<<<

Sull'Onu e le ragioni della resistenza

Lo scopo principale dell’Onu è sancito dall’art. 1 della sua Carta: “mantenere la pace e la sicurezza internazionale e a tal fine adottare efficaci misure collettive per la prevenzione e la rimozione delle minacce alla pace.”

“Il tenore di vita degli americani non si negozia”: Ronald Reagan

L’ONU DAL MITO ALLA SURREALTA’

ROSSANA ROSSANDA: “come era verde la mia vallata!”

Sul Manifesto del 15.4 Rossana Rossanda, pur in un articolo che voleva essere di opposizione all’occupazione dell’Iraq, assumeva lo scontro che ivi (e in situazioni simili) si sta svolgendo come una regressione complessiva dei rapporti umani. Regressione da parte delle potenze occidentali rispetto ai progressi compiuti con la nascita dell’Onu e del relativo diritto internazionale: “I rapporti internazionali stanno arretrando a quattro secoli fa, a prima del trattato di Westfalia che segnava la fine dell’Impero e metteva qualche regola ai rapporti tra gli stati.” Regressione da parte degli oppressi: “ l’inatteso risollevarsi contro di essa (la superpotenza Usa) –in mancanza di quella idea civilizzatrice del conflitto che era stata il socialismo- di resistenze arcaiche, nazionaliste, etniche, furenti e disastrose.”

Come al solito, le parole sono calibrate con accorata misura. Al di là della loro specifica suggestione, ripetono però un leit motiv che, sia pure con i diversi arredi di ciascuna scuola, attraversa gran parte della sinistra, anche di quella che è o si auto-rappresenta la più antagonista. Non è più un mistero infatti che quanto maggiore è la nobiltà dell’internazionalismo comunista di alcuni compagni tanto maggiore è l’esecrazione per i popoli che si ribellano alle aggressioni imperialiste: sarebbero reazionari per i loro obiettivi, sarebbero barbari per i loro metodi di lotta, per il loro disprezzo della vita umana a cominciare dalla propria, nel migliore dei casi non avrebbero programmi.

Siamo comunisti e, ovviamente, avremmo preferito che in campo ci fosse una bella e grande internazionale, anche migliore dell’abborracciata “terza” prodottasi per distacco da una socialdemocrazia che le lasciò alcuni dei suoi virus. Tuttavia, non condividiamo il “solito” pessimismo della Rossanda sull’ora presente; né condividiamo il suo ottimismo sul passato con l’ormai immancabile sospiro sulla sua gioventù.

MA L’ONU FU UN PROGRESSO?

Cominciamo dall’Onu “originario” e dal diritto internazionale contenuto nella sua Carta o che direttamente e indirettamente si è venuto a formare intorno a questo organismo. Cominciamo dall’Onu, perché i bei tempi di una volta, per Rossanda, non sono soltanto quelli westfaliani, ma quelli del secondo dopoguerra. Si dice e si ripete: i fondatori dell’Onu, sotto la spinta di un’umanità progredita, hanno finalmente sancito il ripudio della guerra, recepito anche dalla Costituzione italiana con il famoso art. 11. In buona sostanza –e anche formalmente con una serie di successive norme e dichiarazioni- il diritto internazionale onusiano ha azzerato, dopo i primi tentativi della Società delle Nazioni, lo ius ad bellum, il diritto di fare la guerra, riconosciuto a seguito della pace di Westfalia del 1648.

Al tempo, però: il diritto alla guerra non era negato prima di Westfalia, ma, come mettono in evidenza numerosi studiosi, era solo negato a chiunque non fosse titolare dell’Impero. Per essere più precisi, non solo l’Impero era l’unico soggetto legittimato alla guerra, ma questa guerra assumeva i connotati religiosi dello iustum bellum. La guerra santa o sacra, per di più, si giustificava non per le sue ragioni, ma per il titolare che l’attivava, mentre chi vi resisteva era trattato alla stregua non di un normale nemico: questi era abietto, un fuorilegge, un bandito, un peccatore irredimibile, un infedele. Con il trasferimento invece ad ogni Stato del diritto alla guerra, qualunque potesse esserne il motivo (che se indagato unilateralmente o dal vincitore portava alle aberrazioni della guerra santa), tutti gli eventuali belligeranti venivano, per così dire, umanizzati, con una conseguenza molto importante: le parti in guerra, i nemici, diventavano reciprocamente iusti hostes, nemici “giusti”, con l’obbligo di osservanza di alcune regole di correttezza, nella conduzione delle ostilità, compendiate nello ius in bello. La più importante di queste regole era il divieto di coinvolgere le popolazioni civili, che invece, in base alla filosofia della guerra santa, che comportava il totale disprezzo del nemico fino a concepirlo disumano, venivano tranquillamente massacrate, anzi erano oggetto di doveroso massacro in nome di dio.

Non ci sfugge che il nazionalismo rivoluzionario (perché anti-assolutista) sul finire dell’ottocento e soprattutto con la prima metà del novecento cambia di segno nel nuovo contesto della competizione capitalistica e imperialistica. Utilizzato sempre di più in chiave sciovinistica all’esterno e anti-proletaria all’interno, diventa lo strumento ideologico per scontri bellici, che, dotati ormai di armi terrificanti capaci di estinguere la specie umana, sono sempre più programmaticamente iper-distruttivi. Il marxismo ha ben messo in evidenza e denunciato il carattere reazionario delle guerre prodotte dalla competizione inter-capitalistica. Non a caso, già a seguito della guerra franco-prussiana del 1871, la consegna è quella di contrastare qualsiasi guerra tra gli stati capitalistici e di fare disfattismo all’interno del proprio paese. Diverso continuò ad essere invece il discorso sulla guerra di liberazione nazionale. In ogni caso, la ferma opposizione alla guerra tra paesi capitalistici nulla ha a che vedere con il pacifismo assoluto o giuridico, che continua disinvoltamente a sorvolare sulle cause della guerra e anzi, sulle orme di Kant, si ostina a indicare come rimedio della stessa quello sviluppo del commercio mondiale che è invece a tutta evidenza un acceleratore di contese. Come pure nulla ha a che vedere con la pretesa di voler superare l’anarchia mondiale, dovuta alla esclusiva potestà degli stati, con il governo mondiale, cioè con una prospettiva in parte utopica e in parte apologetica della super-potenza di turno. Agli stati come unici soggetti del diritto internazionale, il marxismo oppose la soggettività del movimento proletario internazionale.

