<<<

Imperialismo umanitario, dalla Jugoslavia al Sudan

1. La faccenda Cap Anamur e le ambizioni della politica estera tedesca (Juergen Elsaesser, da Junge Welt)

2. Il Sudan di Sabina (Fulvio Grimaldi, da MONDOCANE FUORILINEA, 22/6/4)

3. Sulla Cap Anamur e sul problema Sudan... e sulla immancabile "Gesellschaft für Bedrohte Völker" (Fulvio Grimaldi e Pino Catapano)

=== 1 === La faccenda Cap Anamur e le ambizioni della politica estera tedesca

Jürgen Elsässer (*), "Junge Welt" , 12.07.2004

Il dramma dei profughi svoltosi al largo delle coste siciliane ed altri trucchi per mettere in piedi un intervento “umanitario” nel Sudan.

Lunedì sera le autorità italiane avevano tratto in arresto Elias Bierdel, il direttore dell’organizzazione tedesca Cap Anamur a Porto Empedocle, nel sud della Sicilia. Con l’attracco della cosiddetta nave di salvataggio dell’organizzazione al porto della cittadina, si era concluso un braccio di ferro durato parecchi giorni. 37 profughi potevano finalmente, raggiungere la terra ferma, ma essi sono subito stati arrestati per essere avviati all’espulsione, previo verifica del rispettivo stato di profugo. Contro Bierdel e contro il capitano della nave, le autorità italiane starebbero valutando gli indizi per eventualmente aprire una procedura penale con l’accusa di “favoreggiamento dell’immigrazione illegale”.

Bierdel può contare sulla simpatia di associazioni dedicate ai profughi e di attivisti dei diritti umani. Ma vi sono almeno due indizi che fanno pensare che egli non era mosso tanto dalla preoccupazione per la salvaguardia dei naufraghi, quanto da motivi di relazioni pubbliche per promuovere una politica assai criticabile. Vero è che tra la Cap Anamur e le autorità italiane, la questione se il naufragio degli africani si sia compiuto più vicino alle coste maltesi od a quelle dell’isola italiana di Lampedusa, quando il 20 giugno i 37 furono salvati, e tuttora aperta. Ma non vi è alcun dubbio che la nave di Bierdel dapprima era attraccata a Malta, il giorno del 24 giugno. In seguito, invece di lasciare i naufraghi salvati a Malta, dal 1 luglio i tedeschi cercavano di entrare nello spazio marittimo italiano. Forse perché facendo così, la faccenda poteva acquistare una maggiore spettacolarità per la CNN e gli altri confezionatori di notizie ?

Un altro trucco consisteva nella classificazione dei profughi quali sudanesi. Sulle prime, la loro identità non era del tutto chiara. Subito dopo il salvataggio, Bierdel aveva registrato nel libro di bordo “Attualmente stiamo verificando da dove provengano i naufraghi e in quali circostanze siano partiti sul loro viaggio. Questo è difficile perché solo alcuni di loro sanno dire qualche parola in inglese.” (www.cap-anamur.org). Ma poi – e siamo sempre in alto mare – i problemi di comunicare con i naufraghi sembrano essersi risolti in fretta, considerando che su tutti i canali si racconterà la storia degli africani provenienti dal Sudan. Il trucchetto è chiaro: etichettandoli come sudanesi, la loro triste situazione si faceva inquadrare nella strategia della politica estera tedesca che, attualmente, punta a “dirigere tutti i fari dell’opinione pubblica mondiale” (il Ministro Joseph Fischer) sul Sudan. Con modi più aggressivi di quelli degli stessi USA, la Germania è determinata a spingere il Consiglio di Sicurezza dell’ONU a deliberare sanzioni contro il Sudan e politici influenti quali la Ministro per la Cooperazione con i paesi emergenti, Heidemarie Wieczorek-Zeul (SPD) e l’ex-Ministro agli Interni, Gerhard Baum (FDP) propongono addirittura un intervento militare. Per giustificare una tale richiesta, servono destini umani da poter esporre ai telespettatori per convincere l’opinione pubblica della necessità di un cosiddetto pronto intervento umanitario contro l’emergenza, all’occorrenza anche per mezzo di bombe e missili.

