Una nuova forma di dittatura?
di Massimo Ragnedda
“Quello che accade, accade non tanto perché
una minoranza vuole che accada,
quanto piuttosto perché la gran parte dei cittadini
ha rinunciato alle sue responsabilità
e ha lasciato che le cose accadessero”.
Antonio Gramsci
I regimi con il manganello non hanno più ragion d’essere, sono superati, obsoleti e il fascismo si evolve e ha trovato nuove forme di controllo del potere che vanno ben al di là del manganello, degli squadroni della morte, delle camicie nere, dei plotoni di esecuzione: i media. Il nuovo fascismo è più bieco e subdolo. Quello che non è riuscito a fare il fascismo e tutte le dittature in generale, come Pasolini ci insegna, è l’omologazione del pensiero. Anzi tutt’altro. Sembra paradossale ma in un regime autoritario vi è maggiore libertà di pensiero, anche se ovviamente non di azione. Quello che non è riuscito a fare la dittatura del manganello riesce perfettamente a farlo la dittatura dei media.
Nei paesi totalitari esiste una sorta di ministero della verità, non si accettano e tollerano voci diverse, essa è la voce unica, la Verità. La propaganda ufficiale viene istituzionalizzata, diventa un elemento permanente della quotidianità, e tutto viene organizzato in modo tale da promuovere il messaggio ideologico, fornendo così potere e sostegno al partito dominante. Una propaganda visibile nell’educazione, negli spettacoli, nei mezzi di comunicazioni nascenti; tutto viene razionalmente organizzato in funzione dello Stato in cui la verità perde completamene il suo valore.
In queste società totalitarie, chiuse, in queste società del manganello è facile conformare il comportamento “Di fatto questo non equivale a controllare la mente, ma a seguire la linea del partito.
«Questa è la dottrina ufficiale: fino a quando non disobbedisci non avrai problemi. Quello che tu pensi non interessa a nessuno. […]». Le società democratiche non possono funzionare in questo modo, perché lo Stato non può controllare i cittadini con la forza. […] Quindi deve controllare il pensiero. I teorici della democrazia lo hanno capito da tempo, almeno da settant’anni, e al riguardo sono stati abbastanza espliciti. Se si dovrà ascoltare la voce della gente, sarà meglio controllare quello che la gente dice. Cioè controllarne il pensiero” .
È una dittatura che non ha il coraggio di presentarsi per quello che è e ama definirsi democrazia: una società del controsenso esistenziale, che dice di amare e lottare per la libertà e democrazia ed invece contro di essa combatte. Facciamo le guerre e le chiamiamo umanitarie, vogliamo salvare il popolo iracheno e applichiamo un embargo che stermina milioni di persone. Diciamo di amare la libertà e la democrazia e poi vengono aboliti i più elementari diritti di uno Stato civile con l’istituzione di tribunali militari, da parte dell’amministrazione Bush, per processare le persone sospettate di attività terroristiche. Grazie a questo decreto firmato dal presidente statunitense il 13 novembre 2001, proprio sfruttando l’onda lunga della paura, “le persone che non hanno la cittadinanza statunitense accusate di aiutare il terrorismo internazionale possono essere processate, a discrezione del presidente, da uno di questi tribunali. Non si tratta di corti marziali che assicurerebbero maggiori protezioni. La sospensione delle tutele costituzionali autorizzato con questo decreto è sconvolgente. Il ministro della Giustizia, John Ashcroft ha esplicitamente dichiarato che i terroristi, non meritano le tutele previste dalla Costituzione. Queste sono corti di condanna e non di giustizia. Il ministro della difesa nominerà i giudici, con ogni probabilità ufficiali delle forze armate, che decideranno questioni di diritto e di fatto. […] L’unanimità dei giudici non è richiesta neppure per emettere una condanna a morte. Gli imputati non potranno scegliere liberamente i loro avvocati. […] Un processo potrebbe svolgersi in un aeroplano e il corpo della persona giustiziata potrebbe essere sepolto in mare” .
Diciamo una cosa e facciamo l’esatto opposto e la cosa più preoccupante è la passività con cui accettiamo la situazione. Nell’anno 2002 gli USA e l’UE hanno speso settecento miliardi di dollari per comprare armi che servono per attaccare e distruggere paesi, uccidere, seminare odio e terrore, eppure secondo la Banca Mondiale ne basterebbero dodici per sfamare per un anno i milioni di bambini e adulti denutriti. Diciamo di combattere il terrorismo quando per anni lo abbiamo alimentato, forgiato, osannato, usato per abbattere un nemico. Pensiamo ad esempio all’azione umanitaria della Nato in Kosovo dove erano operativi e combattevano gli uomini di Al Qaeda, sostenuto dagli alleati.