Ciò precisato, una prima considerazione sul presunto progresso del diritto onusiano si impone a partire dalle sue fonti e dal contesto. E’ noto che l’Onu –per quanto fosse ispirato alla filosofia germanica, idealista e pacifista, di Kant e di Kelsen- fu fortemente voluta da quella che Gordon Poole ha definito “la nazione guerriera”, in particolare dai molto pragmatici pacifisti dello stampo di Roosevelt e Truman. Ebbero come collaboratori anche Churchill e Stalin, ma siffatta collaborazione, sia per la qualità dei soggetti sia per gli interessi da loro rappresentati, non apportò variazioni al tema suonato dagli usamericani. L’unica modifica che i “padri fondatori” accettarono –e non certo per l’insistenza inglese- fu quella relativa all’ammissibilità della guerra per legittima difesa (art. 51): al riguardo bisognerebbe chiedersi perché il sodalizio che andò a formare il Consiglio di Sicurezza era così intransigentemente pacifista da non aver previsto in un primo momento neppure il diritto alla legittima difesa, per non parlare del diritto alla resistenza o della legittimità della guerra di liberazione anticoloniale (quest’ultima decisamente negata dagli inglesi).

Certo, la scuola di Rossanda, non potendo rinnegare del tutto il proprio passato ed in particolare l’alleanza “comunista” con la Casa Bianca per battere il nazifascismo, non concorderà mai con il nostro sprezzante giudizio sull’imperialismo finanziario –quello democratico- che prende le mosse da Wilson. Tuttavia, ci concederà la legittima suspicione sul pacifismo e l’umanitarismo (superiore addirittura a quello dei westfaliani) di siffatte fonti soggettive; tanto più ce lo deve concedere, se –nell’ottica dell’etica della responsabilità- vorrà realisticamente valutare le conseguenze reali venutesi a determinare, con notevole regolarità, nonostante le belle intenzioni. Rossanda non è una banale stalinista che crede ancora che il superimperialismo statunitense (e il regime democristiano in Italia) siano il frutto di una deviazione storica, di un accidente o di un tradimento, che si sarebbero sovrapposti all’etica delle convinzioni.

Andiamo poi oltre il sospetto, se teniamo bene in mente le gesta dei pacifisti cosmopoliti made in Usa a ridosso della nascita dell’Onu. Hiroshisma – ribatte ostinatamente Bertinotti - non è commensurabile ad Auschwiz: la prima sarebbe stata teatro di un’ordinaria strage criminale con limiti di tempo e di spazio, quindi senza finalità di genocidio; la seconda avrebbe visto proprio un genocidio programmato che preludeva, ove non contrastato, allo sterminio anche dei popoli inferiori dell’Est e di qualsiasi razza impura nel cuore dell’Impero. Si tralascia però, nel voler enfatizzare troppo la singolarità del male nazista, che la ripetizione della strage a Nagasaki, unitamente alla prima “prova” atomica, andava ben oltre i limiti di tempo del 6 e del 9 agosto 1945 e ben oltre lo spazio delle due annientate città. O dobbiamo ancora una volta ricordare cosa significano le radiazioni atomiche?

Arriviamo infine alla certezza, se non ci dimentichiamo che la White supremacy del Nord America ha sterminato 50 milioni di nativi (per potersi espandere ad Ovest) e ha deliziato, in piena modernità, tutti i reazionari del mondo con una “eccezionalità”, questa sì davvero incomparabile, esplicitamente invidiata dai nazisti: la schiavitù. L’hanno abolita con la guerra civile, mentre continuavano a sterminare i pochi “indiani” rimasti vivi, per sostituirla con l’apartheid. Sostituita quest’ultima con i ghetti e quell’universo carcerario che oggi include (per la gioia pure degli imprenditori affamati di lavoro “nero”) circa di 7 milioni di persone. Per non parlare di Guantanamo.Tutto ciò ovviamente ancora non appare orrendo e incomparabile a Bertinotti, perché la gestione dei mass media sta tutta nelle mani dei carnefici; ma proviamo a immaginare come apparirebbero le cose, se gli Usa venissero sconfitti da qualche loro concorrente. Sull’argomento saremmo tentati di richiamare le documentate denunce di Losurdo, se non fossero inficiate dal tentativo di proporre un’altra union sacrée contro il nuovo Male Assoluto.

In tali presupposti, non ci sembra azzardato dire che il grande vincitore (il plurale non cambia molto la sostanza) della II guerra mondiale, superando le indecisioni –di fatto e di diritto- della Società delle Nazioni, ancora determinate dal diritto westfaliano, amasse proclamarsi pacifista universale a tutti i costi, per difendere i suoi fini particolari. Avendo stabilito il suo dominio (unilaterale, sicuramente a livello finanziario ed economico), aveva tutto l’interesse alla pace, cioè a quella che qualcuno ha chiamato la “stabilità gerarchica”. D’ora in avanti chiunque farà la guerra non sarà un semplice nemico, ma un nemico dell’umanità, un criminale. Seguendo l’etica delle convinzioni, è bello a leggersi…e a credere che il principio sarebbe valso anche contro “i potenti”. Magari si dubiterà della buona fede di taluni guardiani della pace; ma si spiegherà a se stessi che questi guardiani sono stati costretti dall’umanità o dalla lotta di classe a recepire questo pacifismo assoluto: si tratta dunque solo di vigilare sulle trasgressioni…magari anche di quelle commesse dai più forti.