L’organizzazione Cap Anamur ha acquisito esperienza con la produzione di questi destini umani. Fondata nel 1979 da Rupert Neudeck, il primo obiettivo dichiarato dell’organizzazione era stato il salvataggio dei naufraghi vietnamiti, i Boat People, che si diceva essere in fuga verso un presunto occidente libero. Nel 1997, il Sig. Neudeck era presente quando l’opposizione congolese, appoggiata dagli USA, cacciò il dittatore Mobutu da Kinshasa. Di nuovo all’assalto dell’ideologia socialista, egli partecipò all’azione in Corea Settentrionale che poi, nel 2002, all’improvviso fu interrotta. Particolarmente sospettabile era il suo impegno per i Balcani: Neudeck appoggiava la propaganda anti-serba della NATO in Bosnia e nel Kosovo senza se e senza ma. Bierdel, all’epoca ancora corrispondente della (TV tedesca) ARD, si dava da fare per corredare le storie-horror raccontate dall’allora Ministro alla Difesa Rudolf Sharping con piccoli aneddoti raccolti qua e là. Con ciò, il giornalista si qualificò per diventare, l’anno scorso, successore di Neudeck alla guida di Cap Anamur.

In una specie di copione della campagna anti-jugoslava, le potenze occidentali stanno conducendo contro il Sudan una crociata con l’arma delle bugie umanitarie. Il punto d’attracco della campagna è la situazione creatasi nella provincia di Darfur, dove risiedono 7 dei complessivamente 31 milioni di sudanesi e dov’è in atto una guerra civile tra popolazioni africane ed arabe. Lo strazio dei profughi sarà aumentato dalla stagione delle piogge che sta per iniziare in questi giorni, rendendo le strade inutilizzabili per il trasporto dei beni di soccorso. Secondo gli esperti dell’ONU, 350 000 persone rischiano di morire di fame entro breve in questa regione, dove divampa la crisi.

Intanto, il problema non sono le cifre, difficilmente verificabili – anche diecimila morti farebbero una tragedia umana spaventosa – bensì le attribuzioni unilaterali delle responsabilità. Secondo la propaganda occidentale, gli unici responsabili per l’esacerbarsi della situazione sarebbero le milizie cavallerizze arabe, i cosiddetti giangiawid che, appoggiate da truppe governative, starebbero saccheggiando villaggi africani. Le loro offensive avrebbero già creato 30 000 vittime negli ultimi mesi – così almeno ci riferiscono gli esperti dell’agenzia Reuters. Di conseguenza, i fautori dell’intervento militare, ripetendo il copione propagandistico collaudato nella campagna balcanica, non parlano di una guerra civile, ma insistono sul termine di “pulizia etnica” (parole di Kerstin Mueller, sottosegretario al Ministero degli Esteri) e di “guerra di espulsione” (FAZ, 27.05.04). Delle volte, ci vuole qualche creatività terminologica per potere adoperare tale pesante armamento linguistico con la sua carica di precisione – in presenza di fatti tutt’altro che trasparenti. Così ad esempio, il Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan, a fine giugno, si esibiva in esercizi da funambolo semantico spingendosi “al limite della pulizia etnica”, ed anche il Segretario di Stato USA, Colin Powell, si disse incerto se siamo “di fronte alla fattispecie del genocidio ai sensi della legge internazionale”.

Ma di sofisticherie di questo tipo, Christa Nickels non ne vuole sapere: nonostante la Presidente della Commissione parlamentare per i Diritti Umani, durante il suo viaggio esplorativo intrapreso in maggio non si sia mai spinta fino alla regione dove divampa la crisi, al suo ritorno seppe raccontare con precisione che vi sarebbe in atto “in sostanza, un genocidio”. Intanto, il premio come campione delle campagne di pubbliche relazioni dovrebbe spettare al portavoce dei ribelli di Darfur il quale aveva dettato ad un giornalista la frase, trascritta sul computer portatile di quest’ultimo: “questa è la nostra Srebrenica”. Qualcuno, a Darfur, sapeva benissimo quali parole d’ordine occorre impiegare per fare scattare il riflesso interventista dell’Europa.

