NON MORIREMO BERTINOTTIANI Bozza di documento proposta alla IV assemblea nazionale degli
autoconvocati di Rifondazione Comunista - Roma, 4 giugno 2004
La crisi politica, culturale e organizzativa del PRC è sempre più
evidente. Le esternazioni del segretario Bertinotti - contro il
marxismo, la Resistenza, il novecento, la storia stessa del movimento
comunista, a favore invece della nonviolenza assoluta e universale e
della collaborazione con l'Ulivo non solo sul piano elettorale per la
necessaria cacciata di Berlusconi, ma addirittura di governo, con tanto
di ventilato ministro degli esteri Bertinotti - e la scelta imposta
dall'alto di confluire in un indistinto partito della "sinistra
europea", hanno avuto un effetto devastante su un corpo del partito già
debilitato da anni di oscillazioni politiche e assenza di democrazia
interna.
Non è solo il numero elevatissimo di compagne e compagni che non
rinnovano l'iscrizione a dare il segno della crisi; non lo è nemmeno il
lungo elenco di provvedimenti disciplinari intentati contro compagni,
circoli e intere federazioni o la fuga dal partito di dirigenti e
compagni eletti nelle varie istituzioni locali; la crisi si manifesta
nell'inesistenza di un'azione politica rivolta ai nostri referenti
sociali (nonostante le chiacchiere torrenziali sul "movimento") e
nell'allineamento strategico con gli elementi peggiori del riformismo
italiano, in particolare sulle questioni internazionali e il rapporto
con l'imperialismo U.S.A.
Le iscrizioni al partito sono in calo vertiginoso, e non si ha notizia
del preannunciato massiccio afflusso di adesioni ("singole e di gruppi
organizzati") al nuovo partito europeo, un partito dichiarato
apertamente di ascendenza "liberaldemocratica", vale a dire borghese e
capitalista, e destinato a rendere residuale e infine sostituire
l'attuale Partito della Rifondazione Comunista, la cui base sconcertata
e renitente l'attuale vertice ha crescenti difficoltà a gestire.
Inoltre, stiamo assistendo ad una vera e propria diaspora di quadri
dirigenti e rappresentanti eletti negli enti locali: ai casi di Genova e
della Campania (dove se ne sono andati consiglieri regionali, comunali e
municipali, oltre a decine di segretari di circolo) si è aggiunto
ultimamente quello di Roma, dove un consigliere provinciale (su tre
eletti) è uscito dal partito. E questo elenco è sicuramente incompleto.
Dal nord al sud del Paese, si è fatto un uso massiccio dei provvedimenti
disciplinari per normalizzare i dissensi verso le scelte imposte
dall'alto: intere federazioni (Salerno) e circoli (Roma e Viterbo) sono
commissariati, in alcuni casi da più di un anno, ed anche questo elenco
è largamente incompleto.
Infine, nei confronti di alcuni compagni si può parlare di comportamento
persecutorio bello e buono: pensiamo alla vicenda del compagno Fulvio
Grimaldi, prima cacciato da Liberazione come Berlusconi ha cacciato
Santoro e Biagi dalla RAI, poi deferito al collegio di garanzia per aver
partecipato a una critica pubblica al segretario nazionale, critica
pienamente legittimata dallo Statuto. Non sono mancate neanche le
aggressioni fisiche, ai danni di alcune compagne di Roma colpevoli di
distribuire un volantino degli autoconvocati del partito.
Il quadro sommariamente tracciato è dunque quello di un partito sfibrato
e ferito, colpito in continuazione e con ogni mezzo proprio da quelli
che dovrebbero dirigerlo e il cui obiettivo è, invece, quello di
distruggerlo come entità organizzata e partecipata, per dare vita ad una
sorta di comitato elettorale permanente della borghesia cosiddetta
illuminata e del capitalismo dal volto meno disumano, sul modello dei
partiti statunitensi.
La crisi si manifesta nell'assenza di una credibile proposta politica
rivolta ai nostri referenti sociali, prima trascinati nell'avventura del
referendum per l'estensione dell'art. 18 e poi messi davanti al fatto
compiuto di un accordo di governo con le stesse forze che quel
referendum hanno sabotato, insieme ai padroni e alla destra e che hanno
aperto la strada, durante la loro esperienza governativa antipopolare e
guerrafondaia, a provvedimenti antidemocratici e antisociali poi
rafforzati dal governo Berlusconi. La presenza del partito nei movimenti
sociali e nelle lotte dei lavoratori è pressoché virtuale, affidata più
che altro ad articoli del giornale e dichiarazioni, come emerge persino
dalle manifestazioni, in cui ormai lo scenario offerto dai militanti del
PRC ricorda quello dei gruppuscoli dei decenni scorsi: più bandiere che
persone.
A fronte dell'abbandono di ogni interpretazione di classe da parte di
Bertinotti e dei suoi, noi vogliamo riaffermare la centralità della
contraddizione capitale - lavoro, sia pure nelle mutate forme della
composizione di classe attuale; è illusorio e fuorviante pensare di
sostituire la realtà materiale delle classi, delle loro articolazioni e
dei loro rapporti, con il riferimento a generiche ed immaginarie
"moltitudini", con un linguaggio più adatto ad un romanzo di appendice
che ad un ragionamento politico.
Il ripudio della strumentazione marxiana è per Bertinotti funzionale
alla sottoscrizione del patto di governo con Rutelli, Fassino, Prodi,
D'Alema e lo scudiero di Craxi, Giuliano Amato.