Questo ottimismo non ha tentennato neppure di fronte all’ovvia considerazione che le fonti di produzione del diritto internazionale hanno un rapporto alquanto diverso con quella pressione popolare, che le dovrebbe in qualche modo influenzare, dal rapporto che si stabilisce nei momenti delle rivoluzioni nazionali o demo-borghesi. Viceversa, per darsi forza persuasiva, si è impegnato ad elaborare concetti quali “la società civile mondiale”, “l’opinione pubblica mondiale”, per assumerli per di più come analoghi a quello già equivoco della “società civile” nazionale. Si sa anche quanto sia controverso il giudizio sulla misura e sugli effetti che la pressione popolare o la lotta di classe può avere sulla domestic juridiction (Costituzione, leggi ordinarie, diritto del lavoro). Non siamo anarchici e ammettiamo anche noi con Marx che alcune lotte e più in generale i rapporti di forza tra le classi possono temporaneamente cristallizzarsi in leggi ufficiali (esemplare quella sulla riduzione della giornata lavorativa); non trascuriamo, però, neanche la capacità del capitalismo di fagocitare leggi strappate dalla lotta proletaria nei suoi meccanismi e nei suoi disegni antiproletari.

In ogni caso, le leggi e le Costituzioni borghesi “avanzate” si sono date in contesti, in base a presupposti e con finalità assolutamente assenti nel caso del diritto internazionale. Le nazioni che nacquero nel sette/ottocento, detto con estrema concisione, avevano due connotati rivoluzionari: lo scopo di liberarsi dall’assolutismo e la grande mobilitazione popolare, in alcuni casi veemente e molto corposa (livellatori in Inghilterra, sanculotti in Francia). Significativamente, in tali contesti i rivoluzionari borghesi arrivarono a riconoscere anche normativamente la legittimità di resistenze e insurrezioni, che invece era negata da quei settori liberali moderati e già preoccupati dagli eccessi plebei: tra questi ultimi c’è proprio e molto significativamente il “pacifista assoluto” Kant. Anche le successive democratizzazioni (eliminazione del voto censitario, riconoscimento dei sindacati, voto alle donne, legislazione lavorista) si sono date con la spinta di massa, sebbene –bisogna aggiungere- queste democratizzazioni siano state neutralizzate dalla sovrapposizione di istituzioni sempre più centralizzate ed autoritarie, per così dire, fuori controllo.

Nel caso, invece, del diritto internazionale abbiamo come unici protagonisti gli Stati o, per essere più precisi, solo i membri dei loro esecutivi o comunque della diplomazia non eletta. Quanto poi al diritto onusiano (che supera quello westfaliano), non si può sfuggire al fatto che gli unici protagonisti non furono nemmeno tutti gli Stati che si riunirono nell’aprile del 1945 a San Francisco. Ogni virgola, anche statutaria, fu decisa e scritta dai vincitori della seconda guerra mondiale ed, in particolare dagli Usa, non solo per il loro strapotere economico/finanziario (non scalfito in patria neppure da una bomba a mano), ma anche perché erano gli unici detentori dell’atomica. Anche il semplice supporre che all’assemblea di San Francisco sia arrivata, magari tramite i rappresentanti dei piccoli paesi poveri, l’eco della pressione popolare mondiale, di novelli livellatori o di sanculotti, magari anche adulterata nelle norme universali scritte dai potenti, è privo di qualsiasi plausibilità sotto il profilo logico, storico e sistematico: c’est du cinema!

Ma, il ripudio della guerra non si era sedimentato anche nella coscienza di massa mondiale a fronte delle mega-distruzioni già verificatesi e di armi ormai capaci di desertificare l’intero globo terracqueo? Sicuramente, ma questa coscienza o, se vogliamo, questa pressione fa solo da sfondo generico e “debole” agli enunciati delle classi dominanti. Se avesse avuto una rilevanza “forte” e diretta sulla nuova normativa onusiana del ripudio della guerra, avrebbe dovuto quanto meno impedire lo sganciamento delle due bombe atomiche. Si faccia invece di nuovo attenzione alla successione temporale: i “padri fondatori”, preoccupati –secondo certi pacifisti- per se stessi e per la pressione della nuova umanità, delle enorme potere distruttivo delle armi, propongono il 25 aprile 1945 il ripudio della guerra; ad agosto dello stesso anno (…forse per confermare che le armi erano veramente distruttive e quindi avevano avuto ragione a proporre il rifiuto della guerra?) annientano due grandi città proprio con quelle armi capaci di distruggere l’umanità intera. Non solo, ma negli anni successivi, mentre cresceva la paura dell’umanità per la guerra, si sono impegnati freneticamente ad aumentare i loro potenziali atomici.

Se ce la vogliamo dire tutta, nonostante Stalin all’Onu, il senso comune del popolo di sinistra si rifaceva ancora alla liquidazione leninista del consesso mondiale: “è un covo di briganti!”

D’altra parte, l’Onu ha dato le prime prove di sé immediatamente, avallando la nascita dello Stato di Israele nel 1947 e dopo qualche anno la guerra usamericana di Corea. Ma furono trasgressioni, direbbe l’idealista normativo o il pacifista giuridico che si ispira a Kant e Kelsen. Sia pure. Ma non furono percepiti come una trasgressione i Tribunali di Norimberga e di Tokyo per condannare i criminali di guerra, a parte qualche critica per salvare la faccia….e salvo stupirsi oggi del Tribunale speciale per l’ex Jugoslavia, nonostante la sua straordinaria somiglianza con quei primi due.

Al riguardo, diciamo subito che non mettiamo in dubbio la legittimità di eliminare un nemico in una guerra o nel corso di una rivoluzione. La logica che presiedeva quei Tribunali andava però molto oltre. Tanto per cominciare non erano Tribunali neanche nel peggior senso borghese del termine. Un Tribunale –come è noto soprattutto agli ultra retorici democratici- è un organo terzo tra gli accusatori e gli imputati; ammette il diritto di difesa; non è speciale, se deve giudicare della violazione di diritti fondamentali ed universali. Quelli di Norimberga e di Tokyo furono invece costituiti dai soli vincitori; violarono –anche secondo Kelsen- gravemente il diritto di difesa; erano speciali. Inoltre, partirono dall’assunto che gli imputati erano criminali (di guerra), non che erano accusati di crimini di guerra.

