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Siamo tutti americani

Di Marco Travaglio

Accade, in Italia, che i due figli primogeniti del premier vengano indagati per ricettazione e riciclaggio insieme al padre Silvio Berlusconi e al presidente Mediaset Fedele Confalonieri. La notizia, soffiata da ambienti politici in quanto nota al ministero della Giustizia (per via di alcune rogatorie) e agli avvocati-deputati dei due pargoli (per via di alcune perquisizioni), e ovviamente taciuta dai magistrati, risale a quattro mesi fa. Chi ha deciso di farla circolare oggi è un maestro di quelle «armi di distrazione di massa» di cui parla Sabina Guzzanti. Infatti, sui giornali, si scatena la solita canea, che prescinde totalmente dai fatti: pura fantasia, letteratura di evasione.
L'onorevole avvocato Niccolò Ghedini, difensore di padre e figli, dichiara al Corriere che non c'è ragione per sospettare di Marina e Dudi, rispettivamente presidente della Mondadori e vicepresidente esecutivo della Fininvest: «Indagine destituita di ogni fondamento». Per legge, in teoria, spetterebbe ai magistrati appurarlo, ma Ghedini - anticipando alcune riforme prossime venture - decide lui: «Da molto tempo svolgo indagini difensive sulla vicenda dei diritti televisivi, ho ascoltato decine di testimoni e ho appurato la totale estraneità di Silvio Berlusconi. Per puro scrupolo mi sono occupato anche di Piersilvio e Marina, e posso escludere radicalmente qualunque loro coinvolgimento». Da notare la soave espressione «per puro scrupolo».
Questo Ghedini è davvero un superuomo, una specie di Nostradamus del foro: «da molto tempo» indagava difensivamente su Marina e Piersilvio, dunque da ben prima che qualche cattivone rivelasse, tre giorni fa, che i due pargoli erano indagati. Ora, delle due l'una: o gli è apparso l'Arcangelo Gabriele per dargli la triste novella molto tempo fa; oppure sapeva tutto da tempo, ma l'altro giorno ha finto di cadere dalle nuvole per potersi lanciare nelle solite allusioni sulla «giustizia a orologeria» e sulla «fuga di notizia proprio in questo momento di tensione politica». Salvo che, si capisce, l'onorevole avvocato Ghedini non abbia tanto tempo da perdere da comportarsi così ogni volta che difende un cliente: e cioè da andare ogni volta a verificare, «per puro scrupolo», se per caso, oltre al suo assistito, non siano coinvolti pure i figli, i nipoti, i nonni, i cugini, le zie, i suoceri e i cognati.
Per farsi qualche altra risata, basta andare sul Giornale dello zio, dove interviene affranto Mario Cervi, aspirante nonno. Cervi teorizza che i figli non si indagano e basta. A prescindere. «Ci si rivolga al Cavaliere. Marina e Piersilvio, dirigenti di fresca data e di fresca età, non c'entrano, direbbe chiunque». E morta lì. Perché mai i figli di Tanzi e Cragnotti sì e quelli di Berlusconi no, Cervi non lo spiega. Ma osserva allarmato «il ritorno di una tecnica - quella dell'iscrizione nel registro degli indagati - che sotto le apparenze garantiste si è trasformata in una graticola processuale». Fino all'altroieri questi ripetenti del diritto contestavano l'avviso di garanzia. Ora addirittura l'iscrizione. Cioè: una procura riceve per rogatoria delle carte che citano, a proposito di operazioni sospette, i nomi di Piersilvio e Marina. La legge impone che vengano iscritti. I magistrati tacciono e non se ne sa niente per quattro mesi. Poi qualche politico spara la notizia. A quel punto salta su il primo Cervi a primavera, per dire che non si può, non si deve, non si fa, e invita la procura ad abolire una pratica che ogni giorno migliaia di magistrati applicano in tutto il mondo per milioni di indagati. Il nonno precisa, ovviamente, che il divieto non vale per tutti: infatti cita, oltre ai due marmocchi, Berlusconi e Andreotti, «tormentati per anni e per lustri». Non poteva scegliere esempi peggiori, visto che per entrambi l'iscrizione si è rivelata più che fondata: i reati esistevano, tant'è che gli autori l'han fatta franca per prescrizione. Anche Cervi, copiando paro paro da Ghedini, parla di strane «coincidenze» con il momento politico, perché «non siamo nati ieri e le urgenze sopravvenute di colpo in itinerari processuali di immane lunghezza e lentezza continuano a sembrarci singolari». Finge di non sapere che l'iscrizione è di quattro mesi fa e, se i pm avessero voluto farne un «uso politico», l'avrebbero svelata un mese fa, prima delle elezioni. Segue la solita lamentazione per la «Fininvest nel mirino da dieci anni»: come se fosse colpa dei magistrati cattivi, e non degli infiniti cavilli avvocateschi, dei continui ricorsi contro le rogatorie addirittura bloccate per mesi dal cosiddetto ministro Castelli, degli stop imposti prima dalla legge Cirami e poi dal lodo Maccanico.
Ma non è finita, perché è proprio sul traguardo che Cervi si supera: «Oltretutto la faccenda di cui si discute - l'acquisto di diritti cinematografici, pensate un po'! - non è di quelle che evocano il codice penale, semmai le contrattazioni aziendali». Per lui falso in bilancio, frode fiscale, ricettazione e riciclaggio non sono reati. Sono libera concorrenza. Peccato che non abbia aspettato un giorno, prima di scrivere. L'indomani, sul suo stesso Giornale, avrebbe potuto leggere la seguente notizia: «In manette il grande capo della Enron, Kenneth Lay. Gliele hanno infilate ai polsi, come è di moda nella polizia americana. Massima pubblicità in tv. Ora rischia fino a 175 anni di carcere» per falso in bilancio, frode fiscale e altre cosucce che per Cervi attengono alla libera «contrattazione aziendale». La qual cosa - scrivono i giornali - ha seminato «imbarazzo alla Casa Bianca, per i presunti legami fra Bush e Lay». In Italia, nessun imbarazzo per i presunti legami fra Berlusconi e i suoi figli. Anche perché Berlusconi è indagato insieme a loro. In America, per questi reati, si finisce in galera. In Italia il minimo della pena è la presidenza Mediaset, o la presidenza Mondadori, o la vicepresidenza Fininvest. Il massimo della pena, la presidenza del Consiglio.