Lo scandalo Bertinotti. La rivolta di Disobbedienti, Cobas e metà Prc. Ma l'Ulivo plaude alla svolta.
GIOVANNA PAJETTA
Alle sette di sera Fausto Bertinotti si fa intervistare da «La 7» e dice
«La mia non è una svolta...hanno capito male». Ma non è affatto la
premessa di una qualche marcia indietro, anzi. Basta leggere infatti
l'editoriale che il segretario di Rifondazione scrive per Liberazione
per capirlo. Certo, Bertinotti dice forte e chiaro che «Il ritiro delle
truppe italiane è la leva della nostra mobilitazione, il primo punto del
nostro impegno per la pace». Ma, del resto, non aveva mai smesso di
dirlo. Il punto è che, come ha fatto nell'intervista a Repubblica,
pietra dello scandalo, Bertinotti ripete che oggi le due vicende, la
battaglia contro la guerra in Iraq e la liberazione delle due volontarie
rapite, vanno tenute separate. «Due terreni distinti che, nella loro
distinzione, vengono arricchiti l'uno e l'altro» dice a «La 7». E se
nell'editoriale preciserà, a differenza di quanto aveva fatto
nell'intervista, che «non c'è un prima o un dopo», poco conta. Perché
come dice Anubi D'Avossa già questa è un'affermazione «pericolosissima,
che confonde il movimento di cui Rifondazione è parte integrante. Oggi,
al contrario, e i primi a farlo sono proprio i compagni di `Un ponte
per...', bisogna sottolineare l'alterità di chi è stato rapito rispetto
alle posizioni del governo italiano». E certo non è il solo a pensarla
così , anche all'interno di Rifondazione dove ieri, come dice chi li
conosce bene, «è successa l'ira di dio». Se infatti D'Avossa ormai è un
semplice iscritto (si è dimesso da funzionario dopo il caso D'Erme),
contro le «distinzioni» del segretario si sono scatenati un po' tutti.
Perfino, anche se in questo caso un po' tra le righe, il responsabile
Pace del partito. «Il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq aiuterebbe
non solo il rilascio degli ostaggi, ma anche l'apertura di una
prospettiva di pace» dichiara infatti a metà pomeriggio, quando la
polemica ormai infuria, Alfio Nicotra. Ribadendo che questa è, e rimane,
la piattaforma della manifestazione di oggi a Roma. Ma le parole di
fuoco, compresa l'accusa più o meno velata di svendere sia il partito
che il movimento sull'altare di un futuro governo Prodi, vengono dagli
oppositori storici. Uno dopo l'altro, Marco Ferrando, Salvatore Cannavò
e Caludio Grassi sparano a zero. Rivelando quanto sia ampia la distanza
che li separa dalle riflessioni del segretario (già dieci giorni fa, sul
Riformista, Bertinotti sottolineava come «il terrorismo non è la pura e
semplice reazione all'occupazione»).
«La nostra posizione contro il terrorismo è nettissima, ma c'è un punto
di differenza non da poco - spiega ad esempio Grassi, leader dell'area
dell'Ernesto - Per noi in Iraq c'è anche una resistenza legittima e per
questo non basta dire solo che si è contro la guerra e contro il
terrorismo». Guai insomma a parlare di binomio «guerra-terrorismo».
«Metterli sullo stesso piano è un rischio - insiste infatti Cannavò,
vicedirettore di Liberazione e dell'Area Erre - Perché in Iraq la guerra
è la causa del terrorismo». Ma il «rischio» non riguarda solo ciò che
succede a Baghdad, come dicono a gran voce l'intero quartier generale
dei Disobbedienti e, dall'interno di Rifondazione, Marco Ferrando. «Tra
Violante e Bertinotti non c'è ormai distinzione, anzi a guardarli sui
giornali mi pare che abbiano persino la stessa faccia» dice sprezzante,
a nome dei primi, Nunzio D'Erme. Ancor più chiaro e netto, Ferrando.
«Quell'incontro a palazzo Chigi è stato un regalo a Berlusconi - attacca
a muso duro il leader della minoranza trotskista di Rifondazione - E'
del tutto evidente che nell'atmosfera propagandistica che lo ha
accompagnato, la centralità del ritiro delle truppe è stata rimossa». E
non solo quella. «Vuoi sapere il perché delle dichiarazioni di
Bertinotti? - chiede retorico e maligno D'Avossa - Per dirla con una
vecchia frase di Fidel Castro `dimmi chi ti applaude e ti dirò chi sei'».
Se si esce dalle stanze dei Disobbedienti, di Rifondazione o dei Cobas
(«una posizione aberrante» taglia corto il portavoce Piero Bernocchi) e
si entra nella casa più vasta del centrosinistra si respira in effetti
tutt'altra aria. «L'intervista di Bertinotti è un punto d'arrivo e un
punto di partenza - dice ad esempio con soddisfazione Romano Prodi - E'
un chiarimento che considero definitivo, tanto è vero che lui stesso ha
avuto tensioni da certe frange che io chiamo di `matti'». «Apprezzo le
parole di Bertinotti» gli fa eco dalla Margherita Castagnetti, mentre
applaudono, per una volta all'unisono, tutte le anime dei Ds. Da Gavino
Angius a Giuseppe Caldarola (che ne approfitta per dire «di ritiro ne
parleremo dopo»), fino a Aprile, giornale del correntone ds, che titola
il suo editoriale online «Diamo una mano a Bertinotti». L'unico che
tenta una mediazione, preoccupato del possibile strappo tra le varie
anime del movimento, è Pecoraro Scanio. I Verdi hanno partecipato
all'incontro di palazzo Chigi, ma adesso il loro segretario tenta di
buttar acqua sulla polemica, dicendo «Non credo che Bertinotti abbia
inteso mettere in alternativa la trattativa e il ritiro delle truppe. In
ogni caso ora più che mai è importante che il movimento pacifista non si
divida».
|