“Il Washington Times riporta che, unendosi con l’Esercito di liberazione del Kosovo (KLA), che secondo fonti di intelligence si finanzia con la vendita di eroina e cocaina, gli Stati Uniti in un certo senso sono diventati soci di Osama bin Laden, il terrorista internazionale che si cela dietro gli attentati dello scorso anno contro le ambasciate USA in Kenya e Tanzania. Secondo fonti del quotidiano, il KLA è collegato ad un’estesa rete del crimine organizzato con quartier generale in Albania. Nel 1998 il Dipartimento di Stato ha inserito il KLA nella lista delle organizzazioni terroriste che si sostengono con i profitti della droga e prestiti da noti terroristi come bin Laden... Un alto funzionario dell’antidroga ha raccontato al Times che essi erano terroristi nel 1998 ed ora, per motivi politici, sono combattenti per la libertà” .
Di questo i nostri media non parlano se non in qualche rivista controcorrente o sito on-line ancora non oscurato. Spesso l’informazione viene indirizzata verso un obiettivo aprioristicamente scelto. I giornali italiani del 12 settembre 2001 avevano in prima pagina la faccia di bin Laden. Le prime pagine vengono chiuse intorno alle 20/21 della sera e gli attentati sono avvenuti intorno alle 15/16 ora italiana; nonostante siano trascorse all’incirca 4/5 ore dall’attentato a sorpresa che nessuno poteva immaginare, sono bastate due o tre ore per trovare il colpevole di un attentato in realtà mai rivendicato. Addirittura sulla versione on-line del Washington Post si faceva il nome di bin Laden dodici minuti dopo l’attacco alla prima torre.
È evidente che qualcuno aveva fatto di tutto per indicare subito il colpevole e fornire all’opinione pubblica la facile lettura di un terrorista islamico accecato dall’odio verso l’occidente e le sue libertà. Questo facile stereotipo Islam = terroristi è talmente radicato nella nostra società che basta che una giornalista scriva le sue farneticanti teorie che i suoi libri vendono milioni di copie e il quotidiano e il settimanale dove appaiono le sue offensive riflessioni aumentino la tiratura. Qualcuno ha avuto tutto l’interesse a fornire subito un colpevole sul quale orientare il nostro odio senza darci tempo di riflettere e pensare.
Prima di scatenare l’offensiva contro l’Afganistan ci hanno bombardato di immagini delle donne afgane avvolte dal Burqa o della popolazione civile afgana costretta a portare la barba folta. Ogni giorno i nostri Tg hanno scatenato l’offensiva mediatica mettendo in risalto la crudeltà e la barbarie del regime talebani per giustificare così il ricorso alla guerra. I giorni immediatamente successivi all’11 settembre le immagini in Tv si alternavano tra le macerie delle Twin Towers (simbolo del dolore) e quelle delle donne afgane oppresse ed il burqa veniva visto come simbolo di oppressione. Un intero popolo veniva criminalizzato e reso complice di un massacro. Dopo la “liberazione” si è visto in Tv qualche donna a volto nudo, sinonimo di libertà e democrazia, simbolo di pace e progresso. Ma quanti sanno cosa sta succedendo oggi alle donne afgane? I Tg ne stanno forse parlando? Hanno l’interesse di farlo? Gli USA hanno installato un loro protettorato, questo è quello che conta. I diritti umanitari quando non sono un pretesto per giustificare qualche guerra non fanno notizia.
Oggi dell’Afganistan non si parla perché abbiamo portato già la nostra democrazia, fatta di bombe e militari, interessi economici e protettorato coloniale. Di questo i Tg non parlano ma questa è la cruda verità, ci piaccia o meno. Questa è quello che succede oggi in Afganistan anche se i media tendono a non parlarne.
Il nuovo totalitarismo è quello che fa credere al popolo che ad organizzare e portare perfettamente a segno l’attacco alle Torri gemelle siano stati quattro studenti di religione accecati dall’odio verso la nostra libertà, che dalle caverne afgane sono riusciti ad eludere i più raffinati controlli del più sofisticato sistema di difesa del pianeta. Il nuovo totalitarismo mediatico è quello che ci fa credere che le operazioni di speculazione finanziaria di svariati miliardi di dollari siano state abili mosse finanziarie dei terroristi che hanno così rimpinzato le casse del terrore. Il nuovo Stato totalitario è quello che, per dirla con Huxley, si prefigge di far amare agli schiavi la propria schiavitù senza esserne costretti. Bisogna far amare agli schiavi la propria schiavitù, compito che, sempre secondo lo scrittore inglese, spetta ai caporedattori dei giornali, ai maestri di scuola e ai ministeri della propaganda.
È difficoltoso far capire agli schiavi quali sono le catene che li legano, visto che amano la propria schiavitù credendola in realtà libertà.
Tratto da: Massimo Ragnedda, il Sacrificio, Colibrì, Milano, 2004
fonte: www.crticalpoint.it
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