LETTERA APERTA AL MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA
Dal 25 aprile abbiamo cominciato a raccogliere nelle piazze le firme sulla petizione popolare che chiede il ritiro immediato dei militari italiani dall’Iraq e il disinvestimento dalle spese di guerra. La risposta della gente comune è stata entusiasmante, quella della politica un po’ meno. Mentre la gente sembra capire al volo il significato di una iniziativa semplice ma chiara nei contenuti e nelle indicazioni, la “politica” anche nelle sue articolazioni associative e di movimento guarda a tale campagna con disattenzione ed un pizzico di reticenza.
Abbiamo scelto lo strumento di questa lettera aperta per sottolineare la riflessione che è stata alla base del lancio della petizione popolare e richiedere a tutti i soggetti in movimento contro la guerra un confronto sulle possibili coordinate comuni da poter mettere in campo nei prossimi mesi.
In Italia c’è un ampio movimento che si oppone alla guerra e alla presenza dei militari italiani in Iraq e che coincide, una volta tanto, con il sentire comune dell’opinione pubblica. Questa maggioranza reale non dispone però di una rappresentanza proporzionale nelle sedi dove si decide, in primo luogo nel Parlamento. Solo una minoranza di parlamentari sostiene quello che la maggioranza dell’opinione pubblica e il movimento per la pace chiedono di fare: ritirare subito il contingente militare italiano dall’Iraq. Questa contraddizione deve essere portata alla luce non solo come fattore di polemica tra le forze politiche ma come contraddizione pubblica che attiene ai rapporti tra società e rappresentanza politica.
La petizione popolare è uno strumento semplice ma efficace. E’ uno strumento di attivizzazione sociale minimo ma capillare. Non possiamo nasconderci alcuni problemi. Tra le grandi manifestazioni nazionali e la gestione quotidiana della mobilitazione c’è uno iato evidente. Milioni in piazza il 15 febbraio e il 20 marzo, poche decine nei giorni successivi davanti al Parlamento o a Palazzo Chigi, poche migliaia il 29 aprile con i familiari degli ostaggi ed i sindaci. Questa guerra non sarà breve ed ogni giorno aggiunge orrori e annuncia i pericoli di una sua estensione regionale, la società in cui viviamo non regge i ritmi di una mobilitazione permanente contro la guerra, ed i soggetti attivi rappresentano una minoranza sempre più ristretta anche rispetto a quella “militanza nomade” che si mette in movimento nelle grandi manifestazioni ma che non accetta i nostri luoghi di riunione, decisione, iniziativa come adeguati alle proprie possibilità di partecipazione.
In questo senso, gli strumenti di attivizzazione minima possono essere quelli più efficaci. C’è chi è disponibile a mettere la bandiera arcobaleno sul balcone e adesso c’è anche chi si viene a prendere o scarica dalla rete i moduli per la petizione e si attivizza per raccogliere le firme nel proprio luogo di lavoro o negli ambiti sociali che frequenta. E’ un modo semplice ma concreto di veicolare gli obiettivi del movimento e di rispondere alla domanda di iniziativa di soggetti non mobilitabili permanentemente.
C’è infine un altro aspetto che è doveroso non sottovalutare. Esiste sempre il rischio che i movimenti ritengano se stessi autosufficienti, soprattutto quando la capacità di mobilitazione avviene ai livelli del 15 febbraio e del 20 marzo. Eppure sappiamo che così non è e non può essere. Esiste un problema di comunicazione sociale continua tra gli obiettivi del movimento ed il resto della società, una società in gran parte orientata contro la guerra e che condivide i nostri obiettivi ma estranea o distante dai giornali o dalle sedi in cui discutiamo. Come intercettiamo e capitalizziamo questa maggioranza reale? Come e dove verifichiamo se gli obiettivi del movimento sono chiari e condivisi dalla gente comune che arriva alle nostre conclusioni ma con passaggi, tempi, modi diversi dai militanti “attivi”?
La campagna per la petizione popolare in qualche modo ci costringe a verificare le nostre posizioni ed a farlo nei luoghi di lavoro, di studio o nel territorio. In tal senso riteniamo fondamentale che le organizzazioni sindacali schierate contro la guerra facciano proprio questo strumento, lo utilizzino come pretesto per far discutere e coinvolgere maggiormente i lavoratori nel movimento contro la guerra, la inseriscano nella agenda della loro attività informativa e rivendicativa. Diventa altrimenti difficile, come abbiamo verificato, chiamarli poi allo sciopero contro la guerra.
La nascita del Comitato per il ritiro dei militari italiani dall’Iraq, non è un atto auto-escludente verso le coalizioni di soggetti che fino ad oggi hanno promosso le manifestazioni contro la guerra, al contrario ne rappresenta un arricchimento. Abbiamo seguito e partecipato alla discussione preparatoria e successiva alla grande manifestazione del 20 marzo, e ci siamo resi conto che la difficoltà oggettiva emersa chiaramente nelle settimane successive al 20 marzo è proprio quella della gestione quotidiana dell’iniziativa contro la guerra, una difficoltà oggettiva che rischia di immobilizzare le cose proprio quando la spinta ad obiettivi definiti – come il ritiro immediato del contingente militare italiano - viene questa volta dalla società e non dalla politica.
E’ questo lo spirito con cui parteciperemo alla manifestazione nazionale del 4 giugno contro la visita in Italia di Bush ma anche con cui rinnoviamo la proposta di dare vita unitariamente il prossimo 26 giugno ad una giornata di mobilitazione nazionale alla vigilia del 30 giugno. Una indicazione in questo senso viene anche dalla riunione del Forum Sociale Europeo a Istanbul. Il 30 giugno ha assunto – suo malgrado – il ruolo di spartiacque tra chi si batte per il ritiro immediato dall’Iraq e chi nuota ancora nell’ambiguità e la reticenza. E’ difficile pensare che entro quella data i nostri obiettivi siano raggiunti. La guerra proseguirà con il rischio di un suo allargamento regionale già oggi visibile in quello che accade in Palestina, alle frontiere tra Israele e Libano o con le minacce alla Siria. L’Italia ne sarà ancora complice e protagonista con la presenza di soldati, imprese ed eserciti privati in Iraq ed una politica estera subalterna a quella dell’amministrazione Bush. Portare alla luce anche questa contraddizione non è rinviabile, tanto più che le elezioni europee saranno già alle spalle e dunque, dibattito ed iniziativa contro la guerra non saranno più condizionati dal confronto e dallo scontro tra le forze politiche.
Abbiamo sempre valorizzato e difeso l’autonomia del movimento. Oggi più che mai riteniamo che questa autonomia del movimento dai tempi della politica vada rafforzata.
Con questa lettera aperta intendiamo chiedere un confronto con tutti i soggetti che hanno animato il vasto movimento contro la guerra nel nostro paese. La nostra è una proposta minima ma concreta, in quanto tale contiene tutte le possibilità di essere veicolata nelle forme più corrispondenti alla realtà e alle possibilità di ognuno di noi.
Comitato nazionale per il ritiro dei militari italiani dall’Iraq
viadalliraqora@libero.it
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