Jürgen Elsässer

*Nota:

Jürgen Elsässer, giornalista per la Junge Welt e precedentemente per Konkret, è l’autore, tra l’altro, di:

Menzogne di Guerra, pubblicato da Città del Sole, 2002

Titolo originale:

Kriegsverbrechen – Die toedlichen Luegen der Bundesregierung und ihre Opfer im Kosovokonflikt, KVV Konkret-Verlag, Amburgo, 2000

Kriegsluegen – Vom Kosovokonflikt zum Milosevic-Prozess, (edizione allargata del precedente titolo), Karl Homilius Verlag, 2004.

Il presente articolo è stato scritto per Junge Welt: http:www.jungewelt.de

=== 2 === Il Sudan di Sabina

(Fulvio Grimaldi, da MONDOCANE FUORILINEA, 22/6/4)

Vale la pena raccontare come capitai per la prima volta in Sudan. Correva l’anno 1971. Fresco come un bucaneve, giravo il mondo e scrivevo e fotografavo di guerre e rivoluzioni per giornali di sinistra come “Giorni-Vie Nuove”, “Astrolabio”, “Sette Giorni”. I giornali di sinistra pagano poco e a soprassalti: serve a mantenere alto il morale dell’inviato e persuasivo il carattere progressista della testata. Dopo essermi fatto tutta l’Eritrea a piedi con il Fronte di Liberazione Eritreo (quello buono; l’altro, l’FPLE, cristiano, ma caro ai marxisti e oggi al potere con USA e Israele, s’è visto come è andato a finire), le esauste risorse mi avevano costretto nell’ostello della gioventù di Khartum. Incrociai un giovane funzionario del Ministero dell’Informazione, militante del Baath, panarabo, nazionalista e socialista (quello al potere in Siria e con Saddam in Iraq), determinato a far sentire alle sinistre terzomondiste in Italia le ragioni della rivoluzione sudanese. Quella del colonello Ghaafar Nimeiry, emulo di Nasser e dei Giovani Ufficiali della grande decolonizzazione araba. Mi prese con sé su una jeep e mi fece attraversare mezzo Sudan all’inseguimento del presidente che visitava città, villaggi, aziende, progetti di sviluppo. Lo beccammo nel sud, nella città di Wau, mentre cenava a una tavolatona all’aperto con ministri e notabili locali. Mi inserii tra frutta e whisky (Sudan allora laicizzato e dunque sbevazzone) e venni accolto dal Raìs e avvolto da una calda notte equatoriale, frastornata di cicale e di racconti del presidente che si spensero solo alle prime luci dell’alba.

Tutti a parlare di Sudan, di questi tempi. E già questo dovrebbe suscitare sospetti. Da qualche mese si sono intensificati i notiziari, i reportage sulla catastrofe umanitaria e politica determinata nella regione occidentale del Darfur dal governo di Omar el Bashir. Esercito e squadracce miliziane che si accaniscono su poveri profughi, eserciti di liberazione che si sollevano a difesa delle popolazioni discriminate quando non macellate, morti e fuggiaschi a gogò, la fame che imperversa per colpa del regime, le agenzie umanitarie che non glie la fanno, quelle dei diritti umani che sparano un dito sempre più lungo e puntuto – pare il naso di Pinocchio…- verso Khartum. E rivedo un film già visto allora. Nimeiry mi spiegò in lungo e in largo come la sua lotta antineocoloniale avesse provocato ogni sorta di incazzatura degli ex e neo-colonialisti: britannici, preti, europei vari, israeliani. Dicono tutti che la guerra separatista del Sud “animista e cristiano” (ci sono stato al Sud, a Giuba, di cristiano ci sono quattro chiese, una marea di santini comboniani, ma il 90% della popolazione crede ai suoi dei di acqua, terra, aria e fuoco), contro le soperchierie degli integralisti islamici al governo, sia iniziata nel 1981. Invece iniziò vent’anni prima, con gli stessi istigatori di oggi, appena il Sudan aveva tentato di avviarsi sulla via di una vera indipendenza. Tagliare i fili della memoria, come quando nessuno ricorda che gli USA tutte le guerre le hanno iniziate facendo prima un gran botto, tipo 11 settembre, da attribuire al “nemico”. Ora tra le “efferatezze” del Sudan manca solo un suo missile su Disneyland, con 4000 bimbetti disintegrati (e pensare che nel 1997 Khartum, che se l’era trovato tra i piedi, offrì agli USA l’estradizione di Osama bin Laden. Quelli risposero: non c’interessa, speditelo in Afghanistan!).