In questo quadro, infatti, si trova la possibilità di spacciare come
avanzamenti collettivi gli avanzi e le briciole che il futuro governo di
centrosinistra concederà con una mano a qualche poverello, mentre con
l'altra bastonerà rudemente lavoratori e pensionati, continuando a
smantellare ogni parvenza di presenza dello Stato nell'economia e nei
servizi pubblici, come è stato già fatto con il Pacchetto Treu e come è
già ampiamente preannunciato nei discorsi dei leader e nel manifesto
politico di Romano Prodi.
Per questi motivi, poniamo nuovamente ai compagni e alle compagne -
superando le pur rispettabili divisioni ideologico-politiche - la
necessità di riprendere collettivamente il ragionamento sulla
rappresentanza politica delle classi subalterne e oppresse che
implicitamente confermi la necessità ed attualità della forma partito,
nella corretta valutazione, lontana da ogni revisionismo e
liquidazionismo, delle grandi vicende del movimento operaio nella sua
lunga e perlopiù nobile storia.
Ma la crisi si manifesta anche con l'adesione strategica del PRC alla
politica complessiva del riformismo filoimperialista italiano, aldilà
dell'operazione fumogena rappresentata dalla mozione unitaria per il
ritiro delle truppe dall'Irak, presentata ben sapendo che non sarebbe
passata e comunque subito corretta - con dichiarazioni e documenti - dai
leader riformisti.
L'adesione strategica si è manifestata negli ultimi anni in più
occasioni, principalmente nelle ambiguità prima, e nell'esplicita
avversione poi, manifestata dal gruppo dirigente del PRC verso le
iniziative di solidarietà con la resistenza palestinese, avversione che
ha toccato il punto più alto nella dissociazione dalla manifestazione
del novembre 2003 contro il Muro dell'Apartheid e nella sistematica
censura e diffamazione contro i compagni e le compagne impegnati a
fianco del popolo palestinese.
Dall'equidistanza fra colonialismo sionista e lotta di liberazione
palestinese alla delegittimazione della resistenza irachena
(vergognosamente equiparata al terrorismo nel segno dell'assurdo
concetto di stampo imperialista della "spirale guerra-terrorismo) e del
diritto di resistenza in quanto tale, il passo è stato brevissimo; dai
più autorevoli dirigenti del PRC, infatti, sono venute le condanne più
dure verso la resistenza irakena (definita da alcuni addirittura come
"fascismo arabo"), mentre si mantengono "relazioni fraterne" con il
sedicente Partito Comunista Iracheno che prende parte allo schieramento
collaborazionista con gli occupanti anglo-americani-italiani,
specularmente alla criminalizzazione della sinistra rivoluzionaria
palestinese mentre si intrattengono rapporti cordiali e collaborativi
con le lobby sioniste (ricordiamo, fra l'altro, il duetto televisivo fra
Bertinotti e il fiduciario di Sharon in Italia, Riccardo Pacifici, nella
trasmissione "Enigma").
Anche tutto questo avviene dietro il sipario della nonviolenza ed è
funzionale all'accordo di governo con il centrosinistra, che passa
necessariamente attraverso le forche caudine della subordinazione alle
compatibilità internazionali; per questo non si parla più nemmeno della
battaglia politica per l'uscita dell'Italia dalla NATO e per la chiusura
delle basi americane nel nostro Paese.
Noi siamo fermamente convinti delle ragioni e del diritto dei popoli
alla resistenza e all'autodeterminazione; non riconosciamo la validità
della cosiddetta "spirale guerra - terrorismo", perché la resistenza,
anche armata, contro l'oppressione, l'occupazione e la pulizia etnica è
diritto di ogni popolo e di ogni uomo e donna e non ha nulla a che
vedere con quello che comunemente si definisce "terrorismo". Siamo,
quindi, dalla parte dell'Intifada e dei resistenti iracheni, come siamo
dalla parte dei combattenti colombiani e dei popoli del Venezuela e di
Cuba che resistono all'aggressione dei nordamericani e dei loro
manutengoli borghesi.
L'entità della crisi provocata dal gruppo dirigente del partito è tale
che non è più accettabile tollerare l'espropriazione del diritto dei
compagni e delle compagne al dibattito ed alla decisione; in altre
parole, diciamo a chiare lettere che non siamo disposti a tollerare
alcun rinvio del confronto congressuale, che va invece convocato al più
presto. Per essere ancora più chiari, respingiamo sin da ora il
tentativo - ventilato da alcuni - di far slittare il VI Congresso del
partito oltre la prevista scadenza elettorale per le elezioni regionali
del 2005; se si vuole evitare la concomitanza fra congresso del partito
e campagna elettorale, si dia inizio alla fase congressuale ora,
immediatamente dopo le lezioni europee. A scanso di equivoci, ribadiamo
inoltre che noi vogliamo il congresso delle iscritte e degli iscritti al
Partito della Rifondazione Comunista, non la convention di un'entità
evanescente e non nostra come il partito della "Sinistra Europea".
Ai compagni dirigenti delle aree critiche del partito, rinnoviamo
l'appello ad abbandonare gli attendismi: la nuova Bolognina va
affrontata qui ed ora, senza cullarsi in tatticismi che hanno il solo
risultato di aumentare la sfiducia fra i compagni e le compagne,
allontanandoli sempre più dal partito. A tutti i compagni e le compagne,
rivolgiamo l'invito a passare dal mugugno alla protesta e
all'organizzazione, autoconvocando assemblee di circoli e federazioni
per consentire la ripresa del dibattito e della partecipazione.
Per il Comunismo,
LE COMPAGNE E I COMPAGNI AUTOCONVOCATI DEL PRC
Per contatti: autoconvocatiprc@virgilio.it
Per sottoscrizioni: conto corrente postale n. 47209002
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