no es de la raza de los vendibles.( Martì non è in vendita, è di un’altra razza. )

La situazione non è matura per l'insurrezione; bisogna attendere.

Martì si ritira a New York, dove resterà quattordici anni. " Ho vissuto nel mostro, - ha scritto Martì, - conosco le sue viscere. " Paragonato ai dittatori dell'America centrale il mostro è insensibile. Nelle sue viscere Martì fu sorpreso di poter dire e scrivere tutto quello che voleva.

A New York, Martì è già maestro di pensiero per i cubani in esilio. Due veterani della guerra dei dieci anni, il generale Maximo G6mez e il generale Antonio Maceo, gli fanno visita a New York. Per quando Cuba si solleverà di nuovo, Gomez si preoccupa di evitare le beghe e la dispersione che hanno pregiudicato la guerra dei dieci anni; propone perciò una iunta di cinque membri, tra i quali José Martì e chiede tutti i poteri per sé. Martì rispetta e ammira Gomez, ma respinge la proposta: le armi debbono cedere alla toga, la dittatura militare non deve proiettare la sua ombra sul futuro della patria. I due generali si congedano, ma non possono nulla senza Martì. Due giorni dopo egli scrive a Gomez: Un pueblo non se funda, General, como se manda un campamento. Nel frattempo la sua fama cresce, L'Argentina, l'Uruguay e il Paraguay gli offrono la propria rappresentanza consolare a New York. L 'Uruguay lo delega alla Pan American Monetary Commission, riunita a Washington nel 1891.

L'idea che si nasconde dietro questo congresso è semplice: l'America del nord, massimo produttore d'argento del mondo, cerca di i porre il bimetallismo ai paesi dell' America del sud, per poi proporlo all’Europa a nome delle due Americhe.

Il fragile Jose Martì si alza, ed esprimendosi di volta in volta con uguale eleganza nelle quattro lingue del congresso, ottiene contro il bimetallismo il voto quasi unanime dei delegati. Mi bonda es la de David, la mia fionda è quella di Davide.

Per Davide non è che una scaramuccia. La battaglia vera è altrove (l'amore per Cuba in lui è come una febbre): Martì è inquieto. Finora solo la concorrenza degli appetiti inglesi ha impedito a Golia di far sbarcare i marines all'Avana. Ma sulla fine del secolo il leone britannico comincia a ritirarsi, ringhiando fra i denti, dai terreni di caccia degli Stati Uniti.

Il dominio di Golia sulla grande isola si fa più serrato. Compra miniere, centrali zuccheriere, grandi territori; monopolizza il commercio estero cubano. Il popolo che compra dà gli ordini, il popolo che vende obbedisce. Nel 1890 McKinley stabilisce una tariffa doganale dispotica, chiudendo gli Stati Uniti al tabacco dell'Avana. La maggior parte delle fabbriche di sigari cubane è costretta a trasferirsi negli Stati Uniti, a Tampa e a Kay West, con tutti gli operai. Dopo di che gli Stati Uniti rendono più elastiche le tariffe. Comprano il 95 per cento dello zucchero cubano, ma lasciano sussistere la minaccia di un diritto sullo zucchero che distruggerebbe in un anno solo l'economia dell'isola. Un popolo che voglia perire non ha che da vendere a un solo popolo. Infine propongono ripetutamente alla corona di Spagna di comprare Cuba: comprare un paese alla vigilia del XIX secolo, comprare un paese con tutti i suoi abitanti, da padrone a padrone, senza consultare i sudditi; comprare un paese come un negro da un negriero, calcolando il profitto che se ne può trarre; comprare un paese che ha appena concluso una battaglia di dieci anni per l'indipendenza, che ristora le forze per battersi di nuovo; comprare un paese con la sua fierezza, le sue aspirazioni, i suoi eroi, le tombe recenti di Carlos Manuel de Cespedes e di Figueredo (poeta cubano, autore dell’inno nazionale di Cuba; fucilato dagli spagnoli).

Trecento milioni di dollari è una somma tentante per un tesoro in dissesto, ma il padrone spagnolo dice di no. È’ un vecchio gran signore che vive al di sopra delle sue possibilità, ma ha l'orgoglio delle sue proprietà.

La minaccia tuttavia non è meno precisa, non meno imminente. Jose Martì fa la sua scelta. Decide di consacrare tutto il tempo e tutte le forze all'insurrezione, senza riservare nulla a se stesso, e accetta di pagarne il prezzo: povertà, oscurità e silenzio. Nel 1891 dà le dimissioni da tutti i consolati che ha assunto.

Smette di collaborare ai giornali sudamericani. Di più: smette di scrivere. Carmen Zayas Bazàn è incapace di comprendere e ancor meno di sopportare tanto sacrificio. Lo lascia, portando con sé il figlio. Mero plato de carnes fragantes. Martì è disperato ma prosegue da solo il cammino.