Partiamo da quest’ultima circostanza. Se si riteneva che i gerarchi nazisti e nipponici erano già colpevoli ed erano colpevoli di quei crimini, bisognava fucilarli subito, a botta calda, senza processo. Ma perché si ha bisogno di un lungo e spettacolare rito processuale, e per la prima volta, secondo il nuovo diritto internazionale ispirato dai principi onusiani, perché si sente il bisogno, a seguito di una guerra, di condannare delle persone fisiche? Le spiegazioni sono molteplici: il rito vittimario del capro espiatorio, la vendetta, la necessità di mettere in scena il trionfo dei vincitori, il contentino alle vittime del nazifascismo. Sono tutte valide, anche se noi riteniamo che il motivo più importante –oggettivo e sistemico- sia stato quello di processare solo le persone fisiche per assolvere il capitalismo: insomma la guerra sarebbe stata voluta dai pazzi e dai criminali.

Sia quello che sia, pochi capirono all’epoca che quei processi, giustificandosi con imputati particolarmente odiosi, erano il segnale di una regressione le cui matrici stavano inscritte proprio nel nuovo diritto internazionale ultrapacifista a senso unico. Tanto più avrebbero dovuto capirlo, quando fu rifiutata all’Etiopia la richiesta di poter organizzare un Tribunale ad hoc per processare Graziani e Badoglio per i crimini commessi nel Corno d’Africa, nell’ingenua convinzione che le nuove norme avessero davvero carattere universale.

Successivamente, una serie di avvenimenti limitarono la portata dell’Onu, facendo ancora valere le regole westfaliane. Come è noto, infatti, il “glorioso trentennio” del boom economico e del superimperialismo, fu anche il periodo di incessanti movimenti antimperialisti nella cornice della guerra fredda. Ma, tutto ciò avvenne nonostante e contro l’Onu.

Difficile farlo capire ad un antifascista di maniera o a chi dell’antifascismo ha fatto un affare, ma la colta e pacata Rossanda dovrebbe cominciare a rifletterci, a tutto voler concedere ai suoi legami emotivi con il togliattismo.

LA PRIMA AGGRESSIONE ALL’IRAQ E’ FIGLIA DELLA VERA ONU

Soprattutto, questa riflessione sarebbe stata doverosa in occasione della prima guerra del Golfo nel 1991. Avevano ragione allora i filosofi e giuristi (Habermas, Bobbio, Cassese), sostenitori entusiasti della grande coalizione contro Saddam: per la prima volta l’Onu era se stesso, stava applicando alla grande i suoi principi, stava manifestando la sua vocazione originaria. Patetici, goffi e impacciati erano invece quelli, che richiamandosi alla vera Onu, denunciavano la violazione del diritto internazionale.

Cosa successe allora sul piano formale? Saddam aggredì e invase il Kuwait. Prima dell’Onu, Saddam avrebbe dovuto aspettarsi che qualcun altro o anche una coalizione reagisse e lo scacciasse dal Kuwait. Avrebbe potuto aspettarsi anche l’invasione. Fu invece definito criminale, fu disumanizzato, aggettivato come nemico dell’umanità, paragonato a Hitler, contro il quale era giusto mettere su una grande crociata.

I pacifisti “veri” possono obiettarci che si sono opposti alla crociata, tuttavia –e pur sapendo che i motivi reali della stessa erano imperialistici- hanno accettato le regole, il linguaggio e i valori della guerra santa. Proprio perché riteniamo che molti di loro erano coraggiosi e disposti a grandi sacrifici, quella accettazione si poteva spiegare solo con la condivisione della filosofia e della dottrina che sorreggevano la “grande coalizione” contro Saddam. Da qui ne derivava coerentemente che la loro opposizione si compendiava nel concetto “contro la guerra, contro il sanguinario Saddam”. Saddam non veniva mai additato –neppure dai pacifisti- solo con il suo nome, ma sempre con un epiteto molto infamante, che in un modo o nell’altro lo mettesse fuori dall’umanità. Saddam doveva essere e veniva indicato come repellente, odioso, infernale. Non ci si avvedeva o non ci si voleva avvedere che i suoi nemici avrebbero meritato mille volte di più simili appellativi. Neppure quando qualcuno di noi “cinici” faceva notare che la “zoommata” sui crimini di Saddam serviva solo a far diventare irrilevanti i crimini commessi con metodi industriali commessi dall’Occidente. L’unica giustificazione che i pacifisti sapevano dare, affettando grande indignazione morale, era la qualità del crimine, con le sue pulsioni barbariche: quindi, non aveva alcuna importanza che Saddam, a confronto, avesse ucciso mille volte meno di quanto gli venisse attribuito e comunque mille volte meno dei presidenti statunitensi.

D’altra parte, che i pacifisti avessero introiettato la filosofia regressiva del diritto internazionale del secondo dopoguerra veniva ben chiarito da un altro ben noto loro teorema: “la guerra non è uno strumento efficace per sconfiggere le dittature (poi si aggiunse: e il terrorismo)”. E’ il caso di spiegare il significato di questo teorema, non perché sia oscuro, ma perché circolano ancora alcuni imbecilli (non stiamo parlando di D’Alema) che lo sbandierano come il non plus ultra dell’opposizione alla guerra.

Punto numero uno: la guerra non viene aggettivata in modo infamante, è solo una guerra. Punto numero due: i nemici sono le dittature o i terroristi o i fanatici…per lo più dislocati fuori dal primo mondo; quindi, quelli che fanno la guerra, dalla cui parte noi stiamo sia pure criticamente, sbagliano soltanto. Naturalmente, qualche volta e qualcuno dei pacifisti osava aggettivare anche la coalizione, ma era chiaro a chiunque che il concetto ordinatore del tutto era: qui ci sono gli occidentali che sbagliano, dall’altra parte ci sono i criminali, le belve.