Fin da quando la rivoluzione nazionalista e laica, con la nazionalizzazione delle risorse strategiche, con scuole e sanità, si affermò in Sudan, negli anni ’60, inziarono i casini nel Sud delle etnie negroidi. C’era già allora l’esercito di liberazione del Sud (SPLA), c’era già a capo John Garang, un generale fellone diventato gangster e combattuto più da bande rivali, in competizione per le ricchezze minerarie e lignee dell’Equatoria, che dall’esercito governativo. C’erano già allora le spie e le armi di Israele e Regno Unito, poi sarebbero arrivati anche gli statunitensi. Mentre la copertura mediatica e ideologica veniva fornita dai missionari comboniani, dall’800 nel paese con monaci, suore, aziende, affari finanziari e brighe eversive. Anche se allora mancava l‘appiglio dell’”integralismo islamico” e dell’”emarginazione del Sud nero, animista e cristiano”. In quell’anno Khartum aveva investito nel Sud, lasciato dagli inglesi in preda al tipico sottosviluppo da colonialismo ( inglesi poi sconfitti con il generale Gordon nel 1885 in una delle più gloriose battaglie degli oppressi contro gli oppressori) quasi la metà del bilancio di uno Stato di cui quella regione era un sesto. E’ la società era stata laicizzata ed emancipata: indimenticabili le donne, alte, color fondente, con gli spacchi fino al bacino, che suonavano la tarantella sul pentagramma dei miei pensieri.

Poi ci furono le trattative, i compromessi, gli accordi di pace. Ma regolarmente la rivolta si riaccendeva, anche se più tra rivali della secessione che tra questi e il potere centrale. Così per tutti gli anni ’70 e ’80. Coloro che da fuori rimestavano nel sangue e nei progetti di rapina, non si rassegnavano a lasciare in piedi e unito il più grande paese arabo e dell’Africa. Finalmente ora, nel 2004, rinunciato alla Sharìa per tutti, accordata una vasta autonomia al Sud, comprensiva della gestione di buona parte dei proventi petroliferi (petrolio sospettato al tempo di Nimeiry, confermato quando un golpe portò al potere una spia degli inglesi, il Mahdi, iniziato ad estrarre da cinesi, canadesi ed europei sotto l’attuale governo di Bashir), concordato un referendum su indipendenza o unità entro sei anni, il governo riteneva di poter far godere a uno dei popoli più evoluti e gentili del mondo la sua meritata dose di progresso e pace. Niente. Grandi paesi del Terzo Mondo, grandi unità di diversi, grandi potenzialità non possono restare in vita. L’imperialismo preferisce la Croazia fascistizzata, la Bosnia mafizzata, il Kosovo snaturato, il Kurdistan narcotrafficante, gli sciti sprofondati nel Medioevo, i sunniti alla fame, e magari i padani con per capitale l’ombelico di Bossi e per confine là dove arriva il raglio di Castelli, preferisce tutto questo a ciò che storia, solidarietà, destino e progetto comune avevano messo insieme. In particolare, l’imperialismo e il suo rostro sionista hanno sul piloro la nazione araba, ancora rabbrividiscono al pensiero di cosa fece negli anni ’50 e ’60 ai cugini inglesi, agli alleati francesi, perfino agli straccioni all’iprite italiani. Sennò cosa avrebbe miscelato in provetta a fare, l’imperialismo, uno Stato ebraico là dove da millenni stavano palestinesi? Sennò a cosa servirebbe mai il Piano neocon-neonazi del “Grande Medioriente” dal Marocco all’Afghanistan (Iran, Turchia e Afghanistan con la nazione araba non c’entrano niente, ma servono a diluirla), il genocidio dei renitenti palestinesi, dei troppo arabi iracheni, gli attentati Cia-Mossad in Arabia Saudita, Turchia, Marocco, la mazzetta di 3 miliardi di dollari all’anno allo stalliere Mubarak, le sanzioni alla Libia, il terrorismo “islamico-Cia” in Algeria e, ora, il perenne terremoto innescato da Langley in Sudan?

