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La Casta di Lorsignori di M. Travaglio

Dall¹Unità del 27 Agosto 2004, p. 6

Forse la polemica nell'Ulivo su che fare con le riforme berlusconiane dopo Berlusconi non è stata inutile. Forse, ora, è più facile comprendere un fatto che molti faticano ad accettare, ma di cui prima o poi bisognerà farsi una ragione: quanti, nel centrosinistra, vogliono conservare le leggi-canaglia per «provarle» e magari «migliorarle», non stanno commettendo uno sbaglio, una svista, uno scivolone. Essendo persone maggiorenni e vaccinate, laureate alle scuole alte della politica, vanno prese sul serio e trattate per quel che sono: il prodotto dell'eterna oligarchia politica italiana. Una casta irredimibile che garantisce una continuità e, paradossalmente, non «sbaglia» mai: è proprio fatta così, la pensa così, si comporta così. In perfetta coerenza.
La Casta è incolore, nel senso che incorpora tutti i colori. Trasversale a destra e sinistra, si divide per convenzione tra una destra e una sinistra, ma nei momenti di difficoltà diventa un monolite. Il che accade appena una forza «esterna» - magistrati, informazione, sindacato, società civile - si accosta alle mura. Se una di queste forze pretende di svolgere le sue funzioni di controllo e s'avvicina al fortino, la Casta smette di litigare e ritrova una granitica compattezza contro l'invasore alzando ponti levatoi e rovesciando olio bollente. Figlia di culture autoritarie, la Casta è impermeabile alla cultura liberale. Non tollera contropoteri indipendenti. Le rare volte che deve subirli, come nel biennio di Mani Pulite, fa fronte comune per ridurli all' impotenza. Essa si considera un corpo scelto (da sé medesima) di intoccabili: i «professionisti della politica», esclusivisti del ramo. Gli elettori hanno il privilegio di votarli, poi devono ritirarsi e lasciar fare ai grandi. Il gioco prediletto dalla Casta è una sorta di Risiko dove tutto è trattabile: ogni principio, valore, passione e regola diventa la pedina di un gioco per pochi eletti al di sopra di ogni legge e al di fuori di ogni controllo. Ciò che si fa per la Casta (tipo «rubare per il partito») non è reato, anche se la legge - da essa stessa approvata - dice il contrario. Purtroppo i padri costituenti erano fissati con l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, ma da 11 anni la Casta si arrabatta intorno al Codice penale e alla Costituzione per rendersi più uguale degli altri. Basti pensare alle maggioranze trasversali e bulgare della scorsa legislatura (97-98% del Parlamento) intorno a certe «riforme» della giustizia. Ma anche ad analoghi trasversalismi su immunità, stato sociale, flessibilità, pensioni, premierato forte.
Qualcuno, da sinistra, pensò addirittura di depenalizzare il falso in bilancio, ma non ci fu tempo. Provvide poi il Cavaliere, con l'urgenza dettata dai suoi processi. Ecco: quando Berlusconi esagerò, con leggi su misura per salvarsi dai processi, la Casta s'intenerì («se condannato, non deve dimettersi»), ma si disunì: per colpa di uno solo, l'ira popolare si scaricava su tutti. Avvezza alle leggi ad personas, non digerì quelle ad personam.
Insofferente al controllo di legalità di magistrati indipendenti (altra fregatura costituzionale), la Casta lo è altrettanto alla libera informazione. Per nulla scandalizzata dal fatto che, in Italia, le tv non controllano la politica ma ne sono controllate, essa ha sempre praticato la lottizzazione selvaggia a ogni cambio di maggioranza, avendo cura di mettere a tacere le minoranze di turno con qualche comodo strapuntino. Stavolta l'ingordigia del Cavaliere ha riservato all'opposizione sgabelli particolarmente scomodi, ed è allora che si sono levate le proteste più accese. Molto più accese di quelle suscitate dalle epurazioni di giornalisti e artisti davvero liberi. E non per una svista: la Casta misura la libertà d'informazione dal numero di poltrone a disposizione degli affiliati nei salotti degli adorati Vespa e Costanzo, non dal numero di notizie vere in circolazione. Alle leggi antitrust e sul conflitto d'interessi, pericolosamente liberali, la Casta preferisce mercanteggiare poltrone. Essa infatti teme tutto ciò che non controlla.
Naturalmente la Casta non coincide con il Parlamento. Molti politici ne sono estranei, soprattutto all'opposizione. Sono riconoscibili da alcuni segni distintivi: passano giorno e notte in Parlamento, parlano di regime, fanno ostruzionismo, manifestano con la società civile, ma in compenso contano poco, non ricoprono cariche, vengono massacrati a reti ed edicole unificate con l'accusa di leso «riformismo» (nell'accezione tutta speciale che il termine ha assunto in Italia). E, se vengono ricandidati, finiscono di solito in collegi disperati.
Come nel 1992-'93, la Casta se l'è rivista brutta nel 2002-2003, con l'affacciarsi dei girotondi e dei movimenti, che contestavano tanto la maggioranza quanto l'opposizione in difesa della Costituzione, della Giustizia e dell'Informazione. Tre bandiere che, per la Casta, sono come l'aglio per i vampiri. Infatti la Casta tutta ne rimase sgomenta. Ma fu costretta non dico a cambiare (essa non cambia mai); ma almeno a mostrarsi diversa. Cioè nettamente divisa fra maggioranza e opposizione. Poi, a poco a poco, i movimenti si spensero e la Casta tornò quella di sempre. Calderoli, per esempio, quello che vuole sparare sui gommoni degli emigranti, conosce bene la situazione quando fa circolare la voce che si può lavorare insieme alla legge della Lega sul Federalismo. E ora l'ultimo Risiko degli oligarchi: certe riforme le teniamo, possono tornare utili, perché sprecare il lavoro degli altri e far arrabbiare le «partite Iva» e la Confindustria del compagno Luca?
Non sono errori, questi. È la Casta che fa il gioco di sempre. L'unica novità, ancora una volta, non può che venire da fuori. Da quei movimenti che oggi dovrebbero pretendere la lista delle leggi da fare e da abrogare, e che invece dormono ormai da un anno, dopo che la Casta ha annesso alcuni loro uomini-simbolo. Chi pensa che abbiano esaurito la loro missione, non conosce la Casta.