Ma la campagna mediatica ottenne un altro grande risultato e l’ottenne, non già solo per la possanza delle nuove tecniche, ma proprio perché vi era condivisione sulla disumanizzazione dell’efferato dittatore che aveva osato aggredire l’innocente regime del Kuwait: in base al principio informatore dell’Onu, secondo cui chi inizia una guerra è nemico dell’umanità. E questa convinzione, al di là di chi pensa di gestirla a suo modo, produce le conseguenze che abbiamo visto: nel mondo reale, cioè nel mondo in cui gli unici a poter fare rispettare le regole sono le grandi potenze ed in particolare una. Il risultato fu la più ampia discrezionalità e la più completa impunibilità nella conduzione della guerra: ristabilito il bellum iustum, viene “giustamente” abolito lo ius in bello. Solo contro Saddam e la sua cerchia? Neanche per idea. Come nelle crociate, vanno colpiti tutti gli iracheni. Si cominciò con le popolazioni civili, sul modello Dresda 1945, giacché erano colpevoli di non rovesciare Saddam. Si finì sui soldati in ritirata nel deserto, che furono perfino sepolti vivi dai carri armati. E come corollario di questa filosofia si ritenne normale disquisire in massa e nelle trasmissioni tv sul tiro a segno, di cui fu fatto oggetto l’Iraq praticamente impotente contro gli eroici piloti della coalizione. Ci si vantò perfino della guerra immacolata…per noi. E a rimarcare l’asimmetria dei valori umani si entrò in angoscia per le sorti di (un solo) Coccolone.

Pare che quei bombardamenti causarono circa 200 mila morti iracheni, molti dei quali vecchi, donne e bambini. Immaginiamo l’effetto commovente che avrebbero fatto le interviste a tutti i loro parenti e amici, facendo soffermare gli schermi sulle lacrime e su ogni piega dei loro sentimenti. Furono –è vero- più volte denunciati dai pacifisti, ma sempre con la doverosa premessa di essere nemici del sanguinario Saddam. Perfino quando si dovettero condannare i successivi scempi dell’Onu in Somalia, qualcuno non mancava –proprio come un disco stonato- di condannare prima l’orribile Saddam. L’Onu benedì poi anche l’intervento francese in Ruanda nell’indifferenza generale per una “roba” di normale amministrazione, anzi quasi inesistente perché non inquadrata dalle tv.

QUINDI, LA BOSNIA

E veniamo alla Bosnia/Erzegovina ancora parte della federazione jugoslava, di cui la Rossanda dovrebbe avere viva memoria. Qui fa ingresso un altro grande nemico dell’umanità. Per carità, non si tratta del Fondo Usuraio Internazionale, che “strozza” e impone aggiustamenti strutturali con le ben note conseguenze: questi è solo censurabile, diamine è anonimo e asettico, non è l’uomo del banco dei pegni con le mani sudate. Non si tratta neppure della Germania e del Vaticano che aizzarono Slovenia e Croazia a staccarsi dalla Jugoslavia: questi avevano solo commesso un errore. Si tratta invece dei serbi specializzati, per il loro oscuro passato, in stupro e pulizia etnica: come al solito e molto en passant, talvolta, ci si ricordava che del vizietto erano affetti anche i croati e i musulmani bosniaci.

Ora – e con monotona ripetizione - ci accorgiamo tutti che l’ingerenza occidentale in quella regione non aveva affatto lo scopo di mettere fine alla pulizia etnica e ci siamo anche resi conto che questo crimine è stato molto gonfiato. Qualcuno ha constatato pure che a 9 anni dalla fine degli scontri in Bosnia/Erzegovina c’è ancora il protettorato occidentale che protegge i suoi affari dati in gestione alla mafia. Allora però erano in molti ad essere angosciati, fino allo strazio, per i diritti fondamentali umani calpestati dalle milizie serbe soprattutto. Quindi come cittadini del mondo dovevamo, in ossequio alla dichiarazione dei diritti fondamentali dell’uomo, intervenire per aiutare altri cittadini del mondo. A ciò non poteva fare più da ostacolo la desueta e pretestuosa sovranità di un stato. Naturalmente non mancavano dotte analisi ed allusioni sui veri motivi della smania occidentale ad intervenire. Ma la circostanza diventava irrilevante, poiché veniva a coincidere con uno scopo umanitario. Si arrivò perfino a dire: meglio il rischio di una gestione affaristica che assistere passivi allo scempio umano (sempre accreditato per vero quello propinato dai mass-media) che si consumava nella regione balcanica.

Decise di intervenire la Nato, su delega dell’Onu. Mio dio, che orrore -si blaterò per qualche giorno. Poi anche Rossana Rossanda accettò, con una stretta nel cuore (se ben ricordiamo, scrisse proprio così), l’intervento della ben nota organizzazione umanitaria. E ancora una volta è evidente che ha ragione lei –e noi torto- se si accetta come un progresso il nuovo diritto internazionale, anzi il nuovo diritto cosmopolita. Rossanda ci spiegherà, sempre accoratamente, che è certo vero che viene strumentalizzato, ma bisogna tenerlo per fermo come valore fondamentale: in altri termini, meglio applicato male che non applicato affatto.

La sua tesi idealistica –che dopo tante e dure repliche della storia ci verrebbe da definire come l’idealismo dello gnorri- non vuole sospettare neppure minimamente che l’ingerenza umanitaria

a)- non sfonderà mai i confini di uno Stato forte neppure se vengono perpetrati le efferatezze di un Gengis Khan;

b)- viene invece utilizzata proprio dagli Stati forti, per i loro fini nient’affatto umanitari, con la possibilità di manipolare, attraverso il monopolio di possenti media, anche i popoli di sinistra se sono già ben “lavorati” dai suoi ideologi del buonismo;

c)- sfonda quindi, con rigorosa selezione a senso unico, proprio le barriere degli gli Stati deboli i cui territori devono essere asserviti alle esigenze della rapina imperialista;

d)- che il pacifismo cosmopolita, anche di sinistra, con il suo codazzo di ong, è la protesi filantropica delle aggressioni imperialiste.