Perciò, appena conclusa in Kenya la pace nel Sud, ecco che i mastini da guerra, addestrati da San Pietro, Mosè e Mickey Mouse, sono ripartiti alla carica nell’ovest. Il coro si va facendo assordante, strepitano tutti: come sempre, i comboniani forniscono l’indiscutibile testimonianza oculare e informazione obiettiva, ONU e FAO, preoccupate, parlano di difficoltà nel far arrivare i rifornimenti, Amnesty International e ONG ancora più occhiute sollevano i vessilli dei diritti umani finiti nelle sabbie roventi della repressione islamista. E subito spuntano ben due “eserciti di liberazione nazionale”, tipo UCK kosovaro, chissà da chi muniti di armi moderne, e subito appaiono milizie terroristiche che agiscono per conto del governo e commettono stragi di innocenti (e magari sono gruppi di autoprotezione aiutati, sì, dal governo, ma contro le provocazioni degli eversori mercenari del complotto imperialista). E subito c’è anche un paese, il Chad, guardacaso miserrimo e di obbedienza statunitense, che si presta a soccorrere i profughi – Centomila? Un milione? – ma non ha di che nutrirli e se li vede appassire tra le mani. Non circola neanche un inviato di qualche giornale o tivù da quelle parti, ma tutti sfanfareggiano di indicibili massacri: centomila?, Un milione? Tre milioni a rischio…

Così anche la giornalista, una di quelle vere, di “Liberazione”, Sabina Morandi.

Titola “Sudan, la guerra che non fa notizia”. Ammazza, Sabina, se non fa notizia! Ma se si sono dati tutti appuntamento sull’imminente decapitazione del Sudan, velinari, analisti, corsivisti, provocatori, esperti, tutti saldamente, come te, ancorati alla loro seggiola con sguardo sul Bar Pippo. Ci fai rabbrividire, come quei tuoi colleghi dei grandi media, vi cola sangue misto a resti cerebrali dalla penna: “Ogni giorno le condizioni di vita uccidono tra i sei e gli otto bambini, fra poco moriranno 300.000 persone di fame, almeno diecimila morti nell’ultimo anno e mezzo, fra 800mila e un milione di profughi”.La fonte?Human Rights Watch, figurarsi !Basta il tono:”Il governo Sudanese è responsabile di pulizia etnica e di crimini contro l’umanità. Nel Darfur vige il terrore”. Vi ricorda qualcosa? Il Kosovo forse? O le armi di distruzione di massa di Saddam? O i poveri “dissidenti” di Cuba? O i tibetani >>>>sterminati dai cinesi? E vai, Sabina, con le citazioni e con le fonti. Manca nessuno. Kofi Anan, l’ONU, il Fronte di Liberazione del Darfur, le Acli (quelle che addestrano mercenari con istruttori israeliani), Caritas, Comboniani… Non manca che la CIA, ma c’è UsAid, che è uguale, forse peggio, chiedilo ai latinoamericani, visto che sei capace di dar credito alla più fetecchia delle fetecchie tra le agenzie di penetrazione imperialista USA E un minimo di memoria storica, di sapienza geopolitica e di occhi aperti sull’offensiva imperialista e neocoloniale contro i popoli con le risorse, contro le grandi nazioni, contro i governi refrattari alla prostituzione della sovranità. Quanto meno, se proprio ami spassionatamente l’Ansa e la CNN, un microscopico dubbio!