Senza casa, senza soldi, senz'altra prospettiva che il sogno dell'indipendenza di Cuba, egli inizia un'impresa gigantesca, l'organizzazione della guerra contro la Spagna. Appoggiandosi agli operai cubani del tabacco, che vivono molto numerosi in Florida, fonda il Partito rivoluzionario cubano. Impone ai suoi compatrioti indocili una disciplina, chiede e ottiene da loro una sottoscrizione settimanale per comprare armi. Riesce poi a far riconoscere il partito dai generali della guerra dei dieci anni e impedisce ai movimenti clandestini a Cuba di sollevarsi troppo presto e in modo disordinato. Benché sorvegliato dalla polizia statunitense e insieme da agenti segreti spagnoli, riesce a comprare armi, ad accumularle, e a trovare dei battelli.

È ancora dimagrito, è fragile, quasi diafano. Sotto la sua fronte enorme, gli occhi dallo sguardo insieme lontano e vicino, sognante e lucido, inflessibile e dolce, sono infossati. Le guance sono scavate e accentuano la sagoma sorprendente del suo viso, un triangolo rovesciato che ha per base la fronte e il mento per vertice. Nel suo volto tutto è pensiero, ma ogni pensiero subito è attuato. Tutto è sogno, ma il sogno diventa azione. Martì brucia di febbre, di lavoro, di speranza. Incapace di reggersi in piedi, continua il suo compito, magro da sembrare sull'orlo della tomba. Mover un pais, por pequeno que sea, es obra de gigante ( Muovere un paese, per piccolo che sia, è opera da giganti ). Il gigante ansima: porta sulle spalle Cuba e insieme a Cuba nuestra America. Egli vede limpidamente l'obiettivo: quando Cuba avrà strappato l'indipendenza alla Spagna, Cuba e i paesi fratelli dell' America latina dovranno sottrarsi al dominio degli USA. Mi bonda es la de David.

Opera da gigante, si diceva, ma vediamo la forza della sua parola: a Tampa, in Florida, un operaio cubano del tabacco, favorevole alla corona di Spagna, mette del veleno nel vino di Martì. Questi lo beve, ma si salva. Un incidente senza importanza. Non è il veleno che lo preoccupa, ma la mancanza di patriottismo di quel cubano. Appena rimesso chiede di parlargli da solo. Un rivoluzionario crede nel potere della persuasione: Martì espone le sue convinzioni e dopo un'ora l'attentatore si getta tra le braccia della vittima e entra nelle file dell'insurrezione.

All'inizio del 1895 Martì raggiunge l'obiettivo. L 'accordo con Maximo Gomez è concluso e cementato. Tre battelli pieni di armi e munizioni li attendono in un porto della Florida per trasportarli a Cuba. Il 12 gennaio le autorità degli Stati Uniti, avvertite, perquisiscono i tre battelli e li sequestrano insieme alle armi. La Spagna, informata, trae un respiro di sollievo: gli interessi possono contrastare, ma quando si tratta dei sottoposti ci si rende qualche piccolo servizio, da padrone a padrone...

Martì e Gomez decidono di andare avanti lo stesso. Con quattro compagni, 1'11 aprile 1895 alle 10 di sera, riescono a sbarcare nella provincia d'Oriente. Un mese e mezzo prima Martì ha firmato l'ordine d’insurrezione, e l'appello di Baire è stato lanciato nell'isola. La rivolta nell'ovest è fallita, .ma è riuscita in Oriente, dove i contadini sono uniti intorno a un vecchio comandante negro: si chiama Guillermo Moncada. Più tardi si darà il suo nome alla caserma di Santiago.

Il 19 maggio 1895 Martì e Gomez alla testa di scarse truppe si congiungono con grande gioia al generale Mas6, che guida una colonna di trecento cavalieri. Due ore più tardi a Dos Rios si scontrano con un battaglione spagnolo forte di ottocento uomini agli ordini del colonnello Ximenes de Sandoval. La lotta è furibonda e l'esito incerto. Martì contro i consigli di G6mez vuol partecipare al combattimento. Si precipita in avanti, rimane isolato e un colpo lo getta ai piedi del suo cavallo. Resta così nelle mani dei nemici, che lo decapitano e lo seppelliscono a Remanganagua.
Il 23 il governo spagnolo ordina di esumare il corpo e imbalsamarlo.

Da allora sono passati settant'anni e ci si accorge che la vita di José Martì non fu che una piccola parte della sua esistenza.. I secoli si consumeranno contro il granito della sua opera. Benché sia morto senza liberare Cuba, di lui la storia non ha conservato questo insuccesso, ma l'insegnamento che egli ha lasciato. Egli ha formato Mella, Chibàs, Castro. A Cuba, davanti a ogni scuola un busto candido mostra ancora il suo viso pensoso, inclinato in avanti sotto il peso della fronte. In grandi caratteri neri su quelli che un tempo erano i pannelli pubblicitari delle strade, in caratteri d'oro sulle facciate dei ministeri, in caratteri luminosi di notte in cima ai grattacieli dell'Avana, e persino nei cimiteri, sulle tombe delle vittime della dittatura, le sue frasi si librano fiere, equilibrate, cariche di senso. José Martì incarna la coscienza storica di Cuba. Ma la sua parola non si ferma qui: dal Rio Grande alla Patagonia, di eco in eco, essa risuona su un continente che aspetta che "suoni l'ora di proclamare una seconda volta la propria indipendenza", negri, indios, meticci, iberici, duecento milioni di uomini poveri e disprezzati, nuestra América.

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