Queste non sono supposizioni o, come diceva quel “genio” di Habermas, illazioni suggerite dalla “esegesi del sospetto”. Secondo questo signore evidentemente la realtà è proprio quella selezionata e messa a fuoco della rappresentazione mediatica o quella delle dichiarazioni o delle leggi. Essendo il noumeno (economico-finanziario) davvero inesistente, i marxisti o le persone serie, che cercano di capire le cause e i motivi di una guerra o di un’aggressione, sono semplicemente persone sospettose…forse all’unico scopo di discreditare le brave persone. Habermas, con le sue elucubrazioni filosofiche di “superficie”, ci ha riportato alle scuole elementari, ove i mediocri maestrini democristiani ci spiegavano che la prima guerra mondiale scoppiò a causa dell’attentato all’arciduca d’Austria. Prima della nostra generazione, spiegavano –contro i sospettosi di allora- che Mussolini aveva inviato nel Corno d’Africa si suoi gloriosi soldati per liberare le faccette nere dalla schiavitù in cui li teneva il Negus.

Queste sono a tutta evidenza descrizioni di quanto è successo che solo un intronato come Bush (che però ha l’attenuante di non essere un filosofo) si affanna a coprire con una retorica da osteria.

ORA PERO’ L’ONU VIENE EMARGINATO E IL SUO DIRITTO TRASGREDITO

Naturalmente, le risorse della sinistra irretita nella “democrazia diffusa”, come le vie del signore, sono infinite. Dalla guerra del Kossovo in poi il diritto internazionale è stato sempre più violato dagli Usa e soci; nel contempo l’Onu è stato emarginato e di esso si chiede una controriforma. Dunque, piatto ricco mi ci ficco. Togliatti docet: dobbiamo raccogliere le bandiere che la borghesia ha gettato nel fango. E la giustezza della tesi aveva una certa auto-evidenza. Solo che, mentre Togliatti poteva giocare destramente (anche nel senso di “con destrezza”) contro l’involuzione autoritaria della borghesia, opponendo qualcosa che era stato borghesemente rivoluzionario, quelli che oggi vogliono sollevare dal fango le bandiere dell’Onu non hanno la stessa possibilità di destreggiamento. Non esiste infatti un’Onu originaria progressiva: sia per le sue fonti di produzione, sia per le sue strutture, sia per il suo effettivo funzionamento, l’Onu –quando ha funzionato- è stato uno strumento delle potenze imperialiste (in particolare degli Usa) per aggredire i paesi deboli che accennavano ad un minimo di ribellione.

Non c’è allora che richiedere la riforma dell’Onu, incalza la sinistra “di mezzo”. Ma questo argomento lo tratteremo a parte, perché qui ci interessava dimostrare che l’Onu, con il suo corredo normativo e i suoi presupposti filosofici, non è stato un progresso rispetto alle relazioni internazionali stabilite ai tempi eroici della borghesia: è anzi –come ha detto Ian Clark- è il compimento del percorso iniziato dalla Santa Alleanza. Ne consegue che la violazione del diritto internazionale onusiano non ci sprofonda nel medioevo, giacché l’involuzione era già avvenuta con l’Onu, ma una necessità dell’imperialismo egemone di venire allo scoperto per fronteggiare le grandi turbolenze che lo mettono in discussione.

Non stiamo qui a riportare le tesi – cui aderiamo - sul declino degli Usa. Ora, si può opinare sulla irreversibilità di siffatto declino, ma non si può disconoscere che gli Usa, con il suo sodalizio variabile, sono costretti a venire allo scoperto e per farlo hanno bisogno di infrangere le regole precedenti del gioco. Così facendo devono mettere da parte la loro ipocrisia portando sul fronte anche tutti i filosofi, ideologi e giuristi che l’avevano sorretto. A tal riguardo, non è di poco conto che i Bobbio, gli Habermas, i Cassese hanno dovuto giustificare – proprio loro che avevano ispirato il pacifismo cosmopolita e indirettamente anche il pacifismo militante di base - la svolta, buttando a mare la loro fiducia illimitata nel diritto internazionale quale strumento di riduzione o di regolazione della violenza. Quando infatti è stata aggredita la Serbia, dovendo convenire che con tale atto si violava la Carta dell’Onu, hanno così sintetizzato il loro improvviso realismo: la guerra è sì illegittima ma è però giusta dal punto di vista sostanziale, spiegando che la giustizia non può essere fermata dalle leggi. Come dire: la legge segue la forza... e perché no? – come dicevano i nostri pratici antenati - “ex iniuria oritur ius”, le leggi sorgono dalle violazioni delle leggi.

Cosa ha prodotto questo nuovo comportamento con il suo neo-realismo giuridico? Sempre più gente è scesa in piazza disincantata e sempre meno gente è rimasta a casa a invocare le virtù salvifiche del diritto. Con un imperatore così nudo diventa perfino patetico un ministro come Frattini che a “Porta a Porta” deve suggerire a destra e a manca ai giornalisti le parole che devono dire e le parole che devono evitare. Non usate la parola occupazione, evitate la parola resistenza, tutt’al più parlate di guerriglia, ma è meglio continuare a dire terrorismo, meglio ancora orribile terrorismo; fate sapere che i civili italiani non sono mercenari, spiegate che si tratta di lavoratori, gente che vuol fare un po’ di soldi per sposarsi.

Ora possiamo capire che la situazione sta diventando pericolosa, che questa situazione ci chiama alla necessità di uno scontro sempre più duro. Ma dire che tutto ciò è un regresso, o, più precisamente, dire che è un regresso lo sbriciolarsi della mistificazione dell’Onu e della sua bolsa retorica, francamente, non riusciamo a capirlo da un punto di vista comunista o anche semplicemente dal punto di vista di chi vorrebbe migliorare realmente il mondo.

E’ UN REGRESSO L’ATTUALE RIVOLTA?