Occhio, Sabina, stai in un giornale di sinistra, un giornale che dovrebbe rappresentare un altro mondo, altre verità. Invece sei uguale a “Libero”, a “Repubblica”, al New York Times”, a Giuliano Ferrara, Gad Lerner e Paolo Mieli, “first class journalist”, come dice Rina-Fede-Gagliardi. Forse neanche tu sei comunista e quindi, per forza, ti manca la chiave di lettura. E poi stai accanto a chi ci ossessiona e ci intossica un giorno sì e l’altro pure con la trappola neocon-neonazi della “spirale guerra-terrorismo”, ch’hai da fa… Magari se dessi un po’ retta al tuo attuale e mio antico collega Annnibale Paloscia (non per nulla come me di scuola Paese Sera, lo ricordo per irrorarmi un po’ della sua bravura) che dietro alle cortine di fumo dell’Ansa e della CNN ci sa guardare, le fonti alternative le sa trovare, la puttanata, per esempio, dei 300 ceceni a Nassiriya la sa dimostrare falso alibi dei nostri nuovi carri e elicotteri con cannoni da 120, per spazzare via altro che 300 civili sui ponti... Che tonfo, Sabina! Hai concluso addirittura così: “Inutile aggiungere che abbandonare i profughi del Darfur al loro destino sarebbe semplicemente un crimine”. E allora vai con l’intervento umanitario! Come con i kosovari, vero? Questa l’ha proprio dettata Rumsfeld.

Ci sono stato nel Darfur, pochi anni fa, per il TG3, con un eccezionalmente bravo ambasciatore italiano che amava il Sudan forse più del suo stesso paese e ne sapeva grandezze, misteri, pericoli e nemici. C’era già allora la siccità, quella che, tra le altre cose, noi stiamo infliggendo, con i nostri giochetti climatici, a chi non ha i ghiacciai delle Alpi o dei poli alle spalle e i condizionatori alle finestre. Mentre penetravamo dal semideserto in un deserto sempre più deserto, con colonne di lunghi stracci bianchi migranti a piedi verso Est alla ricerca di acqua, l’ambasciatore distribuiva le taniche d’acqua ammonticchiate sul fuoristrada a gente in capanne isolate, gente con bambini o gonfi , o stecchiti al collo, che si doveva piegare controvento per non essere spazzata via dalla bufera di sabbia. E il governo ne aveva già accolto quasi tre milioni (dal Sud – chissà perché venivano tra i tagliagole islamici del Nord? – e dall’Ovest) in campi profughi dentro e attorno a Khartum, sfamati quasi senza aiuti ONU. Quando rientrai mi imbattevo in giornali, come quello di Sabina Morandi, che non parlavano di sciagure naturali, o piuttosto indotte dalle malefatte degli “sviluppati”, ma che parlavano di terribile repressione degli agricoltori dell’Ovest e del Sud del paese, a opera di arabi nomadi istigati dal governo islamico. Non mi restava che digrignare i denti.

Fra poco, vedrete, ci toccherà solidarizzare con l’Intifada sudanese, e lo faremo, come con quella palestinese e irachena, alla faccia degli sciacalli e dei pappagalli, ma qualcuno parlerà di terroristi integralisti all’interno della “spirale guerra-terrorismo”. Sabina, non ci cascare. Chiedi consiglio a Annibale. Non ne possiamo più di una stampa, presunta alternativa, che si fa trombetta delle patacche imperiali.

=== 3 === Dalla lista: aa-info @ yahoogroups.com

*** da Fulvio Grimaldi:

Cerchiamo di non cadere nelle trappole delle provocazioni imperialiste. La Cap Anamur è un'enorme bufala che cerca di preparare il terreno all'aggressione a un grande paese arabo e africano pieno di grano e di petrolio. La destabilizzazione viene portata avanti da 40 anni da Vaticano, Israele, USA e GB. I padri comboniani sono la punta di lancia della penetrazione neocolonialista. La Jugoslavia, l'Iraq, l'Afghanistan e le relative criminalizzazioni non ci hanno insegnato niente? Tra i più facinorosi della patacca sono infatti Il manifesto e Liberazione, per infinita loro vergogna. Tutta la combriccola della Cap Anamur, distintasi negli anni '7o come provocatrice anti-Vietnam, quando l'imperialismo con i boat people - illusi dalla propaganda di trovare l'eldorado fuori dal loro paese - volle vendicarsi della tremenda sconfitta subita. Qui ci sono i classici: Sofri, comboniani, ICS, USAid (cioè Cia), Medicins sans Frontieres (da sempre al soldo dei governi imperialisti) e altri cani e porci. Nessuno dei "ripescati" è sudanese, hanno mentito per tre settimane, sono tutti tipi da guerriglia (infatti nel Darfur l'imperialismo ha lanciato un'offensiva terroristica fondata su due eserciti "di liberazione" riforniti dal vassallo Chad), omoni muscolosi e torvi tra i 17 e i 30 anni, neanche una donna, un bambino, non era mai successo. A capo della Cap Anamur, equivoca ONG quante altre mai, c'è una banda di sionisti. Ricordare l'UCK. Farsi furbi quando si sente cianciare di "umanitario".

Fulvio Grimaldi, da 35 anni frequentatore del Sudan (mentre nessuno di quelli che sparano balle "umanitarie" c'è stato o c'è ora. Salvo i comboniani, e sappiamo a che servono i "missionari", destabilizzatori cronici dell'Africa e del Sudan).

*** da Pino Catapano:

A sostegno di quanto dice Fulvio, vorrei sottoporvi questo illuminante articolo apparso sul Manifesto di ieri (14 luglio 2004), a pagina 8:

«DETENZIONE ASSURDA» L'Associazione per i popoli minacciati (Apm) chiede «l'immediato rilascio del presidente dell'organizzazione per i diritti umani tedesca Elias Bierdel, del capitano della nave Stefan Schmidt e di un altro membro dell'equipaggio». L'Apm chiede anche «l'immediata liberazione dei 37 profughi richiedenti asilo che, secondo quanto riportato dai mezzi d'informazione, non sono stati portati in centri di accoglienza ma in uno dei famigerati centri di permanenza temporanea». «E' del tutto inaccettabile che un governo europeo faccia arrestare i rappresentanti di una organizzazione umanitaria per aver tratto in salvo dei profughi che in un gommone stavano andando alla deriva. Negli anni `70 la Cap Anamur, sotto la guida di Rupert Neudeck, salvò dall'annegamento nel mare della Cina 11 mila vietnamiti, ottenendo il riconoscimento e il plauso dell'opinione pubblica mondiale. Ora che la Cap Anamur ha nuovamente salvato delle vite umane dovrebbe avere il rispetto ed il sostegno di tutti gli stati europei», scrive l'associazione in una nota.

Qualcuno oltre a me sicuramente ricorderà l'Apm, o Gesellschaft für bedrohte Völker e il suo ruolo nelle recenti vicende jugoslave, ma per rinfrescarsi la memoria intanto ci si può fare un giro sul loro sito http://www.gfbv.it/ o leggere questo frammento del famoso "Rapporto Quemada" del '99, postato ripetutamente sulla lista Jugoinfo e ancora reperibile sul web al link http://quemada.itgo.com/regionalizzazione.htm

(...) La deriva "etnica" di un certo internazionalismo alla quale oggi assistiamo è il prodotto di una fase culturale decadente, nella quale l'impegno politico sembra ridursi ad una specie di "collezionismo di farfalle" che non ha niente a che vedere con la difesa delle minoranze... Bisogna infatti tracciare una linea di demarcazione tra l'intellettualismo borghese, che porta avanti valori romantici, passatisti e reazionari che si esauriscono nella esaltazione delle "differenze", dall'internazionalismo ed antiimperialismo marxista, che riconosce i diritti di tutti perché vuole l'unione tra eguali anziché il dominio del più forte... Se l'intellettuale borghese (decadente) può applaudire dinanzi alla distruzione sanguinosa di uno Stato multinazionale, dove i diritti di ciascuna persona e nazionalità sono garantiti, in nome della "autodeterminazione" di improbabili entità etno-culturali, facendo con questo il gioco dell'imperialismo intenzionato a strumentalizzare quelle questioni per scardinare realtà scomode, viceversa il rivoluzionario comunista deve essere attento ai contenuti antifascisti, antiimperialisti ed anticapitalisti - cioè comunisti - di questa o quella rivendicazione.