Ma è anche difficile considerare un regresso la rivolta attuale di alcuni popoli. Qui non stiamo a discutere sui limiti ideologici di queste rivolte e della possibilità/necessità che i comunisti le appoggino direttamente. Ci limitiamo al confronto con il passato.

Orbene, noi sappiamo che è facile screditare queste rivolte valutando i loro (non)programmi e i loro valori, confrontando il loro particolarismo con l’universalismo astratto delle rivoluzioni demo-borghesi, in primis quella francese. Anche su questo aspetto –in particolare sull’ostilità alla democrazia occidentale- ci sarebbe molto da discutere, tuttavia, se non vogliamo essere ipocriti, dobbiamo ammettere che il vero orrore è provocato dalle forme di lotta utilizzate in queste rivolte, forme sempre opportunamente selezionate ed enfatizzate dagli eserciti mass-mediatici, che non si limitano ai giornalisti embedded, ma abbracciano anche a quelli che una superficiale e auto-illusionista opinione di sinistra accredita come critici: al riguardo, è il caso di citare la “rossa” (di capelli) Lilli Gruber che in un primo collegamento a “Porta a Porta” si lascia scappare un paio di volte la parola resistenza; rimproverata dall’impettito Frattini che l’invitava a usare la parola “terrorismo”, nel secondo collegamento adotta senza alcun ritegno, con servile accondiscendenza, il vocabolario suggeritole.

E dobbiamo anche ammettere che la sostanza della vertenza, che vede come protagonisti da una parte gli invasori e dall’altra i popoli arabi-musulmani, viene ampiamente trascurata quando si tratta di valutare se la “resistenza” abbia natura regressiva o progressiva.

Cominciamo allora – per valutare la fondatezza del pessimismo di Rossanda - dall’oggetto del contendere, che certamente si avvale anche della forma religiosa ma che tuttavia è l’elemento prevalente. D’altra parte, è ben singolare – nelle discussioni vere - che per gli aggressori valga la sostanza e per gli aggrediti (forse perché stupidi?) debba valere la forma. Ve la spieghiamo prima con un’esperienza fatta in Tunisia due anni fa.

Con chiunque parlavamo i valori islamici erano al primo posto, tant’è che ci si doleva del fatto che il governo filo-occidentale faceva di tutto per scoraggiare perfino la frequentazione delle moschee: anche con pedinamenti, perquisizioni e fermi, se qualche musulmano si azzardava ad una frequentazione assidua. Veniva anche fuori che i due personaggi più amati erano “tranquillamente” Bin Laden e Saddam Hussein. A quel punto, ritenendo di beccare in fallo i nostri interlocutori, facevamo presente che il loro islamismo era alquanto strano se veniva affidato ad un profeta come Saddam, notoriamente laico o comunque non musulmano. Per niente turbati, però, ci rispondevano che essi erano realisti in politica quanto noi: Saddam era –per loro- il simbolo del petrolio arabo, quindi della possibilità del loro miglioramento economico/sociale, perciò era anche il loro profeta.

Tornando a noi, la vexata quaestio è ben messa in evidenza da articolo di Eugenio Scalari datato 11 aprile: “In Iraq, in Iran, in Arabia, negli Emirati, giacciono nel sottosuolo gli otto decimi (do you understand, guagliò: 8/10?) delle riserve petrolifere mondiali. La maggioranza povera, l’esercito dei dannati, ha individuato un capro espiatorio e un tesoro inestimabile che in qualche modo gli appartiene. Ma è pur vero che lasciarlo in quelle mani equivarrebbe a una rivoluzione planetaria dei rapporti di forza. La trappola irachena è questa: non ci si può restare impigliati né uscirne. Non è il Vietnam, è molto peggio del Vietnam.”

Gli usamericani si trovano in una situazione più difficile di quella in cui si trovarono in Vietnam, dove andando via persero solo la faccia e il prestigio. In Iraq (e dintorni) non si tratta più del solo prestigio o di perdere un territorio; essi – come del resto anche noi europei - non possono assolutamente lasciare nelle mani degli iracheni il petrolio. Non solo per l’importanza dei suoi pozzi, ma perché una ritirata in Iraq darebbe la stura ad un movimento alluvionale in tutti i paesi dell’Opec. In estrema sintesi, l’Occidente dipende dalle fonti di energia dei paesi poveri, quindi devono essere – in un modo o nell’altro - presenti – come padroni - in questi paesi. Nulla di nuovo, ovviamente, anche se ogni tanto anche a sinistra si parla d’altro o si pensa che del nocciolo della questione gli arabi siano ignari, essendosi scatenati solo per fanatismo religioso o per pruriti etnico-tribali.

Noi vogliamo sottolineare che di tanto è consapevole anche il più analfabeta degli iracheni. La preziosa materia liquida, o gassosa che sia, informa anche il loro spiritualismo come informa il fondamentalismo religioso nordamericano.

Stabilito questo, va fatta un’altra piccola precisazione: la contesa non vede due concorrenti alla pari che cercano di ripartirsi la torta, ma un imperialismo, che ha sempre rapinato il petrolio del medio oriente (e non solo), e gli arabi che non vogliono farselo più rapinare, tanto più se si considera (altra questione sostanziale) che la rapina passa attraverso l’occupazione militare e un umiliante protettorato. Il rifiuto di non farselo rapinare non è una questione di dettaglio, perché il petrolio per loro è vitale: senza il petrolio si muore di fame, con il petrolio si può aspirare ad una vita dignitosa. Detto questo, farebbero meglio a seguire un partito comunista, perché oggi ogni borghesia, diversamente da quando era impegnata prevalentemente contro l’assolutismo, è “reazionaria” contro il proprio proletariato. Non lo fanno e probabilmente ciò non dipende solo dai pessimi “comunisti” che si aggirano per quei luoghi…ma anche dagli evanescenti e indifferenti comunisti che vivacchiano nel primo mondo. Ad ogni modo, va ripetuto che essi non stanno lottando per imporre la loro rapina, stanno lottando per non subirla; e va ripetuto, perché ci sono comunisti chez nous che ancora si servono del perfido alibi, secondo cui quella sul petrolio è una contesa inter-borghese, con il sottinteso messaggio subliminale che, se vince la borghesia araba, essa diventerà a sua volta rapinatrice a danno dell’Occidente.