Facciamo un esempio concreto: la "Gesellschaft für Bedrohte Völker" (GfBV, in Italia "Associazione per i Popoli Minacciati" - APM) è una "transnazionale" con centro in Germania, che si occupa della salvaguardia delle minoranze. Apparentemente si tratta di una organizzazione di sinistra. Dal suo sito WEB apprendiamo che essa ha una sezione in Bosnia, e che lavora con particolare zelo sui problemi del Kosovo e del Sangiaccato. La sezione sudtirolese, ad esempio - che è ovviamente distinta da quella italiana - ha gestito per anni la "cattedra di Germanistica" della "università parallela" di Pristina. Non solo: essa si interessa anche ai popoli dei dintorni del Caucaso, compresi ceceni, tartari della Crimea, ed altri che a noi restano ancora pressoché sconosciuti, ma di cui gli storici specialisti conoscono l'appoggio fornito durante la II G. M. al progetto nazista di "Nuovo Ordine Europeo". Dulcis in fundo la GfBV è molto preoccupata per la maniera in cui vengono accolti in Germania gli "Aussiedler", cioè gli appartenenti alle minoranze germaniche dell'Europa centro-orientale, e chiede che il governo faccia di più per la loro salvaguardia nei rispettivi paesi - che fino a 5-6 anni fa erano l'URSS, la Jugoslavia, eccetera, ed oggi sono insignificanti fantocci dell'imperialismo come Ucraina o Repubblica Ceca... D'altronde Tilman Zülch, fondatore e Presidente della GfBV, "è nato il 2 settembre 1939 a Deutsch-Libau (Sudeti)", come è scritto nella sua biografia WEB: i Sudeti sono i territori occidentali della Cecoslovacchia, al centro allora come oggi della disputa tra tedeschi e cechi. Il cerchio dunque si chiude.

In Italia il Comitato dei Garanti della APM annovera al suo interno il noto medievalista Franco Cardini, dichiaratamente di destra, ed un tale Sergio Salvi che ha recentemente pubblicato un libro dal titolo "L'Italia non esiste" (Camunia, Firenze 1996), nel quale viene dunque superata la celebre affermazione di Metternich ("L'Italia è soltanto un'espressione geografica"). L'APM ha rapporti con le riviste della "nuova" destra comunitarista-internazionalista (es. "Frontiere") e, guarda caso, con i croati attraverso Sandro Damiani, giornalista fiumano, che gestisce la "Associazione Culturale Italia-Croazia". La APM sottoscrive proclami per la "autodeterminazione del Kosovo" insieme a gruppi nonviolenti cattolici trovando spazio su pubblicazioni come "Il Manifesto" e "AlternativeEuropa"... Perché?

In effetti e' almeno dagli anni '80 che si è affermata una corrente di "antiimperialismo ingenuo", a cavallo tra destra e sinistra. Inizialmente il discorso legava con la critica al socialismo reale (es: Afghanistan), oggi pero' gli "imperialismi" da scardinare sono un po' tutti gli Stati che si vogliono prendere di mira. Con la richiesta di una "Europa delle regioni" da parte di settori che con la sinistra non hanno mai avuto niente a che spartire è divenuto infine chiaro che la colorazione libertaria-ecologica-sociale di questi movimenti serve talvolta solamente come facciata. Tra danze bretoni ed amuleti celtici l'effettivo essere sociale degli individui si svilisce in comunità di stampo folkloristico: "Noi non vogliamo un'Europa d'un grigiore indistinto, ma bensì come un insieme di specificità nazionali e regionali" (Helmut Kohl): si intende la parcellizzazione in frammenti territoriali al di sopra dei quali si erga il dominio unificatore del più forte.