In altri termini, non vediamo da un punto di vista “programmatico” (ancorché per un comunista insufficiente ai fini del medesimo appoggio che si dava nelle rivoluzioni contro il semi-feudalesimo) cosa ci sia di regressivo nella rivolta degli arabi. Tanto più non ci sembra regressiva la rivolta, sotto questo profilo, se si considera il termine di paragone della scuola di Rossanda, cioè la resistenza italiana. Questa è vero che vide protagonisti numerosi comunisti di diverse correnti e sfumature, possiamo sostenere che essi furono anche l’elemento prevalente e più attivo, ma ci pare di ricordare che finirono per accettare un programma niente affatto esaltante o più avanzato di una pretesa borghese sia pure democratica…in un paese in cui –si diceva- c’erano tutte le condizioni oggettive per il socialismo. Come ripete Gabriele Polo sul Manifesto del 22 aprile, “La resistenza da noi ha un significato preciso, si accompagna ai valori costitutivi di una democrazia rappresentativa che ha affondato le proprie radici nell’onda lunga del 1789 francese. In Iraq sappiamo contro cosa si resiste ma non per cosa”.

In altri termini, il risultato della lotta resistenziale fu la cacciata di un esercito nazista e di un regime fascista, comunque già agli sgoccioli per i colpi subiti dagli Alleati; la sostituzione del fascismo con il regime democristiano che impose una feroce ricostruzione cui si subordinò il movimento operaio; la presenza di basi militari statunitensi. Certo, non siamo ancora alla logica della Castellina sulla sua dichiarazione di voto per Kerry contro Bush che “è meglio zero che niente”.

Ad ogni modo, anche a voler accettare un’interpretazione più ottimistica della resistenza italiana , è innegabile che non fu neppure una resistenza anti-imperialista, per due evidenti motivi: primo, l’Italia era esso stesso un paese imperialista; secondo, finì per sostenere (da alleato o da valletto, poco importa) l’imperialismo americano, poi riconosciuto il peggiore di tutti. Almeno gli iracheni –bisogna riconoscerlo- si stanno non solo battendo come leoni contro un imperialismo possente e senza neppure ricevere l’aiuto di qualche altro imperialista…a meno che non si voglia farneticare teoria e considerare già imperialista un signore con 2 miliardi di dollari (ammesso che li abbia ancora e ammesso che sia bene accetto dall’attuale resistenza) alla guida di un migliaia di soldati di dio.

Veniamo infine al punto più delicato: le forme di lotta, il terrorismo, i kamikaze. Marco D’Eramo qualche mese fa spiegava in modo magistrale, in un articolo sul Manifesto (e quindi la Rossanda l’avrà sicuramente letto) che il terrorismo moderno non è una malattia dell’anima che si contrae in certe terre per ataviche predisposizioni; dipende invece dall’assoluta asimmetria dei mezzi militari venuta ad accentuarsi proprio negli ultimi decenni. Con ciò non vogliamo dire che si possa vincere l’iper-potenza degli eserciti imperialisti solo con il terrorismo o prevalentemente con il terrorismo; anzi, già oggi, con buona pace di Ingrao/Revelli/Bertinotti, l’insurrezione irachena di aprile, per quanto ancora disorganizzata, sta dimostrando di poter mettere in seria difficoltà l’armata imperiale. Intendiamo solo dire che certe forme di lotta, per quanto siano sbagliate quando diventano sistematiche, indiscriminate e assorbenti, non sono regressive, né si diffondono per l’assenza di una forza comunista umanizzante. Per essere più chiari, anche un partito comunista forte e organizzato non potrebbe facilmente schivare, in Palestina o in Iraq, certe forme di lotta. In Algeria se ne fece uso; in Vietnam (che Rossanda non vorrà mettere minimamente in discussione) se ne fece uso.

Sicuramente, poi, non sono regressive, sempre se il termine di paragone, sotto il profilo delle forme di lotta, è la resistenza italiana. E ci sentiamo di affermarlo anche di fronte al massimo dell’orrore provocato dallo scempio dei cadaveri dei quattro mercenari americani a Falluja. E’ vero: un comunista non fa e non può lasciar fare di queste cose. Però, ad un gruppo di pacifisti inglesi è venuto subito in mente il paragone con piazzale Loreto ed ha mandato su Internet le foto accostate dei 4 americani deturpati appesi ai fili della corrente elettrica e del duce a testa in giù.

A noi è venuta in mente qualche considerazione in più. Se parlate in termini di valori umani, entrambi gli scempi non dovrebbero avere giustificazioni del tipo: Mussolini si era reso colpevole di centinaia di migliaia di assassinati dai bombardamenti americani, i mercenari erano l’emblema dei nord-americani colpevoli dell’assassinio di un milione e mezzo di esseri umani solo in Iraq con in più la beffa di voler democratizzare a tutti i costi e rapinare a più non posso. Nessuna giustificazione, dunque! Però c’è una differenza tra i due scempi, visto che Rossanda insiste sulla diversa e più umana violenza laddove sono presenti i comunisti o i valori universali.

Lo scempio di Falluja si verifica a botta calda ad opera di una folla adirata, che peraltro continua a subire la violenta e devastatrice intromissione in casa propria da parte di ladri armati che non sono disposti a scappare di fronte alla reazione del padrone di casa: anche la scienza giuridica moderna e razionale considera questo crimine meno grave di quello commesso a freddo e con premeditazione. Mussolini, invece, fu prima ucciso alla frontiera da partigiani che avevano lucidamente e giustamente deciso di ucciderlo; poi con ragionato calcolo politico, dopo qualche giorno, il suo cadavere fu portato a Milano e con tutta calma…inglese… fu esposto al disprezzo della folla che, naturalmente, non gli risparmiò l’arabo trattamento. O no?

RED LINK